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Vetrina degli Autori
Carlo Paludi ha pubblicato tre raccolte di poesie, Tornati da te (tradotta anche in inglese con il titolo Come back to yourself), Rido domani e Desilandia. Vive a Genova con la moglie Brigit, ma molte stagioni ha trascorso a San Maurizio, vicino Rapallo, che è diventato nel suo orizzonte il paese dei sogni, dei desideri e del mito. Desilandia, come dice il titolo, è la terra dell’innocenza, il dolce tempo della giovinezza e della memoria.
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CARLO PALUDI - Tornatri da te - Ed. Golden Press - pagine 70 - Prezzo di copertina: Euro 10,00
Il gioco testuale e semantico, l'accavallarsi improvviso e confuso di rime e rimandi allitteranti e una scelta sorprendente di incastri lessicali e parole inattese, accompagnano passo passo la lettura di questa preziosa raccolta di Carlo Paludi e le conferiscono un interesse non di rado supportato dal divertimento; divertimento del suono e del verbo, della folgorazione sognante e dell'osservazione che spiazza, che lascia sgomenti per un attimo, prima di abbandonarsi allo stupore, quando non addirittura al sorriso. Lo stile espresso in Tornati da te è quello del miglior Novecento poetico italiano, che ha saputo, come forse nessun'altra epoca prima d'ora, scherzare con la parola al punto di spingerla fino al limite estremo delle sue potenzialità espressive. La tendenza all'accumulo freschissimo e coinvolgente di tocchi emozionanti e di immagini, si armonizza bene con il ritmo interno di ciascuna poesia, riuscendo a cortocircuitare lo spunto lirico, o nodo focale dei versi, senza perderne di vista l'essenza, agitandosi in un'alternanza di tendenze centrifughe e centripete che avvicinano e allontanano senza provocare smarrimento ed impedendo di perdere il filo del pensiero.
Del pensiero, attenzione, non del discorso. Quello è un'altra cosa, e non sempre abita la dimensione della poesia, che non chiede logica razionale o calcolo ordinato, bensì complicità, magari ruvida, disposta a scarti di lato, a tuffi, a capriole, a irriverenze di vario tipo.
E non è affatto compito arduo quello di rendersi complici delle poesie di Carlo Paludi, in ragione del fatto che le medesime sanno delineare, anche in pochi tocchi iniziali, un'atmosfera, come dire, un microcosmo di vedute e di riflessioni tronche e vitali, aperte ad infiniti percorsi ai quali sanno benissimo accennare senza dire di più. Infatti in questa silloge è bene individuabile il labor limae di neoterica memoria, procedimento di creazione poetica molto spesso ignorato dai poeti (specie quelli del nostro tempo abituati alla sovrabbondanza, alla verbosità astratta e concettuale, all'eloquio rotondo più attento alla pregnanza effettuale di un guizzo sinestetico che alla comunicazione istantanea di un gruppo di parole-simbolo).
Io che ho avuto il privilegio di visionare i dattiloscritti delle opere qui edite, ho potuto constatare, benché solo in pochi passaggi in quanto la redazione consegnatami si può considerare definitiva e quindi già abbondantemente rielaborata, che Carlo Paludi interviene con ritocchi e correzioni, lavora sul testo, soffermandosi anche su particolari apparentemente irrilevanti, nel tentativo evidente di cogliere, per quanto la lingua (materia per lo più fredda) lo consenta, quei "sensi sorprendenti" a cui si fa accenno nell'appropriata citazione di apertura da Emily Dickinson, che è quasi una nota programmatica, compendiante un vero manifesto di poetica. Allora ciascuna di queste poesie si offre quale scrigno prezioso di lucidità espressiva, di sintesi dell'immagine, sovente caleidoscopica, che non rinuncia alle suggestioni dada senza farne però un uso improprio o irritante, rilucendo talora di un'eco futurista del miglior Palazzeschi ma non procedendo mai lungo la linea del collage asfittico e fine a se stesso.
Ho privilegiato, per l'inizio di questa introduzione, la disamina dello stile, non già perché ritenga che le tematiche portanti delle opere qui pubblicate debbano essere messe in secondo piano, ma perché la caratteristica più evidente, che salta maggiormente all'orecchio ad una prima lettura, è proprio la piacevolezza (anche stridente, si è detto) del dettato e del modo che ha il poeta di condurre le proprie fascinazioni. La musica che una poesia possiede, e che è così difficile definire in termini convincenti in quanto virtù imprendibile e non classificabile, non etichettabile, è in fin dei conti la corda che ci tiene legati alla possibilità e alla voglia di procedere nella lettura.
Carlo Paludi possiede la non diffusa qualità, nel suo procedere poetico, di evitare le elucubrazioni solipsistiche, dalle quali il lettore si sente per lo più escluso; quindi comunica, trasmette, affastella collane di immagini lievi e penetranti nello stesso tempo.
Le tematiche, dicevamo: non esistono ritorni ciclici di argomenti o concetti in questa raccolta: ci sono ritratti, invece; da quello della Cinquecento a quello straordinario de La maliarda, in cui la descrizione-osservazione-sentimento riguardante una non meglio precisata figura di donna, percorre sintetiche collocazioni ambientali e lampi di pensiero, anche di taglio onirico, fino alla definizione, vero e proprio fulmen in clausola, del curioso neologismo conclusivo che sancisce la ricchezza del quadro avvicinandoci magicamente ad esso: "Una vera cosità". Come si fa a non essere complici nella lettura di fronte a simili trovate che scavano nel dato reale per portarlo, e con successo, in una più universale e polivalente sfera del sogno? Il lirismo romantico è costantemente camuffato, travestito e colto nei suoi dati di riferimento oggettuali, come in Flipper, dove un bisillabo ripetuto in esclamazione ("Ti-nà! Ti-nà") può diventare molte cose: un cadere di pioggia sbilenca, il cicalino di un vecchio flipper che ricanta la canzone monotonica di sempre, il nome di una donna rimuginato dentro. Cosa conta il resto? L'immagine è creata e ci assorbe, si fa nostra.
Alcune liriche ruotano poi intorno al tema dell'inappartenenza del poeta ad uno status sociale; penso ad esempio a Il gigante, Donne d'Albaro, Madame Chanel, dove però non è possibile collocare il limite tra condizione universale di inadeguatezza (peraltro ad un mondo falso e tutto sommato infelice) e condizione individuale di titanismo, di superiorità, se non proprio morale, quanto meno artistica, del sentire poetico come privilegio che ripaga di molte cose. Confesso comunque un certo disagio nel tentare di spiegare poesie come queste che, più che intuizioni rigide di un significato, comunicano lineamenti di osservazione. Non è affatto un poeta moralista, Carlo Paludi, soprattutto quando ama lasciare il verso in sospeso o deviarlo bruscamente nell'attimo in cui sembrava di poterlo posizionare in una casella ben definita. E poi non dimentichiamo l'ironia, velata, solo accennata, suggerita o nascosta anch'essa ma avvertibile nel suo aleggiare continuo come linfa feconda, capace di algide chiuse quale quella, dirompente, de Il distributore, trovata che ha insieme le caratteristiche taglienti dell'epigramma, del canto erotico, dell'illuminazione fantastica e sognante, del travestimento scenico di una sensazione, del dato prosastico e quotidiano che conferisce un respiro ineguagliabile al sentire lirico senza "abbassarlo" in nessun modo, anzi esaltandolo ("Nel negozio della vicina, / Tutti i giorni/ Dal mattino alla sera/ Tranne i festivi").
Concludo con un accenno, appunto, al registro utilizzato dall'autore che rifugge da ogni indulgenza all'aulicità, al tono declamatorio di "colui che tutto vede e tutto sa", prediligendo invece inserti di sublime foggia discorsiva che mettono il lettore di fronte ad un poeta che osserva, come un bimbo, scompostamente e felicemente come un bimbo, gli elementi del reale, i più disparati, traendo da ciascuno di essi un modo proprio di fornirne la lettura, o le possibili letture. Lo sguardo sui molteplici aspetti del mondo di Carlo Paludi è quello ricco di chi sa filtrare dentro sé ambienti e genti, di chi sa coglierne un'essenza autonoma che sappia reinventare, in qualche modo, la pesantezza o il grigiore del reale. Se esiste una credibilità anche "professionale", non solo emotiva o spontanea, nella produzione di un poeta dei giorni nostri, si può affermare con certezza che Carlo Paludi la possiede abbondantemente, per il dinamismo con cui dimostra di saper giocare tra purezza dell'intuizione e intervento sugli strumenti linguistici. È un poeta costantemente a proprio agio, certo del fatto suo, e che esattamente per questo sa come mettere a proprio agio il lettore e renderlo partecipe attivo. Magari anche solo per scombinargli poi le idee nella lettura, in una continua e fertile messa in gioco del pensiero ( Alessandro Mancuso).
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CARLO PALUDI - Rido domani - Ed. Golden Press - pagine 76 - Prezzo di copertina: Euro 10,00
Con questa seconda raccolta poetica Carlo Paludi non si smentisce: gioca e fa sul serio con la lingua, gioca e fa sul serio con le cose, le creature, la vita. Poesia antiretorica la sua, spesso prosastica nella scelta della res, nel movimento aneddotico, essa rivela però un trattamento stilistico abilissimo e fortemente espressivo. Muovendo da frammenti di realtà osservati o vissuti, i particolari anche minimi sono come attraversati da una lente di ingrandimento che li inquisisce e ne trae inaspettati, densi grumi di significato, ora appena accennati quasi a non farli notare, ora più svolti, ma sempre mostrati/celati nell'apparente naturalezza di una lingua diretta, in realtà studiata e pregna. I versi liberi, generalmente brevi - dai trisillabi ai settenari i più numerosi -, scorrono rapidi e netti con ritmo di danza leggera, che a tratti assonanze e consonanze incalzano e accelerano, talora come scolpiti nell'ironia che detta il tono tagliente.
Dalla prima all'ultima poesia si avverte un'insistita circolarità tematica, che non stanca, bensì sorprende e "diverte" con il gioco dell'invenzione metaforica.
Circolarità tematica che va dal disincantato venato di scetticismo alla passione per la vita, dal sentimento di dissoluzione totale al baluginare di un senso "altro", di un impronunciabile "oltre".
Il tutto osservato con sguardo fermo, che non si concede ai sentimentalismi, ed anzi disciplina in forma tra scherzosa e pudica illusioni, disillusioni, struggimenti: Al sole/ Come un gatto - / Dopo la pioggia/ Leccherò le ferite/ Mi lustrerò/ Per sembrare/ Più adatto./ Facendo finta/ Di niente/ Ad-denterò una ruga,/ Controllerò…". "Facendo finta di niente", appunto, quasi una dichiarazione programmatica: Arriverò sul tardi/ E giuro/ Sarà tutto/ A posto (Il gatto).
Spesso il disincanto si stempera in umana simpatia di fronte a figure e vicende feriali, come in Homeless Man, l'uomo "senza dimora", senza niente. Ora camminava/ Senza curarsi di niente/ Il mondo era basso - / La testa si allungava/ Quasi volesse/ Andarsene a spasso/ Senza quel fardello stravagante/ Sotto.
Per brevi momenti il tono si concentra, si fa assorto e riflessivo, e creature e cose e aspetti della natura sono visti e vissuti come emblematici e allusivi. Così in Primavera, dove Cieli smaglianti/ Ed erbe lustre sui muri contrastano con Il fiore che stenta/ Tra i rami/ Dell'anno passato…e con l'impossibilità di rompere il silenzio del lungo in-verno: C'è assenza/ Nel cuore - / Ci sono le cose/ Mai fatte,/ Di chi s'allontana/ In direzione opposta/ Senza pace.
Così in Natale: nella notte gelida, immota, Solo un mendicante/ Accovacciato/ A sfidare il gelo/ …D'improvviso nel silenzio/Illimitato/ Irrompono campane - / Tutte quante./ E noi gente/ Con le mani avvizzite/ Entriamo a scaldarci - /. Ed ecco, improvvisa, la nota fanciullesca che scioglie l'emozione in sorriso: Nella sua culla/ In quel momento/ Gesù era contento.
E ancora: La mente e il cuore e l'arte congiuntamente si misurano nell'arduo contemperamento tra la percezione dell'eterno che balena di fronte ai monti possenti (Monti), dove Lontananza e prossimità/ Attraversano l'aria, e la percezione del nulla: E quelli che son morti/ Così lontani da sembrare niente - / Un'eco di conchiglie e di rastrello/ che attraversa le balze grigie/ Dei monti. Qui, nel dolce - amaro dell'immagine finale, l'eterno e il nulla sembrano concretizzarsi e pacificarsi mediante la parola poetica, che è "grazia". Analogamente, in Santi, il momento contemplativo, l'attesa di "visione" racchiusa nell'incendio che attraversa la vetrata colorata e cattura in un esagono di luce il sacro (l'oltre, il mistero, l'eterno…) si placa in quell'inedita apparizione di candele accese, Solenni come re Magi/ Attraverso lo spazio: immagine sorridente, che ad un tempo suggerisce e vela l'intima commozione.
Perfino nel "ritratto" della madre anziana, la scelta cade sull'apparente non senso di quel "Rido domani" - che emblematicamente dà il titolo alla raccolta - e ne scolpisce la figura - di lei e della vita - severa e distaccata, eppure tenera nella sua fragilità: Basta un niente per andarsene… Come un uccellino d'aria,/ Partire è tutto quel che sa.
Il riso è rimandato a domani. Il sorriso, l'ironia sottile, lo scherzo divertito fioriscono invece come "gioco" dell'esistenza inspiegata - amata, come sfida in una "partita" che il gioco linguistico - semantico rinnova senza fine (Domenica Bifoli Dezzutti).
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CARLO PALUDI - Desilandia - Ed. Golden Press - pagine 114 - Prezzo di copertina: Euro 10,00
Il poeta Carlo Paludi possiede una sorprendente capacità di sguardo e di ascolto: delle forme e dei colori, delle voci, dei sussurri, dei silenzi di ogni essere vivente, di ogni cosa, del mare, del cielo, delle stelle… Una capacità di ascolto che denota raccoglimento e concentrazione e, ad un tempo, uno sguardo curioso, indagatore, pronto a cogliere anche nel minimo particolare qualcosa del segreto della vita. La duplice dimensione dello sguardo e dell'ascolto esplorativo e insieme contemplativo pervade questa terza raccolta poetica, è un segno distintivo che la caratterizza più profondamente rispetto alle due raccolte precedenti del nostro autore.
Qui lo stigma poetico si mostra più marcato ed incisivo, animato com'è da una memoria del passato e del presente incantata e lucida: sguardo e ascolto, sempre attenti e vigili, spesso si fanno memori e sognanti, di un sogno breve e leggero, dove l'emozione si scioglie senza indugi nella felicità inventiva di un'immagine metaforica o nelle note sillabate di un brevissimo verso:
"Solo scorsi nel suo terrazzo/ Un balenìo/ Che per un millesimo - scapigliò/ Dietro la finestra./ L'ho avvolta dei miei sguardi/ Le ho messo uno smeraldo sui capelli - / In cima alla strada/ A lei mi sono girato/ In un tramonto che rimane/ Con la mano alzata. (Le fate).
Si prova quasi disagio a citare un frammento. Queste poesie vanno lette, guardate, ascoltate interamente e a più riprese se si vuole percepire il senso vero: esso apparirà allora tanto più ricco nella concentrata brevità dei testi, nel gioco del linguaggio poetico apparentemente piano e semplice, in realtà densamente allusivo e pregno.
Desilandia: il paese reale della fanciullezza e della giovinezza, diventato ormai "il paese dei desideri", è il titolo emblematico dato dal poeta alla nuova raccolta che, pur distinta in due sezioni, si svolge tutta nel segno della memoria, leopardianamente, delle rimembranze.
C'è la memoria di esperienze felici, di incontri rievocati con la freschezza e lo stupore dei giovani anni: quella Corriera blu, la mitica "Costa Felice"! E gli sguardi che s'incrociano dalla strada al finestrino, ed è subito paradiso!
C'è la memoria vivida di personaggi singolari, bizzarri anche, ritratti, a distanza di tanti anni, come dal vero, con umorismo tra caustico e sorridente: quella straordinaria Maria Teresa, ragazza metallica, sempre aperta alla prepotenza e alla guerra; e quello smemorato violinista vagabondo che non visto punta l'archetto verso l'orizzonte.
E c'è, prevalente sulle altre, la memoria dei luoghi: paesi e paesaggi, strade, case, alberi, cieli e mare; "luoghi" come San Maurizio di Monti, Coreglia, Noè ed altre borgate strette sui monti a ridosso della costa ligure tra Rapallo e Santa Margherita. Qui indugiano lo sguardo, l'ascolto, la memoria: Serena e dolce incede/ Ai margini del mondo - / La vita è tutta qui/ In quest'angolo di terra e di cielo./ Qui sotto il melo che l'edera avvolge/ Si confondono le ore passate e future - / Un'illusione - un tocco - / Che vive piano e lento come un sogno./ (…) E lo sguardo scorre/ Sulle vigne cadute - / E tutta l'amarezza nel bisbiglio/ Dei tramonti - / Qui dove ciò che punge/ E' ciò che sempre amai./ (Ne' Fasce).
Ecco apparire il pino, uno degli alberi amati di Desilandia, un amico ormai scomparso: Un tempo respirammo/ La stessa aria/La stessa terra - / Lui visse con me - / Ci scambiavamo pensieri./ Strana cosa questi altri alberi/ Stranieri./ Vuoto il cuore/ Saccheggiata la memoria/ Cancellate le radici - / Niente albero né cielo/ Né me né te./ (Il pino).
Tra i luoghi della memoria la città di Genova ha un posto privilegiato. Riconosciamo il quartiere abitato dal poeta nell'adolescenza ardimentosa: Ricordate le sere che vespeggiavamo/ A sciami in via Delle Gavette?; Le partite - epiche - giocate là sul campo di pallone vicino al Bisogno: Correvamo come angeli/ Nella tramontana - che calava - / Giù dai monti - dura./ (La gazzosa).
Ritroviamo Genova con il suo porto e il suo mare, Antica come la pietra/ E come l'acqua/ Nella sua cantilena - raccoglie - / Echi e parlate - conchiglia - / Dai quattro canti del mondo./ (Dal porto).
E ancora, Genova con i suoi "luoghi storici", come il pulpito della Chiesa del Gesù dove un'indimenticabile Faccia di marmo/ Guarda e ride/ La sua risata eterna./ (…) Nell'eco dorata delle navate/ e fuori/ A riempire le piazze e il mondo./ (Il pulpito).
Rivediamo piazze notissime della città, così note che spesso ci lasciano indifferenti, qui rivisitate e ricreate dalla memoria poetica, come Piazza Colombo: Sta la fontana - asciutta - / Al centro della piazza./ (…) La piazza dove nulla è cambiato/ Ed è cambiato tutto.; oppure… Piazza Girasole, che nessuno saprebbe individuare nella toponomastica genovese come Piazza Paolo Da Novi: Perché solo il poeta riesce a vederla come una piazza che vive, e sembra ruotare su se stessa alla ricerca del sole, e, Incantandosi - resta a testa in su - / Guardando il cielo/ Che sembra voltarsi - oscillare./ (…) Misteriosamente sorride/ Riflettendo le ore/ che passano via/ Sempre./ (Piazza Girasole).
A questo punto ci sorprendiamo a sorridere anche noi: che bella piazza!
Dalla prima all'ultima composizione, il poeta concentra lo sguardo, l'ascolto, la memoria nella circolarità viva di una comunicazione incessante, alla ricerca del "nome da dare alle cose", della parola che non si ripieghi in se stessa, ma continuamente "inventi e rinnovi il mondo". Nella sua propensione verso il non detto e l'indicibile, egli sa che non ci sono mai traguardi definitivi; beato se può cogliere barlumi di luce e offrire sostegno, sia pur fragile, a qualche vuoto, a qualche solitudine. Questo è il dono - la grazia - della poesia.
Carlo Paludi, schivo come uomo e come poeta, presenta con tocco rapido e leggero il suo dono e invita all'incontro, se lo vogliamo: Nell'azimut del vetro ci incontriamo/ Trasparente - essenziale - tocco/ Come da specchio a specchio./ (Il terrazzo) (Domenica Bifoli Dezzutti).
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Prefazione alla seconda edizione
La terza raccolta poetica di Carlo Paludi, Desilandia (il paese dei desideri), esce in questo volume nella sua seconda edizione. Non si tratta di un semplice aggiornamento - in poesia non esistono, fortunatamente, termini simili - ma di una messa a punto, caratterizzata più dalla necessità di arricchire un discorso lirico già avviato che da logiche di semplice sviluppo. Si nota infatti che le due sezioni in cui la silloge è suddivisa permangono anche in questa secon-da edizione e che della precedente mancano poco più che una manciata di componimenti, mentre alcune decine di nuovi si aggiungono a rendere maggiormente corposo l'assunto tematico.
È tradizione consolidata, ma potremmo anche dire parte di un sistema di lavoro, che i poeti a partire dalla fine del XIX secolo non concepiscano l'opera poetica come conchiusa e definitiva se non dopo un rovello di anni e spesso decenni; molte le redazioni delle raccolte, di volta in volta aggiuntive nel numero delle liriche, in qualche caso anche elaborate in un intervento di ripulitura, o sintesi, delle singole composizioni. Nella seconda edizione di Desilandia Carlo Paludi non interviene sulle poesie già presenti (se non con irrilevanti modifiche, come nella poesia Giorni d'autunno, in precedenza intitolata Autunno); lavora invece con sottile attenzione sulla collocazione delle nuove all'interno dell'impianto sequenziale, architettonicamente definito e anche questa volta rispettato. Il cammino del sogno si amplia, rinunciando a poco della sua prima fase e acquisendo nuove formule in materia di visi, voci, presenze.
La prima sezione della raccolta ha titolo In una stanza io vivo. Sostituisce il Potrei andare sulla luna della prima edizione, che apriva con la poesia Mattino, visionaria e corposa, attualmente in seconda posizione. L'incipit del volume questa volta è affidato a Il faro, poesia più terrena, in cui la condizione del poeta si tinge di fiabesco, sostanziandosi in una ridda di parole simbolo che sembrano voler costituire una sorta di guida per la lettura delle pagine che seguono (il melograno, il faro, i fiori, la finestra, la fuga, il confine…).
È caratteristica di Carlo Paludi quella di lavorare abilmente sulle armonie di un'immagine collocandone le note circostanziali, e riconoscibili, in un versicolo, spesso in uno o due sintagmi accostati con misura, centellinati; certo, questo fa parte delle peculiarità di molta lirica novecentista, ma come ho avuto modo di dire in altre sedi il nostro poeta possiede una misteriosa - magica - abilità non così facile a reperirsi in altre penne: quella di rendere vigorosamente e immediatamente comunicativi i dettati delle sue composizioni, nonostante la ricerca elaborata e continua di sintesi, la caccia alla parola che suoni e che illumini nello stesso tempo. Nella lirica Febbraio, ad esempio, Una laguna che ride, Palazzi in altalena, Resta il cielo infreddito, Di stucco, Sventola, sono formule dotate di notevole scintillio retorico, e tuttavia limpide nell'immagine che restituiscono, delle cose e dell'ambientazione.
Se la prima sezione della raccolta ha visto mutare il titolo ma non l'impostazione di fondo, orientata su una dimensione più cittadina, genovese, dei ricordi affioranti dalle cose e delle occasioni attraverso le quali risalire alla memoria, la seconda sezione lascia invariato il titolo, lo stesso del libro, ma anche il sottotitolo, che suona un po' come un'appassionata dedica al "paese dei desideri", quel "San Maurizio di Monti" da cui continuano a provenire - promanare - figure del mito, simboli dell'appartenenza, presenze del passato e creature dei luoghi, di marca rurale, come nel più classico dei rovesciamenti città-paese, realtà urbana e realtà agreste.
Giova ricordare, in proposito, la doppia voce del Caproni "genovese" e del Caproni di Fontanigorda, così co-me la doppia, addirittura, velocità del Pavese "torinese" e del Pavese delle Langhe. Anche Carlo Paludi, benché con accenti del tutto suoi e dotati di una freschezza poetica marcatamente attuale, lavora su questa dicotomia, offrendo una lettura particolare di certe visioni da un punto di vista "urbanizzato" nella prima parte e una melodia diversa nell'affrontare le emersioni mitiche nella condizione del borgo, delle frazioni, dei personaggi affioranti da ripide strade campestri, o da muri di pietra grezza.
Senza nulla togliere alla bellezza innamorata che Paludi sa restituirci negli incanti delle piazze, delle vedute, dei quartieri di Genova, nei lampi sul passato giovanile di corse in moto e di partite a pallone, sembra quasi che tutto ciò sia propedeutico, preparatorio allo slancio verso il "paese dei desideri", la liberazione nelle braccia di una mitologia privata da coltivare costantemente e da cui è impossibile non essere sopraffatti. Non a caso, credo, la maggior parte delle poesie nuove entra, in questa seconda edizione, ad arricchire proprio la sezione dedicata a San Maurizio di Monti; le principali modifiche sono infatti lì, e quasi tutte modifiche in aggiunta (solo quattro liriche vengono tolte dal libro precedente).
L'incanto mitico di personaggi come Mary Rose, Maria Teresa, Don Basso, Adriano e altri, si arricchisce della presenza dell'onorevole Becco Rosso, di Sebastiano il profeta e dell'enigmatica e inebriante figura di Principessa.
A scanso di equivoci però occorrerebbe dire che le liriche del "paese dei desideri" sono tutt'altro che improntate alla nostalgia; sarebbe già estremamente riduttivo definire operazione nostalgica anche quella operata da Paludi su certe immagini del passato giovanile genovese, ma per quanto riguarda il microcosmo della memoria di Montallegro, di Noè, di Fasce, di Coreglia ha molto più senso parlare piuttosto di una sorta di personale antologia di Spoon River, nella quale le presenze si fanno anima dei luoghi, incarnano la morfologia di una veduta, vibrano nelle pietre e sparano bagliori sulle curve delle stradine ripide. Logicamente c'è il cuore del poeta, con il suo sguardo ora incantato ed ora dolente, a rendere il tutto sofferto prodotto della memoria che anelerebbe l'impossibile e l'imponderabile, ma quelle immagini vivono di una vita propria e sono dotate di una forza che solo la passione e l'innamoramento dell'artista possono produrre. Siccome quasi tutti hanno un "paese della memoria", che sia un borgo, una piazza o addirittura un continente da sognare, da raggiungere, da cercare di rivedere, disperatamente, come era prima, le liriche di questa raccolta di Carlo Paludi aiutano a mettere a fuoco le dimensioni più intime, frementi e belle di ciò che ciascuno si porta dietro dei ricordi ( Alessandro Mancuso).
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Caro Carlo,
ho finito di leggere il tuo bellissimo libro. Desilandia fa un ritratto del tuo amato paese di San Maurizio. Mi piace il modo in cui riesci ad afferrare lo spirito del posto, senza essere colto di sentimentalità. Tu ti identifichi con il luogo e quando dici "in una stanza io vivo" riesci a completamente immergere il tuo essere nei ricordi che non sono semplici ricordi ma specie di unità che trasformano tutto fuori - anche nel cuore della città polverosa e moderna - in esperienze quasi metafisiche. Penso alla poesia "Principessa" che parla e non parla della Madonna nel senso che la religione cattolica con la figura di Maria era dominante nei paesini del passato con le festività, i cortei che attraversano i centri ecc. Ma la tua principessa mi sembra un'altra cosa che, sì, fa ricordare la Regina del cielo ma non lo è; è una figura di madonna, bella e perfetta, ma - se si può dire - paganizzata, uno spirito del luogo, sì madonna ortodossa ma anche uno spirito benefico dei boschi e prati e colline e nubi.
Così la tua visione è metafisica. Hai un occhio molto attento ai dettagli di descrizione e muti loro in qualcosa di significato più rilevante dietro la superficie del mondo quotidiano: ma ecco il tuo talento, di sapere posare i dettagli per aprire gli orizzonti di un altro mondo di essenze e figure mitiche ma naturali.
"Domenica senza tramonto" ha un'ampiezza di sentimento che mi fa ricordare il Leopardi - come Ginestre, che probabilmente per il lettore italiano rievoca sentimenti elaborati dal Leopardi, e perché no, abbiamo un fondo eterno e comune di esperienza umana che può essere maneggiato in vari modi e il risultato rimane personale al poeta.
Tante poesie vibrano nella mente, e nel corpo, del lettore perché riescono a suggerire in modo sottile, quasi inafferrabile nella leggerezza, altri stati e livelli vissuti. "Notte al neon" ha questa stranezza e anche "Sognano i miei capelli" e "Scintilla" e "La stanza ritrovata", cioè uno stato quasi di trasmutazione.
Gioiosa la poesia "L'elefante"! e mi piacciono anche le poesie dei "ritratti" fatti con un pizzico di sale, con un sorriso benigno però, come "Il rettore", "Maria Teresa" e "Il filo d'Arianna".
"Perderò le ore" lo leggo come manifesto.
Peter De Ville
* Peter De Ville, Professore dell'Università di Genova e poeta, ha curato la traduzione in lingua inglese del libro Tornati da te.
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PRESENTAZIONE
Venerdì 27 marzo 2009
ore 17
Stanza della Poesia Palazzo Ducale
(Piazza Matteotti) Genova
Rosa Elisa GIANGOIA presenta
DESILANDIA
(Ed. Golden Press)
poesie di
Carlo PALUDI
La nuova edizione della silloge di poesie di Carlo Paludi si intitola ancora DESILANDIA (Golden Press, Genova 2008), ma si arricchisce di nuovi componimenti, collocati con equilibrio nell'impianto sequenziale del testo. Inalterata rimane la partizione tra la prima parte (IN UNA STANZA IO VIVO) e la seconda (DESILANDIA), dedicate rispettivamente ad un qui, che è la città di Genova, e ad un altrove, rappresentato dal paesino di San Maurizio di Monti, sopra Rapallo, visti l'uno in una connotazione più negativa e problematica, l'altro caricato di maggiori valenze positive ed indubbiamente privilegiato, come rivela anche il fatto che il titolo della seconda parte assurga a titolo generale dell'intera raccolta.
Sono comunque tutte poesie che nascono non solo o non tanto da un luogo, da una situazione, da un oggetto o da una persona, ma soprattutto dall'emozione che di volta in volta il poeta vive di fronte a queste diverse realtà e grazie all'impegnativo itinerario che egli compie per rivestire queste sue sensazioni di parole efficacemente espressive. Si può quindi dire che sono poesie che nascono dal fuori e dal dentro del poeta, attraverso un gioco che è sì di i-spirazione, ma anche di e-spirazione, in quanto le emozioni vissute vengono manifestate attraverso l'abile tessitura del testo poetico. Ma sono anche testi che nascono dalla dialettica di altri due elementi, che potremmo sintetizzare con l'espressione doppia vista, in quanto a determinare l'occasione del farsi poesia sono l'osservazione e la memoria, il vedere e il ricordare, andando però sempre al di là della semplice descrizione, nello sforzo di trovare ed esprimere attraverso la parola poetica la verità delle cose, delle situazioni, dei personaggi. La parola poetica di Carlo Paludi è originale ed elaborata, funzionalmente efficace, (vedremo poi esempi di espressioni particolarmente felici), ma è una parola comunicativa, che transita dal poeta al lettore, veicolando immagini, sentimenti ed emozioni, soprattutto perché è una parola sempre carica di stupore di fronte alla realtà, sempre contraddistinta da senso della novità e carica di speranze per quanto riguarda la vita e il mondo.
Vediamo più da vicino le due diverse parti di questa silloge, ognuna delle quali è animata dallo spirito di due luoghi diversi, la città e la campagna, ma una campagna molto particolare, nella sua straordinaria amenità, aerea sul mare. Il poeta coglie fino in fondo lo spirito di questi due luoghi diversi, ma senza sentimentalismi, anche se sono luoghi che provocano in lui emozioni e stati d'animo intensi. Grande è l'attenzione ai particolari, addirittura ai dettagli, che vengono evocati con puntualità, soprattutto perché dietro la superficie del mondo quotidiano ogni elemento viene ad assumere un significato più rilevante, in una percezione di quell'oltre verso cui il mondo fenomenologico si apre, con sempre ulteriori arricchimenti di significati.
Nella prima parte Genova è colta nella sua realtà, ma anche con aperture fantastiche ed oniriche che rappresentano esperienze di fuga, in un atteggiamento di attrazione, quasi di fascinazione, ma anche di paura di fronte alla realtà, che viene osservata con precisione, però anche deformata con ironia e ricreata nel testo con compiacimento. E' quanto avviene in poesie come Il faro, Piazza Girasole, Piazza Colombo, in cui il recupero memoriale si carica di una dialettica tra passato e presente, in un gioco di rivisitazione attraverso la fantasia che porta a cogliere ed enfatizzare particolari. Ma la memoria diventa soprattutto elemento di fascino, che porta a perdersi nei ricordi con rimpianto e rammarico, privilegiando il passato sul presente. Questo mondo visto e ricordato si anima di personaggi, personaggi reali, ma recuperati talvolta con ironia (Vecchio dandy), con malinconia e commozione (Suor Aureola), si puntualizza in luoghi, privilegiati in quanto rimasti immutati e per questo capaci di dare un senso di particolare solidità e quindi essere motivo di conforto (Il portale scolpito), o colti in una dimensione stravolta attraverso lo straniamento, ad esempio della risata (Il pulpito), o percepiti tramite processi di illusoria trasformazione (L'elefante). C'è anche un atteggiamento di attenzione verso gli altri, che si fa desiderio di entrare nelle loro case, di immaginare le loro vite oggi e soprattutto in futuro, c'è una percezione soggettiva della natura (Scogliera, Marzo, Notte al neon, Quartieri di ponente), ma c'è anche e soprattutto una grande fiducia nella forza della poesia (Saltimbanco).
La seconda parte DESILANDIA è dedicata appunto al paese dei sogni giovanili, delle speranze, delle promesse della vita, purtroppo non sempre mantenute (L'età bella). E' un paese colto attraverso il gioco sempre gratificante del recupero memoriale (La stanza ritrovata, Stanze, Stagioni) , ma visto anche nel suo trasformarsi, modificarsi, nel suo perdersi in un'irreparabile lontananza (Perderò le ore). Ma è anche questo soprattutto un mondo che si popola di figure, personaggi a cui il poeta regala il suo sorriso ironico e benevolo (Mary Rose, Don Basso), talvolta un po' misteriosi (Principessa), stravaganti (Il violinista vagabondo, Il centauro, L'onorevole Becco Rosso), criticati (Il Rettore di Montallegro), colti oltre le apparenze (Dio non risponde), la cui realtà sfuma nella fantasia (L'uomo con le ali, Sebastiano il profeta) e anche storici (Giovanni Pendola). A tutti, comunque, il poeta, con le sue parole, conferisce una nuova vita, una vita letterari, fittizia, ma più vera di quella reale, perché capace di coglierne le caratteristiche salienti più autentiche. Accanto alle persone ci sono gli angoli, gli scorci di questo luogo amato (Al Portale, Coreglia, Noè), i particolari che sfumano nella fantasia sempre un po' onirica (Il pino, L'eliso delle mucche), ma anche quelli colti con puntualizzazioni realistiche da bozzetto, come avviene ne La scuola, in cui però lo sguardo del poeta si apre al piano metafisico (Qui viene - di lontano - un silenzio / Come l'oceano di Dio / senza tempo). E' un luogo ingentilito da fiori (Ginestre, La rosa), percorso da oggetti, amati e rimpianti, come la moto (Correre sempre). Anche questa seconda parte si conclude con un'attestazione di fiducia nella poesia (Una ragione), a cui segue un omaggio a San Maurizio di Monti (Il cuore di tutto).
Resta ancora da dire qualcosa sul linguaggio poetico di Carlo Paludi, un linguaggio che frequentemente si illumina di scintille espressive, di espedienti retorici (metafore e sinestesie, soprattutto) dotati di forza comunicativa veramente efficace. Possiamo notare anzitutto la creazione lessicale Vespeggiare, titolo di una poesia, che ben esprime il mondo di sensazioni e di emozioni che si possono provare guidando una vespa. Abbiamo poi molte immagini originali ed ardite, che ci documentano il vigore creativo del poeta, attraverso l'incrocio di campi semantici diversi e la callida iunctura di oraziana memoria. Qualche esempio: freddi aghi blu / come fili di ragno, Storni; Le giornate eclissano / senza storia, Il piazzale; E le case calcano bene / Il cappello in testa, Marzo; Brillano come anelli / Sulla pista / Le parole, Saltimbanco; Questa ragazza metallica, Maria Teresa; E nella vita ci punge / L'ombra aguzza dei cipressi,La scuola ; Rampica -costretto- / Un gelsomino, Quartieri di ponente). A questo si può aggiungere il tessuto fonico, caratterizzato da un rincorrersi di allitterazioni e da giochi di rime, assonanze e consonanze. Un solo esempio: Ero ammirato di quel tuo viso / Da affresco medievale / inespressivo impersonale, Quel viso).
Tutto questo per poter dire che la poesia di Carlo Paludi ha un suo timbro originale, nella sua sintesi organica di contenuti interessanti e di forme ben elaborate.
Rosa Elisa Giangoia
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Carlo Paludi - Periferie - poesie - Golden Press, 2010 - Euro 10,00
Questa nuova raccolta di poesie di Carlo Paludi rivela immediatamente, fin dal titolo, Periferie, la sua caratteristica essenziale: descrivere quella realtà cittadina, rilevante ma pur sempre marginale, che sono nelle moderne città le periferie, i luoghi più simili tra di loro di una città con un'altra. Infatti, mentre i centri storici, i nuclei delle città e anche i quartieri moderni (seppure in misura meno rilevante) hanno una loro fisionomia autonoma, delle loro caratteristiche originali, le periferie sono sempre ed ovunque accomunate da aspetti di vita, da configurazioni, dalle persone che le abitano, almeno molto simili, se non proprio uguali, pur a distanza di chilometri e chilometri. Parlare delle periferie, quindi, è parlare di tutte le città e di tutte le persone che in esse vivono, a qualunque latitudine o longitudine si trovino.
Questo è quello che il poeta coglie: un poeta che già nelle raccolte precedenti si era dimostrato sensibile ai luoghi, quelli cittadini e quelli campestri, in cui trascorre la sua vita. Qui invece l'osservazione si fa esterna, letterariamente eterodiegetica, soprattutto perché il poeta non ha esperienza e consuetudine di vita con la periferia. Le periferie della sua città, Genova, le ha attraversate ed osservate con occhio attento ed indagatore, ma soprattutto con animo partecipe. E sono proprio quest'occhio indagatore e questo cuore sensibile che hanno fatto sì che l'osservazione sulle periferie potesse diventare poesia, che questo mondo, anti -idillico per eccellenza, fosse capace di ispirare parole efficaci per tratteggiarlo, per descriverlo, tali da penetrare nei suoi problemi, nelle difficoltà della vita che lì, nelle periferie appunto, ogni giorno si svolge.
La silloge si divide in due sezioni: il titolo della prima, Inferno di periferia, è fortemente emblematico, in quanto presenta subito una caratterizzazione non solo negativa, ma umanamente stravolta di questo mondo, in quanto l'inferno è il massimo di opposizione negativa al vivere. Se ci inoltriamo nel testo, il riferimento letterario che più facilmente ci viene in mente è quello delle Malebolge dantesche, in particolare per il "color ferrigno", per lo stravolgimento dell'umano, mentre per il configurarsi del vivere in questo mondo alienante delle periferie non possiamo non andare col pensiero a tante pagine dei romanzi di Zola. Anche qui nelle poesie di Paludi a dominare in questi quartieri è il senso di grigia caligine sprigionata dalle ciminiere che punteggiano l'ambiente, in cui si notano fermate dell'autobus sporche e puzzolenti di latrina, in cui si aggirano persone protette da pesanti grembiuli di cuoio o con addosso la tuta blu, che sperano arrivi presto un "autobus arancio", sentito come una "zattera" di salvezza, capace di portarli lontano, fuori da quel mondo, di cui si avverte il peso insostenibile, in quanto tutto riflette ed esprime la disumanità di un lavoro, sempre troppo faticoso, sempre troppo prolungato. Qui il vivere è una fatica, un disagio, anche perché difficili sono i rapporti umani, difficile è il dialogo, difficile la condivisione, tanto che a dominare è la solitudine, la chiusura nelle proprie difficoltà, senza spiragli di apertura verso qualcosa di diverso.
La seconda sezione è anch'essa emblematica fin dal titolo, Cielo di periferia, che porta subito ad ampliare l'orizzonte, ad aprire lo sguardo verso una dimensione più ariosa, per almeno intravedere una possibilità, che, seppur faticosamente, può diventare speranza. La dura crosta che sembrava gravare sulle periferie presenta ora delle crepe ed è una "cosa strana". Ci sono parole che gli uomini sanno e che possono scambiarsi tra di loro, c'è un uomo che può trovare soddisfazione nella sua vita tanto da sentirsi nel suo piccolo, un "re" che plana "leggero/ Nel Paradiso/ Di questo quartiere/Stupito". Ecco, è proprio lo stupore con cui guardare questa realtà ambientale che può diventare la chiave di volta, l'atteggiamento capace di umanizzare un mondo e di aprirlo a prospettive di umano riscatto. Questo è, in ultima analisi, il messaggio profondo che il poeta ci vuole dare con queste sue liriche: è l'uomo che lo abita, che lo guarda, che lo vive, che determina un ambiente, un mondo, e solo se sa rapportarsi ad esso con tensione attiva, senza passivamente subirlo, può trasformarlo da negativo in positivo. L'importante è appunto sapersi stupire sempre della vita, in qualunque condizione.
Rosa Elisa Giangoia