POESIA


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Poesie di Alessandro Colleoni

Spazio Libero


UN SALUTO ED E' GIORNO

Riso amaro trafigge il celeste tuo sguardo e ripenso alla sera
non occorre la muta sentenza per sentir cosa vera.
Se ti dico, da amico, che il pensiero m'avvolge insensato,
che tristezza e incertezza all'insieme mi da questo creato,
che Natura e Pensiero soverchiano l'animo spento
che sorrisi fittizi suggellano lingue di vento,
non direi ancor tutto chè tutto è la goccia gelata
che discende i pendii nebulosi del tuo occhio più interno,
Primavera vorrebbe i suoi raggi asciugare l'Inverno,
ma qualcosa rimane stringente alle cilia avvinghiata.
Che son io che di spalle ti guardo eclissato
del nuovo e ti invito a lasciar gocciolare il passato,
perchè io che in me triste sovente al sorriso mi celo:
lascia correre amica la nube che soverchia il tuo cielo,
lascia correre schivo il suo tempo e non faccia ritorno
quella nube di notte compagna, un saluto ed è giorno.


MENDICANTI DI VITA

Del mondo, in un vicolo, cieco
si ristà un mendicante
la sua mano e lo sguardo un pò bieco
sono tracce di vita implorante;
con autista e lussuosa berlina
si ristà un ricco viandante
polso fermo e sguardo di brina,
cuore freddo di un mendicante.


OMBRE LUNGHE

Come va? Trisillabica antica premessa di un dialogo, amico da sempre
mi risuona come un'eco lontana che non lascia più tracce, che non dice più niente.
Come va? Tre cortesi ed attesi segnali che spezzavano i lunghi silenzi
solo orme asciugate dal vento, non tempesta ma brezza silente.
Luna mia, perchè odo soltanto il rumore impegnato su proprie avventure:
solo ombre che lunghe trasformano un dialogo antico in monologo a due.


RESURREXIT

Ma non chiedermi lumi o nefande ambizioni o bisogni orgogliosi
non mi chieder saggezza, allegria o tristezza, ira o moti riottosi.
Non lasciare una traccia nello sputo che in faccia ha riarso il sorriso;
non lasciare che il mondo, la sua cieca violenza, raggrinzisca il tuo viso.
Non è tempo che il suono di ostentato silenzio gridi cieco alla luna,
non è tempo che il ricco s'abbandoni gelato alla mesta fortuna.
Non è tempo, comprendo, per il sordo saluto:
come va? Caro amico, che credevo perduto.


MATER

Uno sguardo più intenso,
un sospiro d'
immenso.
Un sorriso accigliato
qualche gesto sbadato.
Un leggero
bruciore,
il passar delle ore.
Il lavoro stressante,
il concorso
incalzante.
Poi di nuovo la mente
Che sorvola la gente
Dai pensieri
offuscati
Dai discorsi stonati.
Solo un suono leggero, umilissimo
eterno
Come un raggio di sole che sospende ogni inverno
Come l'alba di
vetro di una tersa giornata
Come il rosso tramonto sulla cima
imbiancata.
Luminoso presagio di creatura imminente
E sei ancora più in
alto, dalla piccola gente.
Io ti vedo: tu eris mater
Tu es mater.




IL POZZO

Sono sceso nel dono: profondo, oscuro,
soave, bagnato
dove l'Uomo non scese perché in Lui non vi era peccato.
Sono sceso nel dono col timore di trovare la colpa,
ma il timore
assennato mi scostò dalla lama distorta.
Così vidi inciso sulla pietra:
Lacai-Roi,
perché esso è il confine tra ciò che siamo e ciò che
vediamo.
E' tornare bambini, decrescita, malinconica morte,
è rinascere
al mondo in un soffio dalle acque sconvolte.
Nove mesi rimasi nell'
acqua a sbrogliare le trame,
del destino sovrano e delle infinite sue
brame.
Poi un fiato, uno sbuffo e un pianto:
Lacai-Roi, e rieccomi
seduto al suo fianco.


LIBERA NOS

Come si fa io dico,
a credere
che il mondo
sia giusto e ben disposto
se poi si perde il posto
per la
serenità.
Come si può pensare,
che dietro ad un dolore
possa col nuovo
sole
sbocciar felicità.
Eppure dalla rugiada,
dalla più dura brina,
si
leva una mattina
di luminosità.
Anche se le stagioni,
conducono a un
pensiero
ogni miraggio è un vero
falsa è la realtà.
Solo con il
coraggio,
di un temerario oltraggio
al senso più comune
che ci vorrebbe
chini,
il suono dei bambini
la gagliardia di un fiume
la maestà del
mare
l'immensità del cuore
sa darci quel sapore
tu puoi chiamarlo amore
per me è la libertà.


TIRIAMOCI SU

Se le dico che non va,
sono solo stanco;
quando guardo un pò più in là,
dice che le manco.
Quando pensa che da solo
tristemente arranco,
crede spesso che non volo
senza averla accanto.
E' una musica già nota quella che propongo
solidifica cantando come fosse pongo,
non c'è gusto nè fastidio quando tu la senti
ma mancando la sua voce, nascono tormenti.
Mi domando molto spesso dove sto viaggiando,
con che ciurma di complessi vado musicando;
melodia - non far l'offesa - è solo intonazione,
non è intesa, lei mi creda, altro che canzone.
Nel rigurgito del sabato stendo la tensione
che si accumula in tre giorni più due di confusione.
L'allergia di questo mese soffoco sniffando,
è per questo che distorco ogni ditirambo.
Strascicante e travolgente questa sensazione:
è l'ennesima battuta, singolar tenzone.
Cari amici, mai felici, musico in levante
questa nota paludata, bieca e irrilevante:
già vi vedo, non lo nego, dito sulla tempia,
non poeto, senza veto, musica assai empia.
Non c'è verso che nel verso trovi la morale,
se non smetti di cercarla puoi finire male,
sei travolto, mezzo storto, in ritmi in divenire,
come orgasmi senza spasmi li puoi profferire.
Mi sono perso dentro a un verso che non vuol finire,
mi domando cosa ho detto e cosa voglio dire.
Sì, ricordo, e non è poco, per il lieto fine
per le giovani compagne e allegre ragazzine
che son io che sto parlando l'unico me stesso
tutto il resto è solo noia, ..... dentro il cesso.

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