POESIA


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Poesie di Claudio Cavallo

Spazio Libero


TEMPORALE NOTTURNO

A tratti uno scroscio
e i pini intravisti dalla finestra,
nella notte buia,
anelano il vapor d'acqua
che s'alza denso dal suolo,
e poi ancora il lento irregolare
ticchettio della pioggia sul tetto,
e il tremolio della lampada
che fa vibrar tanto l'ombra della chitarra
sul letto, da parer infreddolita,
e la stanza squarciata dal chiaroscuro,
e la tenue fluorescenza dorata dei contorni
quand'eclissano il lume,
e lo scolar dell'acqua sulle pareti,
e il tepore delle coperte,
il vocio delle altre stanze
e dei miei pensieri irrequieti,
i capelli che s'azzuffano sul cuscino,
e i tuoni lontani
e quelli vicini
e il sonno.


GUARDANDOTI

Ed è guardandoti
che coltivo l'addio,
respiro il tuo pianto
in questa notte celata
dai vapori dei nostri sospiri,
arsa dai fari, fuochi lontani,
smise di diluviare sul golfo,
si schiantò tremulo un raggio
che incendiò d'avvampo la prima aria.
Ed è ascoltandoti
che coltivo l'addio,
in quest'alba disciolta
e raccolta all'orizzonte,
mossa ad un altro chiarore
e sommessa allo spiro salino,
labile rimase nell'aria
per poi vanire in un turbinio
d'ingiallite foglie,
il tuo nome.


IL TUO RUGGITO

Hai ruggito,
ruggito sino al termine ultimo
empia di te stessa
fin quando,
come onda al frangente
alla morte ti sei concessa
e leggiadra,
come petalo sovra il verde manto
nel sepolcro ti sei posata
ma ancora,
come a spezzar un silenzio prematuro
il tuo ruggito empie la notte.


L'ESULE

S'addensa nell'ansa,
ove il trepestio dismesso
si rompe sui relitti,
la fumida memorie,
dalla calura un sospiro s'avanza
e svapora greve all'acquitrino,
l'ultimo vermiglio s'avvampa.
Sono un esule della tua terra
e la mia è morta.
Barcollo e non cado,
odo lontano il vocio dei gabbiani
nel vespero migrabondo.


ADDIO

Solo una carezza leggera,
neppure una parola
a suggellare un prematuro addio,
doglio, tormento,
tre sospiri
e dal mondo ti congedasti.
No!
Maledetto sia il tempo,
non fuggire così.
Quanto avrei voluto dire
ma anch'io persi coscienza,
mi lasciai ingannare da Morfeo
Giunse l'alba,
io dischiusi i miei occhi, tu no.
Addio


LAMENTO

Nell'umida notte autunna
nasce tremante
come la rotta quiete dell'acque,
il patetico lamento
che subito raggela
prostrato al plenilunio.


VERSO MILANO

Ah l'orizzonte raccolto
che s'invischia
nell'ultimo chiarore,
il monologo del treno
che penetra dai vetri schiusi
e addensa l'aria,
il respiro gelato
a un vapore sofferto
lento e continuo,
l'aria smossa
a un altro chiarore
dall'urto del treno opposto.
Il ricordo piovve
dal neon baluginante
e sciolse il torpore,
bastò un tuo labile barbaglio
a spazzar via
il mio fuoco.
Hai ruggito,
ruggito sino al termine ultimo
empia di te stessa
fin quando,
come onda al frangente
alla morte ti sei concessa
e leggiadra,
come petalo sovra il verde manto
nel sepolcro ti sei posata
ma ancora,
come a spezzar un silenzio prematuro
il tuo ruggito empie la notte.


I TUOI OCCHI

Così l'alba
violenta il mar:
un fuoco lento e continuo
fino agli scogli rugginosi,
il suono straziato
dei venti avversi
e i tuoi occhi che si accesero
come un faro
al limitare del giorno.
Una cometa,
e si richiusero per sempre



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