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Questa notte ascolterò mille parole;
Ci sono spiriti saggi che girano
nel buio della stanza,
senza far rumore, vestiti di magia,
mi parleranno di favole e folletti .
Non avrò tempo per essere solo
O abbandonato,
ascolterò in silenzio
Ascolterò ciò che domani non potrò raccontare.
Cavalli che volano,
Gnomi che corrono tra i boschi di faggi autunnali,
Folletti nascosti nei granai.
Storie di streghe e di magie.
Domani mattina mi sveglierò,
marciando di nuovo, in un marciapiede;
ci saranno mille visi ,
duemila occhi,
mille facce.
Io penserò ai miei folletti agli spiriti magici,
che mi faranno visita la notte.
Mi racconteranno storie che faro finta di aver sognato.
Quei mille visi, quegli sguardi persi, scruteranno la mia non esistenza.
Cosi come io scruterò la loro.
Mentre marciamo vestiti di moda,
verso una direzione diversa.
Verso un posto preciso.
E quando saremmo giunti in quel luogo torneremo indietro.
Gli stessi passi le stesse strade, gli stessi occhi.
Ogni mattina ogni sera lo stesso marciapiede.
Sul quale nascondere gli gnomi e le fatte che ogni notte ci fanno visita con le loro
Favole.
Scompaiono i veli di un bianco gelo,
Lasciando il posto a teneri fili di un sole ancora addormentato,
anche se dormono i versi poetici di statue ancora mute,
risplendo i merletti che fanno da debole cornice ad un tempo
ancora distante.
Ma i canti di noi sognatori emanano lumi di un tenue colore,
e domani,
domani ancora si vestirà di abiti grigi,
ma dentro nell’animo arriverà il pazzo folletto di una mescolanza di sacro piacere,
il piacere immenso di bere finché il cervello distingue appena tra il giusto e il volere.
Ancora stanchi ci trasciniamo dentro
il freddo tremendo di un vecchio e, lungo inverno,
un anziano stanco,
respira un alito di pesanti odori.
Ma adesso si danza dimenticando il giorno passato,
Come se il tempo fosse solo la storia finita di una donna cui fui
Innamorato.
Silenzio.
Il silenzio, striscia vellutato,
nascosto a tutto e tutti,
compagno di chi è solo ed ha paura di spegnersi.
cercando una vita tra le sue braccia,
lo cerco ne assaporo il gusto,
ma non ha colori o parole da sussurrare.
Cammina,
assieme ad un bacio, nelle feste fatta contro di lui,
tra gli occhi che incontri negli oracoli del girare.
Il silenzio,
momento di un istante, attimo di un eternità.
Dipinge le tele più preziose, compone le musiche più sorda,
ne odio la presenza , ne cerco il calore ,
La sua nebbia fitta copre di pesante, le paure e le verità.
L’ ho visto sull’altare, accompagnato dal tempo, sposi felici ed eterni,
motori di queste nostre vite.
Guide dei cechi, maestri dei vigliacchi,
dirgli addio sarebbe un rimorso troppo grande da portare sino alla tomba.
Il cielo è una tavola di un pittore senza colori,
un po' come la distanza verso un luogo che sembra sposare l’infinito,
non ho parole che non siano semplici segni di una muta convenzione,
sono convinto che ci sia un posto dove chi non sa capire sia ascoltato,
adesso vorrei tutto ,
ma basterebbe il colore di un giglio ,
il rumore di qualcuno che mi ascoltasse.
Vorrei brindare con calici colmi di passione,
finché notte e luna saranno testimoni del vento che ci unisce.
Ti chiedo di danzare sull’altare dei desideri,
adesso che la musica è lontana, forse nascosta, sepolta.
E quando i fantasmi dei meandri cerebrali saranno un incubo del passato,
potremmo volare sui tetti delle case addormentate,
sui cordoli del fosso.
Dirai addio a ciò che non hai avuto per vivere amando ciò che adesso è un sogno.
Vorrei avere la forza e dire addio,
poter partire e tornare tra un po’,
mi porterei dietro un po’ di realtà
per vedere chissà delle cose che ho già visto,
visitare ieri e l’altro ieri ancora,
Davanti ad uno specchio,
per vedere come piango,
per vedere se piango,
vedere i miei occhi mentre guardo i miei occhi,
dovrei essere lontano,
seduto in silenzio.
Di notte è più facile parlare alle stelle,
sentire il rumore dei passi, il peso delle scarpe,
pregare la luna.
Gli occhi di chi guarda passano dentro le pagine d’inchiostro,
stranieri di questo movimento , le ali ferite galleggiano nel cielo.
Il calore della lanterna, che illumina la fredda strada di casa,
brucia la mano,
in questo buio di sensi un tappeto di rose è il cuscino su cui spegnersi.
Parla il vento in una notte stregata come questa,
le danze degli spiriti sono il nettare per dissetarsi,
il mio respiro inebria l’ombra e l’aria.
Non ci sono giudici ne processi,
la vergogna è il tetto sbiadito delle case,
Sussurro alla foglia autunnale il lamento che mi aspetta al mattino,
i flussi del corpo hanno deviato le piovose nubi,
il frutto degli alberi è il pane degli spiriti notturni.
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