POESIA


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Poesie di Enrico Magnolo

Spazio Libero


EVANESCENTE

Non so cosa ci lega
a questi strani giorni
forse soltanto il vento
trascina i nostri passi.
Vorrei restare sveglio
questa notte
per vedere
se l’alba esiste ancora.
Mille tramonti falsi
di un giorno senza fine,
mille parole che
saranno come neve,
cadranno al suolo e poi
si scioglieranno al sole.
Abbracciami
se puoi
per non
svanire.





SOPRAELEVATA

Alba d’un nascosto cielo
eppure esisto
vestito di vento
e morde la pelle nuda
il desiderio ingiusto
di vendetta.
Fuggo al sole
ribelle fedele
eterno a me stesso
e senza peso.
Scavo negli occhi
sconosciuti
abbagliato di
bellezze senza nome
come questa Genova
che muore
senza una lacrima,
ridendo.





PIAZZA DELLE ERBE

Cielo già nero. Sei già privo di peso, e scivolano i passi sul selciato. Ogni parola pare superflua in questa melassa. Accendi una sigaretta, per dare un lavoro alle dita e ai polmoni. Respirare aria pare sconveniente, come una mano nel culo ad una signora di classe. Dov’è poi l’aria?
La bimba col piercing al naso accompagnata dall’altra tipa coi capelli corti ossigenati si da’ da fare alla tua destra: arrotola un cadeaux odoroso d’Africa per boccate multietniche. Niente da fare. Silenzioso sospiri scampati pericoli.
Vicoli ciechi d’anima
Giri viziosi d’aria viziata – stanchezza negata –
Fessuri gli occhi perché poco deve passare, alle pupille solo il poco miele. Ma dov’è miele? Nelle parole sempre uguali, nei sorrisi provati allo specchio prima d’uscire, nei bicchieri d’alcool multicolore, nelle pause studiate? Se con gli occhi non vedi, forse bisogna chiuderli e guardare.
Ti ricordi quella strada dove moriva il sole, tra i campi di meliga – e rugiada – su quella strada un tuo lontano sorriso, senza prove allo specchio.
Buona la prima.
Perché c’era il sole. O forse è solo la cipria che mettiamo ai ricordi, e a quel punto o diventano più belli o sembrano puttane. Questo forse era diventato troppo bello. Ma mai fare l’amore col passato. Dura un lampo e spacca il cuore.
Le persone attorno a te sono cambiate, ma forse solo i corpi, gli atteggiamenti restano identici.
Qualche strano incantesimo pervade la Piazza e tutti sono costretti a recitare all’infinito un copione già scritto. Facce nuove, gli stessi sorrisi. Nuove voci, le stesse parole. Possibile che nessuno lo veda?
Entrate per una birra al Latino. Non hai sete ma bevi, per tenere in mano qualcosa. Qualcuno ti saluta. Sorridi falso come anche a te hanno insegnato. Potrebbe essere il tuo incubo peggiore.
Paghi.
L’importante è pagare. Essere consumatori, l’unico motivo per cui il mondo ancora ci corteggia. A questo punto potresti andare a farti fottere, con la tua birra in mano, il tuo sorriso ebete, la sigaretta stronza tra le dita e un pugno d’aghi nel cervello. E invece scegli, per questo mi piaci, di chiudere gli occhi ancora. Nonostante il rumore.
E non so come fai ma vedi un ruscello da guadare. Pochi salti sicuri sulle pietre e la tua mano –nella tua mano un’altra mano- ed una voce, lontana, che ti fa tremare. Sapevi che mai avresti dimenticato. Lo volevi. Sprizzavi o no eternità da tutti i pori?
Ti manca ora il coraggio forse? Di aprire gli occhi e chiuderli alla vita?
Ti credevo più fiero.
Ti vedo allontanarti con gli amici tra la gente, in una ragnatela di sguardi vuoti. Gli anfibi sono vecchi ma stanno ancora assieme e sono l’ideale. In cima alla salita c’è una volante dei carabinieri. L’aria sa di sale, questa sera, se ti soffermi.
Non è poi lontano quel che resta del mare, lì sotto la curva.
Appena dietro l’angolo.


ULTIMA CLONAZIONE

Privazione di tramonti, divieti d’alba, sensi unici verso scogliere bianche di luna. Vicoli ciechi e sordi, pozzanghere di piscio, escrementi di piccione. Senti che odore il guano dei ricordi, abbiamo le campane accanto a cantarci la fisicità del tempo.
Come fosse ieri. Imprevedibile, già scritto il karma del domani. Finto sole in vendita, novemila lire al quarto d’ora. Giovani paonazzi s’ammirano allo specchio, prima della pioggia radioattiva. Adoro mescolarmi a loro e improvvisare clonazioni. Sono anche mie in fondo le loro paure, anche se non ho più brufoli e pornazzi da nascondere a mia madre.
Spento è il sacro fuoco dell’adolescenza, ma mai sputerò sulle sue braci. Età che ci ha insegnato ad esagerare, a toccare il fondo e il cielo, a bestemmiar la vita e poco dopo ad intonare lodi ad un qualunque dio disposto ad ascoltare. Età che ci ha insegnato a sentirci unici e soli, incompresi nel nostro mutare.
Anagraficamente adulti ora, cosa siamo non so. Oscilliamo instabili, fingendoci solidi, tra opposti stati d’animo.
Privi ormai di bandiere morali, sempre più sicuri di non sapere, come già diceva qualcuno migliaia d’anni fa. Abbattuti rigidi steccati ideologici esploriamo senza preconcetti il mondo con il solo freno della disillusione.
Un cinismo nuovo ci fa simili nei nostri percorsi, obliqui senza meta. Diagonalmente inseguendo vibrazioni galleggiamo sul tempo e sulle strade, figli d’una città che mai chiamiamo madre. Quando il silenzio irrompe sacro tra le nostre mimetiche parole, forse solo allora siamo veri. E’ come un urlo muto o il vagito di un neonato o un telefono che squilla a vuoto. Fa più rumore non saper che dire che riempire di parole questi spazi.
Schiavi d’una libertà puttana che c’illude con le sue mille strade uguali. Drogati di denaro. Liberi d’acquistare o lasciarsi morire. Portatori sani di denaro o parassiti da schiacciare.
Sceglieremo nuovi tagli di capelli, nuove marche di yogurt, nuove sigarette da fumare. Sceglieremo di sorridere, di non pensare, e, come nei film , di bere per dimenticare.
Dimenticheremo.
Dimenticheremo anche di bere. Talvolta dimenticheremo di sorridere. Dimenticheremo di svegliarci, perché non sentiremo il sole che ci chiama.
Ci chiamerà la notte, con la sua veste scura.
Ci chiameranno gli angeli che vivon sulle strade.
Una luna anemica ci insegnerà a ululare.
Il vento a respirare.
Sarà la madre terra ad abbracciarci tra i canti di cicale.
Vorremo sussurrare agli alberi le nostre verità.
Per questo ci chiameranno pazzi. Per questo ci rideranno in faccia. Ma noi faremo finta di non capire.
Saliremo allora sulla nostra montagna, tra fili d’erba e grilli e odor di timo.
Resteremo incantati a vibrare….
Mai sopito Amore – Pulsante Vita.
Sorrideremo di chi non ti ha saputo ascoltare.


SENZA CAPO NE’ CODA

Aprendo gli occhi a un domani indeciso capita di pregare come pregano gli angeli, col solo respiro, alla coscienza di un’assenza che riempiremo di chissà cosa. Intanto piove sulla nostra vita breve e già densa, ed è solo un rendersi conto di quanto tutto è relativo nel suo apparire svanire farsi cielo, sempre uguale sempre diverso col suo instancabile tappeto di nubi. Parrebbero parole vane, alienante sangue di cigno, acqua sola venata di rosso. Così non è se qualcosa, qualcuno, ci accompagna, presente in questo viaggio, facendoci sentire parte di una storia comune e complice. Stratificano i ricordi come roccia sedimentaria, diventano la base per un presente di sabbia sdruciola e sassi e radici scoperte seccate al sole di un nuovo Maggio.
Ognuno s’agita ridicolo, smuove montagne, crea ostacoli da superare, richiede lotte in cui coinvolgersi per sentirsi vivo d’una vita che lo meriti. Strano parrebbe, e inutile, restare lì a dormire, girarsi in letto schiavo di sonno e sogni, attratto da forze gravitazionali troppo grandi ed inspiegabili. Eppure è così, non c’è nulla di male, anche se il mondo ci miagola attorno, scampana contraddizioni e mostra nuove ipotesi, brillanti alternative. Curiamoci come sappiamo fare, medicina di noi stessi e causa del nostro malessere.
Abitiamo splendidi condomini di cristallo, bunker di solitudini, orge di falsa vita, siamo abitati da falsi pensieri-maschera, segrete fobie inconfessabili.
Salmodiando questa prosa come un mantra senza capo né coda di cui soltanto il suono assume un senso superiore.
E già si libra nudo.
Nudo verso nudi spazi.
Spazi che riempiremo.
Cieli che saranno nostri.
Agognata libertà
nuove catene chiedo
per saper che esisti.


LA FISARMONICA

La malinconica danza tra i tavoli in una serata che profuma d'anice ruoto tra la gente ebbro di fine estate.
Migliaia le voci ovunque le note di una fisarmonica stanca fisso gli occhi al cielo dove già sorride la luna e dalla veglia al sonno un attimo un attimo solo.
Cieco il cielo di una città per rivederti ancora tra una nebbia-smog che soffoca i panni stesi sul grattacielo a sporcarsi di fumo.
La colpa di chissacosa di tutto che incombe come una spettrale mano sulla spalla corro obliquo tra gli obelischi di cemento armato le offerte agli dei pagani della Solitudine.
Silenziose strade putrefatte abbandonate dove l'acqua ristagna per giorni settimane desiderio di piedi nudi di risate di bambini di parole di anziani.
Dissolvenza di lacrime in questo onirico film bianco e nero per paura dei colori troppo poco distanti dal grigio.
Le mani che ora guardo non hanno premuto il grilletto preferendo per scelta scavare la terra come lombrichi le dita.
Ora righe nere sotto le unghie la mia piccola colpa la mia alternativa la mia fine nel cimitero delle macchine tra le lamiere le carcasse l'odore di gomme.
Attendo te.
Serpenti di fumo dalla mia bocca inutile che abbaia silenzi al parabrezza rotto fingo di guidare i resti di una Uno.
La pistola sterile tra i cuori rossi della fodera sul sedile a fianco a me per ora vuoto.
Ancora quanti anni di crepuscolo ancora quanti riccioli di fumo quanta nebbia nell'anima prima del tuo arrivo della mia condanna.
Abbaia un cane alla luna alle stelle ancestrale ricordo istinto di lupo volontà di tornare nel branco.
E rifiuto i guinzagli ma merito i cappi corde strette al mio collo a bloccarmi la fuga.
Ed eccoti.
Finalmente di fronte.
Tu che mi sei uguale.
Tu che con me sei nato.
Tu che sai ciò che penso ora sempre.
A cui non posso sfuggire a cui non voglio.
"Allora?" ma tu sai già vuoi solo sentirmelo dire.
"Non ce l'ho fatta. Non ce l'ho fatta a ucciderla."
"Lo sapevo" e la tua mano identica alla mia impugna la pistola come io avrei dovuto fare.
In mezzo agli occhi come un secondo naso lucida e fredda la canna puntata su di me.
"Fallo! Uccidimi! Liberami!" ancora un attimo di esitazione sul tuo volto a queste mie parole come cristalli dure e fragili.
Dito indice che trema sul grilletto immobile pesante il tuo dito come un macigno.
Ti guardo ancora prima che tutto esploda.
Tu che sei me e lo sai.
Metti da parte la pietà.
Uguale e diverso.
BANG!
Acqua fredda sul mio viso e la testa che gira ebbra d'alcool.
Solo una sbronza.
Di fine Estate.
La tua piccola mano e il tuo sorriso a sollevarmi da terra.
Come ali d'angelo carezze e sussurri ma ancora in bocca ho il sapore del sogno.
Che Paradiso o che vita è mai questa?
Io che non ho ucciso te ma sono morto per mano di uno spietato me stesso.
Resuscitami con un bacio.
Sotto milioni di stelle.
"Come avrei potuto?"
Mordo le labbra piano respingo le lacrime.
Come avrei potuto non so.
I grilli già sussurrano le loro cantilene al bosco.
Tra i tuoi capelli animati dal vento intravedo lontane ombre gli ultimi invitati che vanno via.
"Non so proprio come avrei potuto ucciderti." ora bisbiglio abbracciandoti.
Ma tu ancora mi accarezzi i capelli e mi mandi un sorriso castano degli occhi scuotendo la testa.
Poi porti il tuo dito alla bocca. Un tremante minuscolo indice che taglia perpendicolari le labbra.
Poi - gli occhi oltre i monti oltre il cielo oltre il mondo - sussurri "Ascolta"
Silenzio.
Nel silenzio qualcosa.
Nasce piano. Pianissimo.
Continua a suonare per noi da qualche parte
la fisarmonica
ovunque.



PREOCCUPATO

Preoccupato innanzitutto del ricordo che avrai di me. Preoccupato di non poter stare a guardare una candela, dovendomi sentire utile e coinvolto.
La televisione non è sempre stupida ma fa comunque sentire stupido chi la guarda. Il tempo è un concetto troppo complicato. A questo proposito dovremmo recuperare semplicità per poterlo capire. Capire il tempo significa annullarlo.
Non portare orologi, sono la peggiore delle catene! Ma anche di questo è meglio non essere troppo sicuri.
Anche la cenere ha un certo fascino, fin quando non tossiamo e la spargiamo per la stanza. Il dolore, allo stesso modo, ha sempre un senso se ha una fine.
I discorsi troppo ragionevoli sono noiosi. Bisogna imparare a contraddirsi a scadenze più o meno regolari. Ogni mia cellula esige una colonna sonora. Ho maturato la convinzione che la musica sia l’unica cosa fatta dall’uomo che si può considerare totalmente positiva. Spero di non dover contraddire anche questa affermazione. Confidare i propri problemi serve unicamente come sfogo. Parlarne ed accettare consigli è quasi sempre controproducente. Ti è mai capitato di voler leggere il finale del tuo libro? A me basterebbe dare un’occhiata alle due pagine seguenti, di più non posso pretendere. La liguria oltretutto è carente di piazzole di sosta dove ballare rock’n’roll.
Peccato. Oggi avevo voglia di un cucchiaino di adrenalina. Mi toccherà spostarmi su quattro ruote. Mi toccherà cercare di annullare anche il concetto di spazio.
Mi toccherà.
Mi toccherà? Chi? Quando?
Il sole è troppo abitudinario per i miei gusti. Vorrei curare la mia ortografia. Mi piacerebbe imparare lo spagnolo, lo trovo molto sensuale per un uomo. Ovviamente le donne dovrebbero parimenti, per legge, imparare il francese. Noi abbiamo l’obbligo del servizio militare, loro dovrebbero avere quello del francese. Sto prendendo anche in considerazione l’ipotesi di arrampicarmi nottetempo sul tetto di una casa. Fermare un uomo per la strada perché ho una preghiera da insegnargli.
TUTTO è una questione di fede, nel senso più ampio del termine. Uno dei miei riti preferiti consiste nel mangiare un ghiacciolo, possibilmente all’arancio, di notte, dalla finestra della cucina. Non scherzo!
Ma ha tutto a che vedere con la fede. L’amore è fede, svegliarsi la mattina è un atto di fede, bagnare una pianta, farsi del male, sono tutti atti di fede.
Il circo mi ha sempre messo tristezza, questo è un luogo comune che condivido, ma aggiungo che è quella tristezza che può portarti alla creatività. Vorrei avere un amico clown qui al tavolo con me. Penso che farei più ridere io, solo a guardarmi.. E ridere è una terapia, più o meno come il suono del violino ad occhi chiusi.
Mi fa male quando le cose perdono significati. Credo che sia uno dei dolori più grandi. Quando un bacio diventa solo un movimento di labbra.
Chiedo rispetto.
Chi delira, in fondo in fondo, ha sempre ragione





NOTTE IN PIAZZA

Dalla finestra il sole
è un genio che sorride
come di mille attimi
danzati in cielo.
Ho aperto una lattina
colma di pensieri
e tu sei ladro
e alibi
di questo nuovo mattino.
Chiudo gli occhi
e vedo
notti lucide
e palpiti di cuori
senza sonno,
rintocchi di campane
che nessuno ascolta.
Amo e ti bacio
sulle guancie ruvide
quando ti stringo la mano
e sento il cuore
così vicino.
Un’auto sfreccia
giù nella strada
e riesco solo a immaginare
destinazioni senza nome.
Mi aggrappo ai sogni,
alle bugie di gnomo,
ai deja-vù e alle coincidenze
e sorrido come un angelo
al mistero del domani.
E muto ti ringrazio
col luccichio degli occhi
per le parole
che hai lasciato dire
mentre il tuo amore dormiva.
Un nuovo cuore è pronto
per una nuova alba
senza pretese.
Ho un passo di danza
da mostrarti
al chiaro di luna.
Lo voglio fare qui
nella piazza vuota
prima che la gente arrivi
a censurarmi l’anima.

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