POESIA


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Racconti di Alberto Palmucci

Vetrina degli Autori


L'ACCONTO (giugno 1956)
Avevo conosciuto Rosetta anni fa, in casa di Carlo, durante le sere di Natale quando ancora si giocava a tombola e a carte.
Mi piacque. Non era bella, ma sapeva sorridere e civettare. Anche lei ci pendeva; ma, quando per San Silvestro, nel bacio di capodanno, le dissi piano "ho da dirti qualcosa", lei divenne schiva e si fece tirar la calza.
Io smisi di farle il filo. Mi raccontarono poi delle storie, ma non m'interessavano più. L'avevano vista con questo o con quello, nel buio, lungo il mare. Questo mi convinse solo che avrei dovuto prenderla senza "dirle qualcosa".
Passò qualche mese, e Carlo diede una festa. Naturalmente invitò Rosetta e sua sorella Anna con la quale era fidanzato.
Eravamo nel giro di un ballo, e Rosetta mi disse:
"Avevi qualcosa da dirmi?".
"Non so".
Sorrise. Da quel giorno mi venne dietro. Passarono gli anni, e un mese fa mi ha detto:
"Hai mai avuto una cotta per me?".
"Una piccola, direi".
"Piccola cosa?".
"Cotta".
"Per me?".
"Si".
"E quando?".
"Non fare la stupida".
"Non lo so. Dimmi. Quando?".
"Quando ti conobbi".
"E perché non ci hai provato?".
"Tu facevi la stupida".
"Beh, potevi provarci" disse sorridendo. "Chissà?".
Da quel giorno...
Rosetta si preparava per gli esami di maturità. Io li avevo già superati, e a volte la aiutavo in qualcosa. C'era anche Gisella, un'amica. Ciò che impararono subito e non dimenticarono fu il fatto che Foscolo avesse avuto diciotto amanti. C'era poi la filosofia di Fichte, il cui nome rendeva tanto l'idea.
"Ti piace?" mi disse Rosetta.
"Più di tutto" risposi.
Lei rise.
Io soggiunsi: "A te no?".
Rise ancora e si buttò sul divano.
Se non c'era Gisella l'avrei violentata.

***


Anna e Carlo, prima di sposare diedero per gli amici una festa d'addio.
Il giorno dopo dovevo presentarmi al distretto militare, a Roma, per la visita di controllo. Volevo che mi scartassero.
Ballai spesso con Rosetta, e la tenevo stretta. Ad un certo punto le dissi:
"E' il pacchetto di sigarette".
Lei, come al solito, rise. Presi il pacchetto e lo infilai nella giacca. Continuammo.
"Eppure," mi disse "io il pacchetto lo sento ancora".
E lo sentiva. La strinsi di più.
"Lo senti?" le dissi piano.
Non rispondeva più, premeva la coscia, e mi disse:
"Domani vado al mare".
"Io non posso. Devo andare a Roma, per passare la visita militare. Dopodomani, alle sette, ti aspetto davanti al mobilificio di Pierucci".
"Sì".
Ora non sorrideva più. Uscimmo in giardino, e ci infilammo tra la grande quercia e il muro di cinta. Non parlò mai, e alla fine mi disse: "Ti amo".
Era tardi, e la festa languiva. Tornammo a ballare.

* * *


Quella notte fui felice. Così voglio le donne: frivole e innamorate. Ma se io amo, è perché amo il mare e le stelle. Così, mi capitò a volte d'innamorami; e, quando tutto finì, non mi rimasero che le stelle.
A Roma, al distretto, ci fecero spogliare. Con una cartella in mano presero nome e cognome, peso ed altezza, poi ci spedirono al Celio. All'ingresso, fu nuovamente nome e cognome, numero della tessera, eccetera.
"Terzo padiglione," disse l'usciere "reparto osservazione".
Scale, sportelli, firme, controlli, finalmente una corsia piena di letti senza lenzuola dove i coscritti attendevano con la sigaretta in bocca e le gambe sulla spalliera.
In fondo, un maresciallo bestemmiava i nomi che chiamava: "Rossi, Faperdue, Piendibene, ...".
I coscritti si alzavano insonnoliti, ricevevano un foglio: visita specialistica, reparto chirurgia, neurologia, emoteca,... .
Il maresciallo non bestemmiò il mio nome perchè gli ero sotto il naso. Mi diede il foglio: reparto emoteca, metabolismo basale.
Girai mezzo ospedale per trovare il reparto. Aspettai due ore; poi, col referto sigillato, tornai in corsia, consegnai la busta ed attesi che mi chiamassero. C'erano altr'e due visite da passare. Giunse la sera, ma non mi avevano chiamato. Seppi che si poteva uscire. Corsi a fare il permesso. Era una calca attorno al maresciallo. Accidenti! Se non mi sbrigavo perdevo il treno. Il maresciallo, quando gli fui davanti, mi fece un foglio. Io gli mostrai i documenti, e partii. Odiavo anche il puzzo degli ospedali, specie se erano caserme.
L'indomani di nuovo a Roma. La sera alle sette avevo l'appuntamento con Rosetta.
Per tutto il mattino non mi chiamarono. Intanto avevo fatto amicizie. C'erano scanzafatiche, c'era chi malediceva, e chi biasimava. Anch'io volevo sfuggire, ed avevo qualche possibilità perché soffrivo di ipertiroidismo. Non potevo lasciar la famiglia ora che da me s'aspettava qualcosa. E poi non mi fidavo dei miei. Erano all'antica, si perdevano. Dovevo star con loro, litigarci, svegliarli perché non morissero.
Però, se mi scartavano, mi scocciava.
Quel giorno, per il pranzo, non ci mandarono a mangiar fuori. Ma, in refezione, per me, c'era rimasto solo un panino e una mela.
Dopo, sul letto, per la noia, quasi non pensavo più. Perché non mi chiamano? In quella folla, sentire il mio nome sarebbe stato come destarmi. Ora dormivo: Rosetta, le stelle. Finalmente il mio nome. Stavolta, non mi fecero spogliare. Il medico fece un sacco di domande, mi chiese i sintomi, e mi mandò via. Dovevo passare ancora un'altra visita. L'altro dottore mi chiamò più tardi. Neanche lui mi visitò.
"Va a prendere il responso della visita collegiale" disse. "Stasera trovi chiuso. Domattina. E torna qui".
"Ma domani è domenica".
"E' aperto lo stesso".
"Ora posso andarmene?".
"Si. Fatti fare il permesso".
Per il permesso ci volle un secolo. Il treno partiva. Alle sette, Rosetta aspettava. Non feci in tempo.
Domenica, ancora a Roma. Cominciavo a scocciarmi davvero. Pensavo a Rosetta.
"Se ti vuol bene", mi disse un coscritto, "verrà ad un'altro appuntamento".
Il Lunedì mi fecero idoneo con ridotta attitudine militare: mi avrebbero chiamato solo in caso di guerra.
Nei giorni che seguirono, cercai Rosetta, per le strade, a passeggio. A quel tempo, il telefono era appannaggio di poche persone. Non la trovai. Mi dissero poi che ci avevano vistipassarci accanto e non vederci. Accidenti al mio caso di non veder mai le persone che cerco. Era finita, ancora una volta, come sempre, come con Milena, Giulia, Jenny. Passava, e la portavo con me, come sempre.
L'indomani la trovai in casa della sorella. Lei schivava lo sguardo, e credo che tremasse.
Quel giorno, poi, andai a fare il bagno al mare, fuori città, fra gli scogli abbrunatidel Marangone. C'erano due stranieri che s'erano accampati in un vecchio fortino di guerra abbandonato, e pescavano. L'acqua era fredda. Tornai presto a riva, e rimasi fra gli scogli a staccar patelle.
Nel pomeriggio, quando il sole ancora scottava, andai su, verso i monti di Tolfa. Erano le mie passeggiate quando dovevo star solo. La campagna era brulla. L'ultimo sole infuocava la terra già bruciata dai concimi. Il grano ammucchiato in covoni era alto una gamba. Quell'anno, poi, le gelate e la pioggia l'avevano rovinato. D'intorno, sentivo il rumore d'una trebbia. E pensare che più in là, verso Tarquinia, dove i colli digradavano, e scendevano le acque del Mignone, la terra era buona. Perché così vicina eppure così lontana?
A sera, in città, incontrai Rosetta a passeggio con gli amici. Le dissi: "Quando ci vediamo?".
"Domani," sorrise "alle sette davanti al mobilificio", e rincorse le amiche.
Più tardi incontrai Pippo.
"Vieni a Grosseto ?" Mi disse.
"A far cosa?".
"Così". E alzo le spalle.
"Ma non ho soldi".
"Ne ho io!".
Mezz'ora dopo eravamo sul treno. L'aria imbruniva, e le luci della città ci fuggivano dietro. C'era ancora sul mare una pozza arancione di luce, quando lontana vidi Tarquinia.
Qui la terra era buona, e il grano era alto quanto un uomo. Pippo mi domandò se quelle luci lassù erano proprio Tarquinia. Gli dissi che c'ero nato e che, durante la guerra, ci avevo vissuto e ci avevo preso una cotta. Ci avevo fatto anche la fame quando i Tedeschi razziavano.
A Grosseto arrivammo che era già notte. Passeggiammo un po', cenammo e andammo al cinema. Nella notte, in albergo, non riposai. Il materasso scendeva da tutte le parti, ed era troppo soffice. Passai la notte nel dormiveglia, finché lentamente il chiarore dell'alba invase la stanza. Piano, cominciarono a battere le campane della chiesa vicina, come un'eco, poi sempre più forte, e d'un tratto le sentii nella testa. Pensai che nessuno ha il diritto di svegliar la gente al mattino alle cinque.
Prima di ripartire facemmo il giro delle case chiuse. Pippo andò in camera.
"Vieni in camera?" mi chiese la bionda.
"No".
"E che ci stai a fare?".
"Aspetto il mio amico".
"Dunque non vieni?"
"Lasciami stare".
Se ne andò seccata.
"Oh, il mio amore è nervoso" disse la bruna che aveva solo lo slip, e mi venne accanto.
Cominciò a sbaciucchiarmi. Poi ballammo il bajon. Allacciati nel ballo, lei sapeva scivolare via, e mollemente ritornarmi addosso, "il mio amore, il mio amore", ma non era che un gioco.
Tornò Pippo e
"Via!" disse. "Ci parte il treno".
Dovemmo correre. Quando fummo a Civitavecchia trovai mio padre a letto perché non si sentiva bene.
A sera, aspettai Rosetta fino alle sette e mezza. Non venne. Più tardi la vidi che passeggiava con un ragazzo. Stronza! Ma poi chi se ne frega.
Dopo, io non le chiesi niente. Fu lei a cercarmi per le strade. Disse che aveva fatto tardi e che quel ragazzo non era niente.
Basta, finì così.
Mio padre s'era aggravato. Aveva l'ernia strozzata: il medico disse che se a mezzanotte l'ernia non fosse rientrata bisognava operare. Per tutta la sera e la notte gli facemmo borse fredde. Lui non voleva andare in ospedale. Alle quattro del mattino dovetti correre alla Croce Rossa per chiedere un'ambulanza. Dopo un sacco di storie (dormivano, non rispondevano, m'avevano preso per l'autista del prete) si decisero a seguirmi.
All'ospedale già sapevano tutto. Il medico li aveva avvisati. Però non si decidevano ad operare.
"Perché non lo operate?" chiesi alla suora.
"Non c'è il chirurgo".
"Ma...".
"E' a Roma. Gli è stato telefonato. Verrà col primo treno".
Intanto si avvicinò un impiegato, e mi chiese:
"Chi paga?".
"Io, naturalmente".
Mi guardò diffidente. Ripetei:
"Pago io".
"Ma non avete nessun mutuo?".
"No, ma pago io".
Fece l'atto di andarsene, poi ci ripensò e mi disse:
"Sa? Come dire? Ci vorrebbe un anticipo".
Non gli risposi. Era giunta mia madre. Le dissi piano:
"Vogliono un acconto".
Mi guardò interdetta. Le dissi:
"Ci penso io".
Ma non c'era modo che io ci pensassi.
M'avviai alla finestra che era in fondo alla corsia. L'alba allagava la città. Le luci del porto erano ancora accese, e sembravano stupefatte.
Quando condussero mio padre in camera operatoria uscii dall'ospedale, e camminai lungo il porto. Erano le dieci. Tre giorni che non dormivo. Il cuore mi batteva svelto, e la testa cominciava a dolermi. Presi il caffé al bar, sulla banchina.
Dalla vicina piazza giungevano i battimani del popolo e la voce di un comiziante. Non so che dicesse, ma certo parlava di giustizia sociale, di amore di patria, e faceva appello ai figli, alle madri, alle spose.
Arrivai nella piazza che il comizio era finito. Gli ultimi toglievano le bandiere e il baldacchino, ma sugli angoli degli edifici c'erano ancora gli altoparlanti. Fra poco, un'altro oratore avrebbe parlato, e quelle trombe aperte sul mondo avrebbero ancora ripetuto e ingrandito: "Cittadini, questa è la vostra ora".
Vorrei sapere quale non sia l'ora del popolo.
Io sapevo solo che mi dovevo procurare un acconto di ventimila lire, e subito. Ora, la piazza era vuota, e sembrava che fosse incantata. Mi sentivo un escluso. Se sei pezzente, c'è sempre qualcuno che ti difende, appartieni a un ceto, formi una classe. Mio padre aveva una botteguccia dove vendeva sementi, ed era lui che si pigliava del ladro quando i prezzi aumentavano, era lui che pagava le cambiali e le tasse; ora rischiava di morire, e non c'era nessuno che gli passava un letto. Era solo. avrei voluto gridarlo. Vogliono il suo, il mio voto, e gli uni mi sfruttano e gli altri mi respingono. Andate in malora. Forse scivolerò verso una classe, per non essere solo.
Andai a casa a mangiare qualcosa. Mi stesi sul letto, ma dal mercato, sotto la finestra, veniva troppo rumore. Nell'appartamento di sopra, muratori e falegnami sembrava che ballassero la farandola. Dal cortile, la saldatrice elettrica, la ruota a smeriglio e il martello pneumatico facevano tremare i vetri. Tornai all'ospedale. Sul viso di mia madre e dei miei fratelli lessi qualcosa che non andava.
"Papà è più d'un'ora ch'è sotto" disse Ferruccio.
Quando lo portarono fuori era cereo, solo l'estrema linea delle ciglia era tinta di rosso.
Gli infermieri ricominciarono con le storie: l'anticipo, la garanzia.

* * *


Solo a mezzanotte, il medico poté dire che mio padre era fuori pericolo. Allora andai a casa, e presi sonno mentre la pioggia picchiava sui vetri.
Il mattino seguente, andai io ad aprire il negozio, e subito m'investì la polvere delle sementi ed il puzzo degli insetticidi. Spalancai tutto, anche il cesso, perché l'aria giocasse.
Avevo aperto da un'ora, e non entrava nessuno. Poi vennero i primi contadini, ma non era tempo di semina, e compravano poco. Nonostante lo scarso lavoro, ero impacciato nel servire e non riuscivo mai a fare il peso giusto perché non ero pratico, ma bisognava che mi procurassi ventimila lire. Accidenti. Non viene nessuno. E se anche fosse tempo di semina non incasserei tanto. Entrò uno che chiese la polvere per le tarme.
"Quella che puzza" mi disse.
Gliela servii respirando il meno possibile perché sapevo che intossicava.
"Ma all'aria si libera" spiegai. "E poi lei deve cogliere i frutti solo dopo quindici giorni da quando ha sparso la polvere sopra la pianta".
Ma i contadini sanno già queste cose.
Sul tardi, non veniva nessuno, ed io mi preoccupavo per quell'anticipo. Vennero gli amici, quelli miei e quelli di mio padre, a chiedere come stesse.
Quando tutti gli amici se ne furono andati e stavo per chiudere, venne Raimondo.
Entrò con in mano il cappellaccio di feltro nero sudicio chissà da quanto tempo. Non lo conoscevo, ma capii che era lui per la barba incolta, il bastone di castagno e il carretto con l'asino che aveva posteggiato davanti al negozio.
Lui rimase lì, e non mi guardava. Gli chiesi:
"Che volete?".
"Nun c'è er principale?"
"No".
"Nun c'è?"
"Non c'è".
"Perché io volevo er tritello co' la favetta".
Entrò una signora che volle una busta di semi per fiori.
"Ecco, signora". Le dissi porgendole la busta.
Era una bella donna dall'aria sorniona.
"Vede?" mi disse. "Vorrei anche dei semi di fiori, come dire, di piante rampicanti per la loggia".
"Questi signora?".
"Sa, è così nuda la mia casa".
Io pensavo come sarebbe stata lei nuda.
"Beh, " disse "E' tardi, per le rampicanti tornerò nel pomeggio".
E mentre pagava soggiunse: "E' suo padre il signor Luigi?".
"Sì".
"Ma che brav'uomo suo padre. Vengo sempre qui io. Ma è fuori suo padre?".
"No, è in ospedale ...".
"Diamine" m'interruppe. "E cos'ha?".
"L'hanno operato d'ernia".
"Ma davvero? Proprio ieri ...".
" E' stato ieri, signora. Una cosa improvvisa". E mi sembrava di servir le risposte come i semi dei fiori.
"Ma quanto mi dispiace" disse.
"Oh, ormai è fuori pericolo".
Raimondo si rifece sotto.
"Giovino'", mi disse.
"Che c'è?".
"Er vostro padre ...".
La signora sembrava non averlo udito, mi stringeva la mano e se andava portandosi dietro i miei occhi.
"Giovinò", disse ancora Raimondo.
"Eh?".
"Me date er tritello co' la favetta? Ma nun ve pago. Er vostro padre me segna".
"Non posso".
"Ma er vostro padre me conosce. So' Raimondo".
"Proprio perché siete Raimondo".
"E mbe?".
"Il conto è diventato troppo alto, e mio padre sta male. Ho bisogno di soldi".
"E io che ye do da magnà a le bestie? Come fo?".
"Sentite. Qui il conto cresce di mille lire al giorno. Non sono un signore, io, che posso permettermi questo. E anche voi non potrete pagare".
"Ma io mica ve frego. E' perché st'inverno ha gelato, e s'è tutto seccato. Mich'è mia la colpa".
"Lo so, ma neanche mia, che posso andar fallito per voi".
"Ma voe nun ce annate fallito".
"A no? Sulla merce che voi comprate e non pagate, non ci guadagno neanche cinque lire. La tengo perchè una bottega deve aver tutto. Voi me ne prendete più di mille lire al giorno, a credito. Lo sapete che tutto il guadagno della bottega è nelle vostre mani, e che per mangiare io vado sotto?"
"Ma er vostro padre ..."
"Mio padre un corno. V'ha agevolato fin troppo. Io non posso continuare. Non posso. Capite?".
Ma non capiva e non se ne andava; e continuava a gurdarmi con gli occhi di un cane, perché non capiva, perché era povero.





JENNY
C'è stato sempre un momento della mia vita che, destandomi all'alba, ho inteso le cose come un presagio. Allora nulla accade ch'io non tenga per sempre. Possono essere avvenimenti dall'apparenza più o meno grande, ma tutti sembrano avere uno scopo conseguente. Non ch'io ne abbia la coscienza immediata, ma sento la pienezza di ogni istante, felice o infelice, e sento che qualcos'altro deve accadere. E se alla fine della vicenda penso l'ultimo suo momento, sento che tutto il corso della mia vita, fatti di istanti e di sensazioni disperse e dimenticate, s'addensa e crea l'ultimo evento.

***


Quando mi svegliai erano le tre e un quarto del pomeriggio.
"Accidenti" dissi, "ho fatto tardi".
Mi alzai ed andai a lavarmi perché ero matido di sudore. Faceva caldo per Giugno quell'anno.
Finii, presi i libri ed uscii. Le strade erano assolate e deserte. Guardai l'orologio: venti minuti alle quattro.
"Quaranta minuti di ritardo" pensai.
"Ciao Jack" m'intesi salutare.
Non so perché gli amici mi hanno sempre chiamato Jack.
"Ciao Giulia".
"Dove vai?".
"Dovrei andare a lezione. Gli esami sono prossimi, ed io sono in ritardo sui programmi. E tu?".
"Vado in su," disse "a studiare. Ho bisogno di aria fine. Sono esaurita".
"Anch'io. Cosa studi?".
"Italiano. Sono indietro e ho paura. A noi privatisti ci mazzuolano".
"A chi lo dici. Ho ventidue anni ormai, e non vorrei esere respinto".
Subito mi pentii di aver detto la mia età. Giulia aveva trent'anni, si era messa a studiare a ventotto, ed ora si preparava per il esami di Ragioneria.
"Tu sei forte in Italiano" disse. "Vieni con me. Prepareremo qualcosa insieme".
Guardai l'ora: le tre e tre quarti.
"Vengo con te" risposi."Ormai è tardi per la mia lezione di matematica".
C'incamminammo, e Giulia mi parlò delle sue apprensioni per gli esami. La strada era lunga e ripida.
Già i grandi palazzi della città rimanevano alle nostre spalle. Piccole case e osterie ci venivano incontro. Sorpassammo un orto, poi la caserma della Scuola di Guerra; infine salimmo sulla collina del convento dei Cappuccini. La facciata del monastero era assolata. Noi ci sedemmo sotto la croce dell'obelisco ai margini del piazzale dove c'era un po' d'ombra. Un frate si avvicinò.
"Auguri" ci disse.
"Ma padre," gli risposi "siamo venuti a studiare".
Ci guardò incredulo.
"Dio vi benedica" disse, e se ne andò nel sole.
Ridemmo.
Giulia tirò fuori dalla borsa l'antologia italiana, e cominciammo a ripassare Leopardi.
"Leggi tu" disse.
Cominciai: "Silvia rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ..."
"Ridenti e fuggitivi" continuò Giulia, e mi guardò fissa negli occhi.
Io pensavo a Milena che s'era sposata. Giulia mi passò un braccio sulle spalle. Mi intesi imabarazzato. Continuai a leggere:
"... Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi e quinci il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch'io sentiva in seno ..."
Giulia m'interruppe.
"Sono tanto infelice" disse e passò le dita fra i miei capelli.
Stupidamente le chiesi: "Cos'hai?".
Lei senza rispondere mi abbracciò, ed io restai fermo.
"Sto diventando una puttana" disse.
Allora, non so per quale inibizione,
"Giulia," le dissi "smettila. Non parlare così".
Continuava a baciarmi sul collo.
"Smettila" le dissi ancora.
"Sto diventando una puttana".
"Finiscila. Non devi parlare così. Vieni via. Su, andiamo a farci una camminata".
Non so perché la respinsi, però la condussi sempre più lontano dalla città..
Andammo in su, per le mulattire fiancheggiate dai rovi; e, giunti sul colle della Ficoncella, ci sedemmo. Eravamo stanchi. ci togliemmo le scarpe, e ci bagnammo i piedi nelle acque solfuree.
Stesi sull'erba, guardavo le nuvole che dal mare andavano verso Tarquinia. Là un giorno m'ero innamorato. Giulia mi venne sopra. Io non mi mossi. Cominciò a baciarmi dappertutto.
"Sto diventando una puttana" disse.
Ora, le nuvole invadevano le valli, e Tarquinia diventava sempre più confusa nella mia mente.

***


Giulia rimase supina, con gli occhi spenti. Per un po' non parlammo. Continuammo fino a sera; e, quando le nuvole minacciarono seriamente, tornammo in città. Nella notte feci sogni inquieti. Al mattino seguente mi svegliai col mal di testa. Avrei dovuto studiare, ma non feci niente. Uscii.
In via Cencelle, gruppi di giovani sedevano annoiati sui gradini del mobilificio Pierucci. Lì, trovai gli amici e sedetti. Si parlò senza calore. Stavamo con gli occhi rivolti in basso. Solo quando passava una ragazza, qualcuno sollevava gli occhi, e mandava qualche fischio.
All'ora del pranzo tornai a casa stanco. Mangiai, dormii, alle sei mi alzai perché doveva venire Rosetta. Con la scusa di insegnarmi musica, amoreggiavamo un po'. La sera, poi, tornai con Giulia, e la giornata passò così. Non avevo studiato. Dopo cena uscii ed andai al Bar Nazionale dove gli amici facevano comunella. Gianni, il proprietario del locale, era un ragazzone simpatico. Parlai un pò con lui, feci una passeggiata ed andai a letto.
Passarono i giorni senza che combinassi niente, finché giunse il venti di Giugno. L'indomani avevo gli esami. Solo allora mi resi conto di quanto poco avessi studiato. Dapprima fui preso dal panico, poi mi intorpidii.
Avevo fatto domanda di esami a Roma. Mio zio, che ci abitava, mi aveva invitato a trascorrere da lui i giorni delle prove. Quindi, la sera del venti partii in treno da Civitavecchia.
Avevo portato con me tutti i libri. In treno, cercavo di studiare, ma il ritmo delle ruote mi infastidiva. avevo dinanzi una donna grassoccia. Guardava continuamente intorno e, di quando in quando, mi fissava. Le stava accanto un'altra donna assorta nei propri pensieri. La guardo. Non mi piacciono le sue scarpe. Salgo con lo sguardo lungo le gambe. Lei le accavalla e lascia vedere le ginocchia, poi le copre. Ha in po' di pancia e il seno calato. La fisso e vorrei che se ne accorgesse. L'uomo che mi è accanto è forse suo marito. Fuma, e l'aria spinge il fuma verso di me. Volto la faccia dall'altra parte, e guardo fuori dal finestrino. Piove. Tutto è grigio. I caseggiati di Civitavecchia si allontanano sempre di più, e sempre più astratte appaiono le luci gialle del porto.

"Meglio a chi il senso smarrì dell'essere,
meglio quest'ombra, questa caligine".

M'erano venuti in mente i versi del Carducci.
"Accidenti" pensai. "Non so nemmeno guardar le cose con i miei occhi".
Roma mi stordì. Quella sera andai a letto molto tardi perché avevo cercato di studiare. Nella notte dormii un sonno inquieto e senza sogni.
L'indomani, la prova scritta di Italiano andò bene. Il fatto mi diede fiducia. Nel pomeriggio studiai. La sera andai a passeggiare per le vie del centro. Camminai a lungo. Mi piaceva guardare la gente. Entrai al Brodwey dove stavano girando il film Buonanotte avvocato con Alberto Sordi. Un gran pezzo di figliola ballava un mambo indiavolato. Le mie viscere si commossero. Poi il regista mi cacciò via. Tornai a camminare finché giunsi in Piazza delle Esedra. Ero stanco. Mi appoggiai alla colossale fontana. guardavo in su lungo il getto d'acqua che si rivolge al cielo, e non vedevo più i caffè della piazza, né il traffico di Via Nazionale. Solo il ritmo di un jazz accompagnava il mio sguardo. Considerai le naiadi della fontana. Leda col cigno. Pensai al peccato di quelle donne. Leda era lì con le sue forme nude, impudica nella stretta del cigno; ma l'acqua che le scendeva sui seni sembrava lavarla.
Anche le prove scritte di Latino e di Matematica andarono bene. Proprio perché non avevo studiato, questi successi mi insuperbirono al punto che, nei dieci giorni che intercorsero per gli orali, non combinai niente.
Ero tornato a Civitavecchia. Passavo tutto il tempo dormendo e passeggiando sul mare. Guardavo le ragazze, e non studiavo.
Il giorno degli orali del gruppo scientifico, andai a Roma al mattino e ritornai la sera stessa. In matematica me l'ero cavata con una buona dose di intuito, ma in Fisica ed in Scienze ero crollato. Nel complesso non ero scontento. Puntavo tutto sul gruppo letterario.
Passò un'altra settimana, e il diciannove Luglio mi presentai agli esami.
La testa mi doleva. Mi ero alzato presto al mattino. Il giorno avanti avevo studiato fino a notte tarda. Avevo letto tutta la letteratura latina, tutta la storia e dieci canti del Paradiso. Però, nell'attesa di essere interrogato, i miei nervi crollarono. Era mezzogiorno. Dalle otto aspettavo. Appoggiato alla finestra, quelle ore m'erano sembrate un tempo così lungo che mi smemorava. Ad ogni istante che passava sentivo che i miei nervi si indebolivano. Avevo perso fiducia, ed ero ansioso di venire alla fine. Accesi una sigaretta. Era la decima nella mattinata.
Pian piano i miei nervi si stesero, ma ero preso da una perplessità nella quale salivano e navigavano vaghi strati emotivi sospesi e dimenticati. Guardo fuori la finestra. In una specie di allucinazione mi appare il mercato di Campo di Fiori ed il traffico di Corso Vittorio; al di là, Piazza Venezia, l'Altare della Patria; più in su, Via Veneto, Via Nazionale, Piazza Esedra con la fontana, Leda col cigno, ma così lontana. Un giorno, guardano le stelle, volevo morire.
Qualcuno mi chiama. Un compagno mi scuote.
"Chiamano te?" disse.
"Chi?".
M'intesi chiamare di nuovo.
"Presente" risposi ed andai verso il tavolo dei professori. Sedetti. M'interrogarono.
M'ero ormai ripreso. Questionai con il professore di filosofia.
"Non posso pormi come puro spirito" gli dicevo.
Lui mi disse: "E allora Dante? Non concepì puri spiriti nel Paradiso?".
Gli argomentai che in Dante quei puri spiriti vivono di concretezza artistica.
Alla fine, il professore barbugliò qualcosa che non capii, ma quando mi alzai dalla sedia per passare al banco di Latino, sapevo che mi avrebbe promosso.
Le altre materie andarono bene. Incantai le professoresse di Latino e di Italiano dicendo loro che non condividevo la traduzione di un verso di Orazio fatta dal commentatore del testo. In proposito, raccontai come sorpreso, nella traduzione, dalla bellezza del verso, mi ero lasciato trasportate da un'onda di immagini, ed avevo composto una mia poesia. Me la fecero recitare, e così finirono gli esami.
Uscii per le strade che tutto mi sembrava bello, ma una nausea sottile cominciava a prendermi lo stomaco. Avevo fumato troppo. Presi il Sessantaquattro per la stazione Termini; e, quando passai per Piazza Esedra, la fontana era secca. Gli spazzini raschiavano quella poc'acqua rimasta in fondo alla vasca. Sotto il sole rovente di Luglio, Roma bruciava. Leda, immobile nel bronzo calcinato di sole, sembrava una prostituta.
Volevo tornare a Civitavecchia, ma invece andai da mio zio. Presi il Trentanove per i Parioli, e mezz'ora dopo ero seduto a pranzo.
Non avevo fame. Dopo i primi bocconi avvertii dei conati di vomito. Un'altra forchettata di spaghetti e avrei rigettato.
"Non ho fame" mi scusai. "Ho studiato molto in questi ultimi tempi, e sono stanchissimo. Sarà bene che torni a casa".
Ma in effetti non ne avevo voglia. Roma mi piaceva troppo.
"C'è un treno che passa da Trastevere alle sedici e tre" disse mio zio. "Se fai presto, lo prendi".
Cinque minuti dopo era sul C, e alle sedici sul treno.
Era un accelerato, e questo mi indisponeva: si sarebbe fermato ad ogni paesino.
La stazione era gremita di gente che andava al mare: famiglie, gruppi di giovani, qualche lavoratore.
Quando il treno partì mi trovai in mezzo a una comitiva di allegroni che mi infastidiva.
"Come se non fossi capace di far meglio di loro" pensai.
"Ciao moro" mi disse una di quelle ragazze che avevano i pantaloni corti.
"Ciao piccola".
"Perché mi chiami piccola? Siamo mica nel Texas".
"Sembra di sì".
"E perché?".
"Le cow-girl portano i pantaloni".
La ragazza sorrise.
"Dovresti portarli sempre" le dissi.
"Si? Ti piacciono?".
"I pantaloni?".
"E che altro?".
"Le gambe".
Lei rise. Mi sedetti dalla sua parte.
"Dove scendi?" mi chiese.
"A Civitavecchia. E tu?".
"A Fregene".
"Mi dispiace".
"Hun" fece lei.
Il treno fermò alla prima stazione.
"Magliana" gridò il ferroviere.
La comitiva si riversò sui finestrini.
"Hai belle gambe" dissi alla ragazza sfiorandole il ginocchio con una mano.
"Fermo!" mi disse in un grido soffocato.
Il treno ripartiva. Tutti tornarono ai loro posti.
La ragazza sembrava non considerarmi più. Non mi guardava, e se parlavo non rispondeva. Allora, mi buttai sullo schienale cercando di assopirmi. Passò un po' di tempo, ed intesi che, nel rullio del treno, il ginocchio della ragazza batteva sul mio. Mi sollevai e vidi che lei fingeva di dormire. La comitiva s'era afflosciata. Ognuno sonnecchiava in un angolo. Molta gente era scesa alle stazioni passate. Mi avvicinai col viso e le dissi:
"Andiamo via da qui".
Non mi rispose.
"Vieni".
"Ma dove?".
"Vieni".
Ci alzammo e percorremmo tutto il treno fino al vagone di coda. Non c'era nessuno. Ci mettemmo sull'ultimo sedile al di là del quale non c'era che una lunga fuga di rotaie.

***


Quando il treno ripartì da Fregene,
"Ciao moro" mi gridò di là dal marciapiedi.
"Ciao picc ... . Come ti chiami?".
La ragazza gridò forse il suo nome, ma già il treno ripartiva, e il rumore degli stantuffi coprì la sua voce.
Andai a sdraiarmi su un sedile e m'assopii.
Il sole era ancora alto quando mi svegliai. Nei sedili accanto s'erano accomodati un contadino e due suore.
Guardai fuori dal finestrino. Il mare brillava come acciaio liquido sotto i raggi del sole, e le onde scivolavano cautamente sulla secca fino agli scogli bruni della riviera.
Se dal mare non fosse arrivata la brezza, c'era da crepar di caldo nel vagone. Il contadino dormiva, le suore sbuffavano qualche Ave Maria. Cambiai posto. Non restava che attendere di arrivare.
Passarono le ultime stazioni, Santa Severa, Santa Marinella, poi finalmente vidi lontana Civitavecchia. Sulla via Aurelia, gruppi di giovani tornavano dagli stabilimenti balneari; e, appena fui a Civitavecchia, incontrai degli amici che ritornavano. Feci con loro un po' della strada, poi li lasciai al semaforo di via Cencelle e me ne andai a casa.

***


Il giorno dopo mi svegliai tardi ed andai a passeggiare lungo mare. Il caldo mi opprimeva, ma non avevo voglia di fare il bagno. Dal muretto vidi gli amici sulla spiaggia. Scesi, ed essi mi festeggiarono.
"Non fai il bagno?" mi domandò Tonino.
"No. Sono fiacco. E poi sono bianco, e non ho nemmeno il costume".
Tony tornava a riva con un gruppo di ragazze.
"Ciao Jack" mi gridò
"Ciao".
"Beh, non fai il bagno?".
"Non ne ho voglia".
"Buttiamolo a mare" gridarono le ragazze.
Me la squagliai, ma poco dopo tornai. Sapevo d'aver fatto una figuraccia.
Una ragazza mi disse: "Sei così permaloso?".
"Oh, no" mi scusai. "E' perché sono senza costume".
"Ehi" dissi a Pippo, "dove hai pescato tante ragazze?".
"Io no. Loro hanno pescato me".
Risero tutti.
Dopo un po' tornammo a casa.
Nel pomeriggio andai con Giulia. Mi chiese dei miei esami, mi parlò dei suoi. Forse anche lei ce l'avrebbe fatta. Ci arrampicammo su per le strade che vanno ai monti, ma io guardavo, al di là, verso Tarquinia.
"Cos'hai?" mi chiese Giulia. "Sei distratto".
"Sono stanco per gli esami" risposi.
Giulia mi baciò. Io le morsi le labbra: "non verrò più con te". Il sole tramontava, e Tarquinia era una macchia scura sull'orizzonte.
La notte ci sorprese fra le stoppie.
"Guarda! Le lucciole" disse Giulia.
"Sì".
Erano assurde. Non per Giulia le avevo sognate.
L'indomani lei mi cercò sulla spiaggia, ma io ero andato a pescare fuori città. Passarono alcuni giorni, e quando mi dissero che non veniva più al mare, tornai fra gli amici.

***


M'ero svegliato coi primi rumori che salivano dal mercato del pesce. Udivo il rimbalzo dei carretti sulle buche della strada, e già dalle bancarelle partiva il primo richiamo dei venditori.
"Pesciuhu vihivoohoho" gridarono i Pozzuolani.
Quando mi alzai, il sole era già alto sui monti di Tolfa. Attraverso la finestra della stanza di rimpetto vedevo una ragazza che si lavava. Udivo persino il risucchio dell'acqua, ma non riuscivo a vederla più giù del seno. Rimasi in agguato e, quando si sollevò dalla vasca, la vidi un attimo nuda prima chel'accappatoio la coprisse.
Cominciai a farmi la barba. Lo specchio appeso all'imposta del davanzale rimandava le immagini della stanza.
La ragazza passò nella luce della finestra. Era in vestaglia stavolta. Non distinguevo bene il suo viso, ma i suoi capelli erano biondi.
Alle otto, udii il fischio di Tony che mi chiamava da sotto la finestra. Lui passava sempre a prendermi, ma non saliva in casa, fischiava. Insieme andammo al porticciolo della Lega Navale dove c'era il suo cutter. C'inguazzammo i piedi nell'acqua scura di alghe marcite, fra gli scogli di protezione e la fogna che serviva pure da banchina. Alberammo le vele, e via, verso quella meta azzurra che è l'orizzonte.
Avevo una mano nell'acqua, e mi piaceva guardare la scia che lasciava.
"Accidenti" mi gridò Tony. "Sfido io che la barca pende! Togli quella mano".
Mi stesi a prua sotto il sole che mi bruciava. Tony cominciò a cantare:
"Quell'erba nascosta nel fondo del mare
valla a cercar.
Stanotte scendi in fondo al mar,
si chiama oblio..."
"Tony" gli dissi sfottendolo, "cosa devi dimenticare"?
"Niente. Mi piace il mare".
Navigando verso il largo andavamo incontro ad onde lunghe sulle quali la barca prima si alzava e poi ricadeva con un tonfo. D'un tratto, decidemmo di ritornare.
A riva trovammo gli amici al completo. Andammo tutti al Pirgo a fare il bagno.
La spiaggia era affollata, e il mio sguardo cercava soprattutto il corpi delle ragazze stese nel sole. Dopo il bagno, ognuno affondò nella rena, ognuno coi suoi desideri.
Il sole m'aveva asciugato la pelle, ma gocciole di sudore mi cominciavano a calar dalle tempie e dai fianchi. Abbandonato nella rena, sentivo come se tutto il mondo si riposasse. Il mare fluiva appena sulla riva, e lisciava i sassi affioranti. Erano per lo più mattoni provenienti dagli scarichi di macerie del dopoguerra, che il mare aveva roso e riportati a riva.
Fu allora che Tony mi presentò Jenny.
"Piacere, Jack" dissi.
"Sei inglese?" mi domandò la ragazza con una strana pronuncia.
"No".
"Io ... sono ... americana".
"My name is Robert" dissi, "but the friends call me Jack".
Jenny sorrise.
"Can you understand if I speak English?" disse.
"A little, if you speak very slowly".
Tony era seccato perchè non capiva.
"Mi sta domandando", lo informai "se parlo inglese".
"Preferisco parlare italiano" interloquì Jenny. "Vorrei imparare bene la vostra lingua".
"Resterai molto in Italia?" le chiesi.
"Credo tutta l'estate".
Le sorrisi e lei mi guardò con uno sguardo che non capivo. Aveva quella bellezza che solo le donne del nord hanno se solo belle.
All'ora del pranzo tornammo tutti a casa, ma prima accompagnammo l'americana.
Al portone le chiesi:
"Can I go to you in this night? We can go to cinema".
Lei sorrise del mio cattivo Inglese, e nel modo più semplice mi rispose: "Yes, with pleasure".
Credevo che nessuno ci avesse capiti, invece quando quella sera al cinema arena Bernini, vidi arrivare tutti gli amici a prendermi in giro, mi diedi dello scemo. Per maggior disgrazia c'era anche Giulia.

***


"Ieri gli amici mi hanno preso in giro" dissi a Jenny.
"Perché?".
"Perché ero con te".
"Non capisco. Forse non mi vogliono?".
"Oh no, non é questo".
"E perché allora?".
"Vedi? I mei amici sono fatti così. Non devi avertela a male. Sono fatti così".
Non disse più niente.
Giulia si avvicinò:
"Ciao Jack".
"Ciao".
"Ti sei fatto la fidanzata?".
"No" risposi. "Ma tu dove sei stati tutti questi giorni?" le chiesi con ipocrisia.
Lei non rispose e mi guardò male. Si lisciò le mani sul vestito e raggiunse un gruppo di amici.
Non era il caso di fare il bagno. Grossi nuvoloni salivano da ponente e già oscuravano il sole.
"Un temporale" dissi a Tony che si avvicinava.
"Accidenti", bifonchiò, "non è nemmeno Agosto, e già il tempo si guasta".
Ma quel giorno non piovve. Dal mare soffiava un vento caldo e umido che appiccicava addosso la polvere dei cumuli di macerie che si trovavano ancora in certi angoli a ricordarci i bombardamenti subiti dalla città. Nella sera si videro lampi sull'orizzonte; e, al mattino seguente, piovve.
Stavo al riparo sotto l'ampio cornicione del mobilificio Pierucci guardando sulla strada l'acqua che s'ingorgava fra le serraglie delle sentine, e pensavo a Jenny che la sera avanti avevo baciato.
"Ciao Jack" mi gridò un giovane sconosciuto che arrancava nell'acqua della strada per raggiungere il riparo del mobilificio.
"Ciao" risposi. "Ma ..., perbacco, ... Giorgio!".
"Come stai Jack?".
"Bene. Ma tu, piuttosto, come mai sei qui?".
"Sto un paio di giorni da mia nonna".
Giorgio viveva a Roma, e faceva il giornalista. Sedemmo sui gradini. Avevo un sacco di cose da dirgli, ma non ne feci nulla. Fu lui, invece, che mi portò un argomento dimenticato.
"Jack".
"Hum".
"Jack".
"E parla!".
"Che fine hai fatto con ... . Come si chiama?".
"Chi?".
"Ma sì ... , accidenti, ... Milena".
"Oh, và al diavolo".
Non sono tornato per litigare con te".
"Ma io non litigo. Sei tu che rompi".
Tacque un momento, poi mi ridomandò:
"Beh. Milena?".
"S'è sposata".
"Lo so".
"E come lo sai se nemmeno la conoscevi? Lei stava a Tarquinia".
"Da molto non la vedevi?".
"Sì".
"Ascolta. Jack, ho da raccontarti qualcosa".
Tacqui nell'atteggiamento di chi attende. Giorgio esitò. C'era molta gente intorno. Continuava a piovere. "Accidenti", pensai. Ci mettemmo in un angolo, lui tutto circospetto, io con la mente ansiosa ed assorta.
"Mi sono fidanzato" disse.
"Complimenti! Ma per dirmelo occorreva tanta cautela?".
"No, ma ascolta. La mia ragazza è tarquiniese".
Mi feci più attento.
Giorgio continuò: "Ho saputo qualcosa da lei che ti riguarda".
"Mi conosce?".
"No, ma conosce Milena".
"Insomma, che c'è".
"Per non sposarsi tentò di uccidersi".
La mia mente si svuotò:
"Chi?".
"Milena, per te".
"Per me?".
"Sembra".
"Non può essere".
"Perché".
"Perché era tanto tempo che non la vedevo".
"L'amavi?".
Ebbi pietà di quella parola: "Sì".
"Anche lei ti amava".
"No".
"Ma perché?".
"Senti, Giorgio, non imbrogliarmi. Ora io ho da dirti qualcosa". Lo trascinai sotto la pioggia al più vicino portone. "Ascolta, Giorgio, e non contarmi balle. Quella ragazza non m'interessa più".
"Dici così perché sei ancora cotto".
"Forse sì. M'è rimasta una malattia, ma quel che dico è vero. Ascolta,Giorgio, io non l' ho mai toccata quella ragazza".
"Questo non c'entra".
"Giorgio, non rompere. Quando lei si sposò non era fidanzata con me, ma con un'altro. Se voleva morire l'avrà fatto per lui. M'han detto che lei a Roma conobbe un inglese che la portava in America, e dopo una settimana lo sposò. Poi si lasciarono. Ora, dicono che lei vive a Roma con un tipo, non so chi sia".
"Ti voleva bene".
"Un accidenti! Le scrissi pure. Perché non ha risposto?".
"Questo non lo so. Ma tu non cercasti di vederla?".
"Sì, andavo sempre a Tarquinia, ma diventavo un idiota se la vedevo, e poi non la trovavo mai. Era sempre fuori".
"Mi fai pena".
"Non ho bisogno della tua pena".
"Fai pena perché badi alle chiacchiere come una serva".
"Giorgio, " gli dissi più calmo "non io ho ascoltato le chiacchiere, ma tu. Sentimi bene. T'ho gia detto che era fidanzata con un altro quando sposò. Se ci uccise lo fece per lui".
"Ma come possono dire che lo fece per te?".
"Queste sono chiacchiere. Tutti sapevano che ne ero innamorato; e qualunque cosa Milena abbia fatto, avranno pensato che l'ha fatta per me".
"Eppure la mia ragazza è amica di Milena".
Anche quello era un fatto, ma non poteva esser vero.
"Beh", dissi a Giorgio, "fumiamoci una sigaretta", e gliela porsi.
"Grazie".
Spioveva ormai, e sotto l'ultime gocciole uscimmo a prendere un caffè.
Quella sera non cercai gli amici. Scesi lungo il mare a guardar le lampare, ma trovai Jenny.

***


Sull'isolotto del Pirgo, l'Hot Club Jazz suonava da un pezzo. L'aria era immobile e il sole tramontava quando arrivai con Jenny. Sulla pista trovammo gli amici. C'era Pippo, Giorgio, Tonino e tutti gli altri. C'era anche Giulia.
Rosetta ebbe un guizzo quando mi vide:
"Ragazzi, Jack s'è innamorato".
Per fortuna Jenny non capì o sembrò.
Io per far finta di niente chiesi un ballo a Rosetta. Poi Giorgio venne a ricordarmi Milena, ma lo scansai. Mi trovai solo. Gli altri ballavano tutti. Anche Jenny ballava.
Passai al bar a prendere una birra, m'appoggiai sugli scogli e bevvi. L'orchestra eseguiva Somethig's gotta give: "da te voglio qualcosa". Dalla spiaggia le alghe marcite mandavano forte odore dimare, e il caldo velava le stelle lontane.
Venne Jenny e mi disse: "Balliamo".
Sorrisi: "Something's gotta give".
Dopo un po' eravamo tutti smontati: faceva troppo caldo. Ci buttammo sulle sedie addosso ai tavoli a bere birra. Poi, per uno di quei casi così frequenti in comitiva, ci trovammo per le mani una bottiglia di Cognac che nessuno aveva pagato. Cominciammo a berla.
"Basta" diceva Maria. "Fa male".
Ma di lì a poco beveva anche lei. Fu così che un sorso dopo l'altro vuotammo la bottiglia. Eravamo fradici di sudore.
Tony mi guardo fisso e sbotto a ridere.
"Cameriere" chiamò. "Ci porti cognac".
Bevemmo e ballammo ancora. Il caldo ci soffocava. Le danze si protrassero fino a tarda notte. Ci trovammo stanchi e ubbriachi lungo le strade della marina. Sedemmo sulle aiuole di Borgo Odeschalchi, poi scendemmo a cantare sulla scogliera.
Era l'alba, e il sonno ormai ci vinceva. Udii di lontano la voce di Tony:
"Ragazzi, a casa".
Ma la testa di Jenny s'era posata sulla mia spalla
"Something's gotta give", le dissi.
Jenny sorrise, e la baciai mentre chiudeva gli occhi quasi addormentata.

***


A mezzogiorno, quando a casa mi svegliai per il pranzo, avevo Jenny nel sangue.
Dopo mangiato uscii mentre il sole batteva a picco sull'asfalto della città. Mi fermai al chiosco a bere una gassosa, poi andai dove abitava Jenny.
Quando la padrona di casa venne ad aprire mi disse che la signora dormiva. Insistetti, e lei quasi mi cacciò via. Ma, intanto Jenny s'era svegliata. Udii la sua voce che diceva:
"Faccia entrare".
Lei si presentò nell'ingresso ancora insonnolita e in vestaglia da camera.
"Vuole mangiare?" le chiese la padrona.
"Vorrei solo del caffè freddo" rispose "e qualche biscotto".
Mi fece entrare nella sua stanza.
"Perché sei venuto ?" mi disse.
Io non risposi.
Venne la padrona con il caffè e i biscotti.
Quando la donna se ne andò, Jenny mi abbracciò, e dopo esserci baciati le dissi:
"Chiudiamo la porta".
Stavolta fu lei che non rispose. Imbarazzata andò allo specchio a ravvivarsi i capelli. Io chiusi a chiave la porta.Jenny si voltò lentamente verso di me e mi guardò senza parlare. Ora le ero accanto. Lei mi abbracciò. Lentamente. Senza parole. La vestaglia s'era aperta sul seno. Lentamente. C'era il canto delle cicale. La vestaglia era in terra. Jenny sul letto.
"Jack", gridò, "o Jack!".
Per me. Per te. Questo. Solo questo. E' tutto.

***


Jenny era ancora calda. Restrava nuda coi capelli appiccicati di sudore alla fronte; bionda, gli occhi chiari eccitati. Dove il sole non l'aveva bruciata, la sua carne era bianca. Stava supina, e mi guardava sorridendo, poi prese un lembo del lenzuolo e si coprì tutta. Allora mi chinai sul suo orecchio e le dissi qualcosa che non ricordo.
Lei divenne un attimo triste, poi si levò sulle ginocchia a fu nuda. Ci alzammo per andare alla finestra che da lontano guardava il mare. Per il caldo umido, le cose più lontano tremolavano come se l'aria fosse acquosa, e il cielo sembrava riflesso da uno specchio bagnato. Facemmo una doccia fredda e tornammo sul letto.
Così per più giorni non vedemmo gli amici.
Al mattino andavamo sulle spiagge fuori città; e la sera, col fresco, salivamo sulle colline, e facevamo all'amore dietro un rovo o in un fosso.
Un pomeriggio andammo alla spiaggia di Sant'Agostino. Ci distendemmo sulla rena. Jenny era abbronzata dal sole.
"Prendiamo una barca" disse.
"E' una buona idea".
"Vado io a cercare un noleggio" disse e si allontanò un po'.
Rimasi solo. Intorno molti bagnanti. Un bambino raccoglieva ciottoli e li lanciava in mare facendoli rimbalzare sul filo dell'acqua. Il colore del cielo era intenso quel pomeriggio. Il sole era già all'orizzonte, e si allungava in lunghi riflessi di luce fino alla spiaggia.
Forse fu quel bambino. Ora pensavo a Milena quando ragazzo la rincorrevo sui ciottoli del mio paese. A quel tempo m'ero accorto che il cielo si tingeva di rosso al mattino, e che quando le nuvole salivano dal mare fuggivano dietro i monti. Ora l'avevo perduta, ma senza rimpianto.
Jenny tornò, ed io m'accorsi di amarla solo da quel momento. Lei mi indicò una barca, e
"Presto!" mi disse. "Che‚ il sole tramonta".
Ci spingemmo al largo, e lei volle che facessimo il bagno nudi. Nuotammo a lungo e ci rincorremmo sott'acqua. L'amavo per quel suo corpo nudo e sereno, la sua volontà di vivere, il suo piacere e il suo amore.
L'amavo, ed ora l'avevo fra le braccia, e la barca oscillava e intorno era buio.
"Jack," mi disse "per sempre".

***


Puntualmente, Tony ogni mattina era passato a fischiare sotto la mia finestra. Mia madre gli diceva che non sapeva dov'ero. E un giorno Tony decise seriamente di capirci qualcosa.
L'indomani al mare riunì gli amici, e chiese se avevano più visto Jack. Ma nessuno sapeva niente. Uno disse:
"Avrà sposato". E tutti risero.
"E chi?" chiese Giorgio con negligenza.
"Ma?... L'americana".
L'insinuazione tormentò Tony per qualche girono. Certo, non credeva che avessi sposato, ma il fatto dell'americana gli sapeva di bruciato.
Proprio allora Tony s'era preso la cotta per una ragazza che da poco era entrata in comitiva. Tony è lungo di mano, così un pomeriggio lo trovai in un fosso a far l'amore mentre tornavo con Jenny dalla campagna.
Ci guardammo fissi, e Tony voleva sfottermi, ed io volevo sfottere lui, ma ci trovammo abbracciati morti dal ridere.
"Tony!".
"Jack!".
Tornammo in città tutti e quattro insieme. Tony aveva fatto le presentazioni con Milly, così chiamava la sua "piccola". Da principio Milly era rimasta imbarazzata per quell'incontro, poi la vidi prender confidenza con Jenny.
Andammo al cinema, e fu solo dopo cena che Jenny disse a Tony:
"Partirò fra qualche giorno".
Io non avevo ben capito:
"Cosa?".
Jenny cercò di non guardarmi:
"Devo tornare in America".
Non dissi niente, ma più tardi quando la accompagnai a casa, volli capire, e solo allora seppi che era sposata. Jenny mi abbracciò e disse:
"Non c'è niente da fare, Jack, la missione in Italia di mio marito è finita. Torniamo in America".
"Ma allora...".
"Allora niente, Jack. Parto. Non posso far niente".
Ora piangeva sulla mia spalla.
"Quando?" le chiesi.
"Il cinque Settembre devo trovarmi a Roma".
"Abbiamo ancora una settimana".
La settimana non era scaduta, e Jenny ricevette un telegramma dove il marito le diceva di procrastinare al diciannove l'incontro a Roma a causa di nuovi impegni.
Passavano i giorni, e ormai l'estate declinava senza che una nuvola portasse in po' d'ombra. Quella stagione fu la più lunga e calda ch'io ricordi nella mia vita. Jenny era sempre più bella, al colmo di un amore che si prolungava oltre il confine di un'avventura.
Jenny mi disse:
"Voglio sposarti".
Non risposi.
"Non mi vuoi? Divorzierò da mio marito".
Ma un giorno fu come destarsi col cuore improvvisamente invecchiato. Quel cielo, quel mare non ci appartengono più. Non è più estate. Le spiagge dono deserte. Ognuno è tornato al lavoro. Solo noi restiamo coi nostri sogni a guardare il mare che batte e scivola sulle seccaie.
Dissi a Jenny:
"Jenny, se io lavorassi, se potessi darti qualcosa".
Lei mi abbracciò:
"Ma questo non ha importanza. Capisci?".
"Non dirmi niente, non parlare, ti prego, se m'ami non parlare, rimani così, senza parlare, come fosse per sempre".


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