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Vetrina degli Autori
CRISTINA PARENTE, nata a La Spezia nel 1965, risiede a Recco (Genova). Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere e Moderne all’Università di Genova presentando la tesi "La concezione della donna in Dante Alighieri e in D. G. Rossetti", classificatasi terza al premio nazionale "Città di Torino" e recensita sul N.4/98 della rivista "Cultura e Società".
Ama il disegno fin dalla più tenera età e si è avvicinata alla pittura nel corso degli anni, sperimentando varie tecniche e materiali, tra cui la ceramica, per approdare nel ‘96 al dipinto su ardesia.
Quasi parallelamente alla pittura scoprì, più per ragioni interiori che per ambizioni letterarie, uno spontaneo interesse per la composizione poetica, forse per ritrovare "un ricco tesoro sepolto da un’eternità", un’espressione più autentica tra se stessa e il mondo.
PUBBLICAZIONI E RICONOSCIMENTI
Poesie e Narrativa
Poesie partecipanti a premi, pubblicate nelle seguenti antologie:
· 1989 - "Poesie per un bambino", a cura di F. Ballero, All’Insegna del Grillo, Genova;
· 1989 - "Antologia dei Sabati Letterari fiorentini 1989/90", a cura dell’Accademia Alfieri (MI);
· 1990 - "L’Autodidatta 1990", Artecultura, Milano;
· 1990 - "Spiragli - Antologia di giovani poeti", a cura di A. Villa, Nuova Brianza, ed. Cassago (CO);
· 1998 - "Come colombe dal disio chiamate", Ibiskos Editrice, Empoli (FI);
· 1998 - "Poesie d’Italia", a cura del C.L.I.;
· 1998 - "Vivere il mare", Ed. Tigullio-Bacherontius, S. Margherita L. (GE);
· 1998 - "Oltre la vita", Ed. Tigullio-Bacherontius, S. Margherita L. (GE).
Poesie pubblicate nelle seguenti antologie:
· 1989 - "Poeti e Novellieri Contemporanei", Golden Press ed., Genova;
· 1994 - "Poeti e Novellieri", Golden Press ed., Genova;
· 1996 - "Fior da Fiore", Golden Press ed., Genova;
· 1997 - "Ritratti poetici", (raccolta personale), Golden Press ed., Genova.
· 1997 - "La Casa Parlante" (Gruppo poetico universitario aderente al Manifesto dell’Antilibro promosso da Marta Vincenzi), di A. Burlando e Pippo Piersantelli, Totalprint Ed., Genova.
Racconto pubblicato nella seguente antologia:
· 1998 - "Racconti d’Italia", a cura del C.L.I.
Pittura
· 1995 - Collettiva alla Sala Primi (Rapallo);
· 1996 - Collettiva al Castello di Rapallo;
· 1996 - Collettiva al Caffè Mazzini (Rapallo);
· 1996 - Personale alla Gelateria Cavassa (Recco);
· 1998 - Collettiva alla "Galleria degli Artisti" (Rapallo);
· 1998 - Personale a Portofino (Oratorio – Via Roma);
· 1999 - Personale a Boccadasse (Via Aurora, 8r).
Premi e riconoscimenti
· 1990 - 6° premio al concorso del C.L.I. di F. Fioretti (LT);
· 1998 - Diploma di finalista al premio "Vittorio G. Rossi" , diretto da M. Delpino, Santa Margherita Ligure (Ge);
· 1998 - Diploma di finalista al premio "Carol Delfranco", diretto da M. Delpino, Santa Margherita Ligure (Ge);
· 1998 - 3° premio assoluto per l’opera "La concezione della donna in Dante Alighieri e in D. G. Rossetti" (tesi di laurea) al premio letterario "Città di Torino" promosso dal Centro Studi Cultura e Società di Torino;
· 1998 - Segnalazione di merito per l’opera "Venere rivisitata" (pastelli olio su ardesia, 30x20) al "Premio per la Pace" promosso dal Centro Studi Cultura e Società di Torino;
· 1999 - 4° premio al concorso "La Campana" promosso dalla Pro Loco di Avegno (Ge).
L''ALBA
Era agosto: una di quelle calde e afosissime giornate d’agosto di cui avverti l’oppressione appena ti alzi. Solo all’alba ti rianimi, per quell’oasi di freschezza che sembra provenire da un ventilatore appeso al soffitto, e che ti accorgi arrivare dalla finestra, quasi spalancata, accanto al tuo letto.
L’alba: una dolce sconosciuta a cui non tutti hanno il piacere di sorridere. Deve essere fantastico stare sulla riva del mare quando ancora il sole non è spuntato e tutto è ancora avvolto di mistero e di silenzio. Gli scogli sembrano ombre riflesse sull’acqua, che trema appena sulla spiaggia, e tutto è incanto…
Sara non aveva mai visto l’alba, ma la stava immaginando, cercando di capovolgere l’estatico momento del tramonto… E mentre sognava il suo primo incontro con l"’Annunciatrice del giorno", cadeva in un sonno leggero ma riposante, che alimentava la sua fantasia, liberandola.
Sara era arrivata in spiaggia molto presto e si sedette sulle pietre vicino all’acqua. Intorno a lei non c’era nessuno, lei si sentiva in pace col mondo intero e con se stessa. Seguiva con gli occhi attenti i pesci che giocavano, ora a gruppi, ora solitari, insolitamente vivaci, forse perché sicuri di non incappare in qualche trappola umana.
La ragazza guardava l’orizzonte sorvolato da gabbiani… I gabbiani sono affascinanti, riescono a volare in modo maestoso e allo stesso tempo lieve, con un candido battito di ali. Come i colombi mostrano simpatia per gli esseri umani, ai quali si avvicinano per trovare cibo. Ma la loro grazia è smisurata in confronto ai colombi, e portano con sé tanti misteri, come numerosi sono i loro viaggi, carichi d’esotismo…
Sara pensava fra sé e sé, assorta in un monologo, ma quasi parlando ad alta voce, guidata dalla tenera vivacità dei suoi pensieri. Ad un tratto s’alzò, come sospinta dalla forza di quelle riflessioni. Si ritrovò, immobile, dentro l’acqua, con lo sguardo rivolto alla fragile linea che spacca a metà l’azzurro. Delicatamente annodò la veste, mentre la prima timida onda s’increspava in basso, alle caviglie. L’acqua era tiepida, invitante. Stette ancora lì, dritta sulla battigia, e il petto le si gonfiò in gola per l’inebriante brezza. In quel momento non esisteva che lei, e il mare davanti a sé. Quel meraviglioso attimo non doveva cristalizzarsi, Sara non desiderava tramutarsi in una statua di sale, lei voleva soltanto respirare profondamente per sciogliere il nodo alla sua anima. Guardandosi attorno si accorse che non esisteva solo il mare, la sua imponenza, il suo potere. Non poteva venirne rapita. Nell’iniziale candore cristallino ora Sara immaginava insidie e ancor più ne avrebbe immaginato se il suo sguardo non fosse stato dirottato altrove.
In alto, il sole lentamente risaliva dall’acqua; i gabbiani spiccavano il volo e volteggiavano assieme agli echi sottostanti. Sull’immensa distesa salata le ultime barche trascinavano i pesci verso il porto, come un turbine d’autunno porta lontano nugoli di foglie.
Improvvisamente una forza repentina e minacciosa scompigliò la fissità del mare. Le onde sembravano fiamme in una foresta alimentata dal vento. Tutto perdeva la calma: il sogno stava scomparendo trascinando con sé anche l’alba.
Quando si svegliò, a Sara rimaneva solo il ricordo, ma tante albe la stavano aspettando, in una vera, magica realtà.
(scritto il 2/11/93)
RISVEGLIARSI CON MIMI'
La dolce Matilde s’aggirava per il grande parco della sua città, in cerca di una panchina per riposare le sue stanche e dolenti gambe. Durante il giorno serpeggiava in mezzo ai frenetici passanti in cerca di qualche spicciolo per poter combattere almeno in parte la sua tenace e nemica fame. Ciò che riusciva a racimolare non era sempre sufficiente a farle vedere un roseo futuro, ma nelle sue condizioni, il rosa lo poteva ammirare in un generoso tramonto o negli eleganti abiti delle boutiques raffinate, che ogni giorno andava a curiosare, cercando di non farsi sorprendere nelle ore più affollate.
Matilde era ormai un’anziana signora che aveva trascorso la maggior parte della sua vita per strada. Dopo che il destino l’aveva abbandonata, Matilde aveva scelto di abbandonare tutto e iniziare una nuova esistenza, libera da vincoli, con la sola prospettiva di girare libera per il mondo.
Ma la nuova vita non era certo magnanima verso di lei, così come per i suoi compagni di sorte che gironzolavano come cani abbandonati in cerca di un rifugio, non sempre facile da trovare, o di un padrone gentile e affettuoso, anche se per poco tempo.
I compagni più fedeli per Matilde erano però i ricordi del suo passato, gli amori giovanili ritratti in fotografie che teneva sempre con sé come portafortuna e come tesori preziosi della sua gioventù, ricordi indelebili della sua imprevedibile vita. Della giovinezza Matilde conservava il ricordo più visibile nel suo aspetto fisico, che, sebbene evocasse la sua reale età, aveva conservato le tracce di una bellezza armoniosa e splendente, emanando ancora una certa vivacità.
Se ne stava seduta sulla solita panchina a contemplare le sue amate immagini per placare la rabbia della sua nemica, più che mai presente nell’ora di pranzo, quando fu sopraffatta dalla potenza della sua fantasia che la fece entrare inconsapevolmente dei dedali variopinti di un lunghissimo sogno. La nota più insolita era la neutralità del suo fisico che, sebbene catapultato nel mondo della giovinezza, ricalcava le impronte della sua attuale vecchiaia. Tuttavia erano avvenuti alcuni mutamenti: il suo spirito era vivo, dipinto di giovanile entusiasmo, il suo cuore palpitava come una ragazzina infatuata, la sua mente era fresca e lucida come nell’età della giovinezza. Tutto ciò risvegliò in lei delle emozioni così intense che la fecero sussultare e riportare alla realtà.
Non aveva ancora riaperto completamente gli occhi, quando sentì attorno a sé un ambiente molto familiare, che non era il parco della sua città. Lei non si trovava su una fredda panchina di una triste via, ma in un soffice letto di una calda camera. Con il nasino all’insù, i suoi occhi incontrarono quelli di Mimì, il suo fedelissimo orsacchiotto che non vedeva da poche ore, ma che a lei sembrava non vederlo da una vita.
(15/01/89)
25 DICEMBRE 1993
Un tenero bacio sulla guancia la mattina di Natale: un risveglio quasi magico e inconsueto, poiché il donatore di quel gesto affettuoso era mia madre. Forse era dai tempi dell’infanzia che non venivo più svegliata in quel modo, o forse era stata la prima volta in tutta la mia vita… Comunque nel mio agitato risveglio riuscii a realizzare lucidamente quel suono articolato sul mio viso e, dopo una brusca interruzione dei miei sogni, aprii gli occhi, ancora timidi di sonno, e fui quasi subito pronta per alzarmi.
In cucina, un grande, dolcissimo gattino sul calendario del nuovo anno già appeso alla parete, mi fece quasi sobbalzare dalla piacevole sorpresa. Improvvisamente, però, quella visione gioiosa richiamò alla mia mente un sogno che avevo fatto quella notte: il mio micio ormai scomparso da quasi due anni, a cui ero profondamente affezionata. Il malinconico ricordo durò qualche minuto. Nello sfogliare le pagine del calendario si era già dissolto, o più che altro sublimato, nei teneri gattini e simpatici cagnolini impressi sulla carta patinata.
La giornata era ancora tutta intera davanti a me. Un’occhiata al cielo per vedere com’era il tempo. Dalla finestra della cucina riuscivo ad intravedere un grande spaccato azzurro, rischiarato dal sole. L’aria era pungente, ma tutto rientrava nella millenaria tradizione natalizia.
Quando uscii di casa vidi le strade quasi deserte, la gente s’incontrava per caso e si sentiva nell’aria un’intensa calma, come se la vigilia del Natale, con le sue usuali pratiche religiose e pagane, avesse sommerso tutti da un’atavica stanchezza.
Prima di entrare in chiesa, il mio sguardo fu rapito dal mare burrascoso incorniciato dalle vette innevate dell’Appennino. Lo spettacolo per un attimo mi distolse dall’atmosfera festiva, ma i secolari rintocchi mi calarono nuovamente nell’aria natalizia.
Dopo la funzione ero già di ritorno a casa per i preparativi del grande pranzo. Come sempre l’ansia e l’attesa di un importante evento sono carichi di aspettative e di speranze che si consumano come neve al sole all’impatto con la realtà.
La tavola era imbandita per l’occasione, arricchita di numerose candele di ogni forma e colore, preparate in gran parte personalmente nei giorni precedenti il Natale. Nella loro fiamma prendevano corpo scene antiche, ripercorrendo i millenni, sempre diverse ma allo stesso tempo identiche. La nascita di nobili e poveri, diavoli e santi, intelligenti e stolti, nella ciclica lotta di avvicendamento dei ruoli, nell’impari lotta tra bene e male. Una battaglia in continuo fermento, placata per un giorno all’anno, in cui la falsità, indossata l’aurea maschera, recita la sua parte più subdola. E ancora s’animavano grandi balli, alle corti dei re; riti e ricorrenze; danze tribali davanti al fuoco; belve affamate e gatti acciambellati davanti al camino.
Incantata dal circolare chiarore, il pranzo volgeva al termine, come lasciava intuire lo scricchiolio di gusci di noci e di altra frutta secca, che di tante varietà, gusti e colori, riempiva il cesto al centro della tavola.
Ancora una volta il pranzo natalizio lasciava dietro di sé gli strascichi della festa. Rimaneva l’albero illuminato, scene iridescenti sulla celebrazione del Natale in ogni parte del mondo, e l’odore acre delle candele spente. Fuori la città era spopolata. Poche macchine lasciavano l’aria respirare, solo un sibilo di vento e tanta pace.
(25/12/93)
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