POESIA


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Racconti di Dario Italo Di Nunno

Spazio Libero


È nato a Torino il 19/01/1976 e risiede in San Damiano d'Asti. Studente di Filosofia all'Università di Torino ha cominciato ad interessarsi all'arte per fortunate coincidenze; ottenendo alcune gratificazioni. Dalla musica (Semifinalista CASTROCARO, Selezione SANREMO GIOVANI...) alla moda (IL PIU' BELLO D'ITALIA e servizi fotografici). Da 2 anni si dedica alla letteratura ricevendo segnalazioni e pubblicando la raccolta di racconti “LA VENERE DI SALUZZO” (Prospettiva Editrice).



RICORDO DI UN ISTANTE

Ore 02:45. L'aereo sul quale ci eravamo imbarcati stava giungendo sul punto prestabilito e tutti e quattro eravamo pronti per il lancio. Nella. plancia non si udiva nulla se non il rumore metallico del motore dell'aeroplano. I volti erano tesi, persino quello del capitano che, nonostante la sua esperienza, non si era ancora abituato a simili circostanze. D'altronde la nostra missione era piuttosto importante e delicata: ispezionare il territorio ed annientare eventuali postazioni nemiche. Forse per questo eravamo tutti concentrati. Sapevamo che in caso di scontro a fuoco qualcuno sicuramente non sarebbe più tornato, ed ognuno in cuor suo sperava di assistere al funerale dello sventurato, rincuorando i parenti e ringraziando intimamente il cielo di avergli fatto vedere ancora il sorgere del sole.
La luce era fioca, a malapena si intravedevano i volti dei miei compagni. Le poche lampadine rosse che illuminavano la plancia sembravano dessero un oscuro presagio sulla missione. Sentivo singhiozzare in silenzio. In accademia non insegnavano a piangere, ma la natura umana alle volte ci induce a farlo, quasi che con esso si riesca a modificare il corso degli eventi. Mi venne in mente quando ero bambino e desideravo fortemente un giocattolo; bastava piangere per ottenerlo. Ma le cose non stavano così. -Pronti per il lancio! - D'un tratto il muro del silenzio venne rotto dalla voce del capitano che si alzò di scatto e ordinò di prepararci. Si cominciava con il risvegliarci da un brutto sogno per iniziarne uno peggiore. A quel punto nessuno si poteva sottrarre al proprio dovere. Già, il dovere, quello del soldato; ed io che neanche volevo intraprendere la carriera militare. Si fecero largo nei miei pensieri i tanti litigi con mio padre, fervente patriota, così come lo fu a suo tempo mio nonno. Una sorta di tradizione di famiglia, un obbligo del destino al quale non ci si poteva ribellare, io meno di tutti. L'ideale della patria e la ferrea disciplina in nome della quale si compievano riti e consuetudini illogici che prescindevano da ogni dogma razionale erano, a detta di mio padre, elementi essenziali per la maturazione della persona. All’epoca fu debole, commisi lo sbaglio di seguirne gli ordini, fiducioso. Solo in. quel momento, come in un terremoto, stavo per affrontare le conseguenze di quell'errore. Il portellone si aprì e ad uno ad uno ci accodammo. Come dei condannati ci dirigemmo verso di esso pronti per l'esecuzione. Giunse il mio turno; alzai lo sguardo e, come in un'ultima supplica, incrociai gli occhi del capitano che alla mia destra attendeva il nostro lancio per poi chiudere il gruppo. La faccia rugosa e gli occhi penetranti che tanto mi avevano intimidito in accademia, non avevano più l'atteggiamento di chi, dall’alto dei suoi gradi, tiranneggiava su noi reclute, ma sembrava per quel che mi era consentito dalla luce, di intravedere per la prima volta uno sguardo paterno, di incoraggiamento; quasi che, con un messaggio telepatico, avesse voluto dirmi - Ragazzo, ce la faremo! -.
Ci lanciammo ed atterrammo in una rada boscaglia. Il terreno era "allentato" per l'incessante pioggia dei giorni precedenti, tanto che la nostra missione fu messa in discussione fino all'ultimo. Ci organizzammo e avanzammo in direzione Nord. La marcia era faticosa, gli anfibi parevano incollarsi al suolo, ad ogni passo diventavano sempre più pesanti per il terriccio raccolto dai ramponi così da costringerci a trascinare i piedi. Un'estesa cappa di nuvole color metallo sopra di noi minacciava pioggia ed il vento pungente penetrava nelle divise giungendo fino alle ossa. Procedemmo per un' ora circa sempre nella stessa direzione. Forse per prudenza, forse perché nessuno aveva niente da dire se non lamentarsi in silenzio delle condizioni in cui era, ma neanche una parola venne proferita per tutta la durata della marcia. Tuonava e improvvisamente la pioggia cominciò a cadere, divenendo ad ogni secondo più fitta tanto da impedirci di scorgere alcunché dinnanzi a noi. Fummo costretti, nostro malgrado, a rallentare il passo ed io mi guardai intorno preoccupato perché eravamo in una zona scoperta, facilmente individuabile.
Mi feci coraggio e, sottovoce, chiesi al mio compagno cosa avremmo fatto in quel momento in caso di attacco. Egli si voltò verso di me, fece un amaro sorriso e rispose - Non...-ma la frase non ebbe termine perché in quel mentre un sibilo, diverso da quello del vento, si udì nell'aria seguito subito da un secondo e da un terzo, che travolsero il mio compagno e lo scaraventarono in terra. Ci guardammo tutti per qualche frazione di secondo negli occhi, impietriti, mentre centinaia di altri sibili, simili a quelli che avevano colpito il mio compagno, si abbatterono su di noi.
Mi ritrovai nell'arco di pochi attimi abbandonato a me stesso, mentre i confusi frastuoni degli spari minacciosamente si avvicinavano. Anche il capitano fu colpito e lo vidi chiaramente accasciarsi a terra esanime. Tentai, con il cuore in gola, di far perdere le mie tracce dirigendomi verso le colline in cerca di un rifugio. L'altro mio compagno fece altrettanto, ma in direzione opposta. Ansimante giunsi in un campo, un tempo adibito forse alla coltivazione di qualche cereale ora lasciato tristemente incolto. Non sentivo più il rumore degli spari; ero finalmente salvo: ma per quanto? Il sole stava sorgendo da dietro le colline; il cielo plumbeo s'infuocò come per collera divina e la pioggia, resa anch'essa del loro stesso colore, sembrava una miriade di aghi di fuoco che ricadevano sul terreno bruciando tutto intorno, creando uno scenario di biblica apocalisse.
Mi fermai, incurante della situazione di pericolo nella quale mi trovavo, ed ammirai quello spettacolo della natura così emozionante e nel contempo così angoscioso. Come ipnotizzato rimasi qualche istante in contemplazione finché non udii alla mia sinistra un sordo rumore di ingranaggio metallico, un caricatore inserito e pronto per l'uso.
Mi voltai in quella direzione e vidi da dietro un cespuglio ergersi una figura umana. Riconobbi in quell'uomo un soldato, un giovane soldato nemico mio e della patria che avevo giurato di difendere. Costui avanzò nella mia direzione di qualche passo, si fermò e mi puntò contro il fucile. Notai subito il suo volto; esso non era segnato dall'odio, ma da un misto di tristezza e compassione, quasi che gli dispiacesse di avermi catturato. Forse anch'egli si trovava in quel frangente non per sua volontà ma a causa di altri che avevano deciso in sua vece e credo che, per tale motivo, egli avesse delle remore nei miei confronti. Una sorta di consapevolezza che entrambi eravamo, nella nostra diversità, simili e che per scelta di altri ci trovavamo l'uno di fronte all' altro pronti ad ucciderci in nome di un ideale. Non ebbi paura di morire, stranamente ero convinto che non avrebbe sparato e lui, quasi percependo i miei pensieri disarmò il fucile e lo puntò verso il basso. Gli sorrisi, per ringraziarlo, dopodiché pronunciò poche parole che interpretai come un saluto e scomparve nella boscaglia.





I MIGLIORI AMICI

Oggi piove, che triste malinconia di tempi che furono e di gioie passate. L'acqua sbatte sui vetri appannati e odo lo sciacquettio delle ruote delle auto che percorrono le strade. Mi rilassa e mi intristisce. Spesso accade che in questi momenti riaffiorino nella mia testa le loro immagini, che accompagnarono i momenti più importanti della mia vita; i più intensi e, forse, anche i più mesti. Sono sempre stati al mio fianco, aiutandomi nei momenti bui, in particolar modo. Mai nei radi istanti felici. Li chiamai amici, fratelli, collaboratori; ma essi erano qualcosa di più. Molto di più. Tanto di più che non saprei come definirli. E se non esistesse una parola per esprimere cosa, effettivamente, loro rappresentarono per me? Qui è tutto bianco, silenzioso e, a dirla tutta, puzza anche un po' di medicina. Nel corridoio leggeri passi lentamente si avvicinavano e si allontanavano subito; ma questo ha poca importanza, ora. Ciò che realmente è rilevante, è il loro ricordo, intenso e frustrante per l'impossibilità di rivederli. E' un dolore, oltre che mentale, addirittura fisico, causato dalla loro irrimediabile lontananza, dalla difficoltà insuperabile di raggiungermi e di aiutarmi, anche questa volta. Dove siete?
Una parte di me è stata cancellata dalla volontà di altri. Per il mio bene, mi fu detto. Ma io stavo meglio prima. Sorrido, nel pensare a tutti gli attimi trascorsi insieme; erano forti e virili, come si addiceva loro e questa compagni a aveva il magico potere di risollevarmi il morale dalla miseria e distogliermi dai brutti pensieri. Essi aprivano le porte dì un mondo dove tutti i problemi perdevano di valore, insegnandomi a guardare le cose in un modo diverso.
Li incontrai, per la prima volta, in un pub del paese, ognuno con la sua cerchia di amici; non potevano soffrirsi. Avrò avuto, al massimo, diciott'anni circa e l'ambizione di crescere e diventare adulto mi spinse a fare conoscenza, prima con uno, poi con l'altro. Diventare maggiorenne non significava diventare un uomo, solo la loro amicizia poteva trasformare un qualunque adolescente in una persona rispettata da tutti. C'era solo il pericolo che non riuscissi a sopportarli, così, di primo impatto; talvolta risultavano davvero pesanti. Probabilmente, quella sera, il mio stato d'animo mi aiutò decisamente a passare oltre ai loro difetti.
Un amico comune, incoraggiandomi, me li presentò. All'inizio conobbi Johnny, il più giovane dei due con il quale strinsi fin dal principio un legame di amicizia. Ah, Johnny! Ricordo che mi confortò quando la mia compagna mi abbandonò per un altro uomo. Quanto ne soffrii! Per fortuna c’era lui, al mio fianco. Grazie, Johnny! A buon rendere!
Jack, invece, era il più grande, il più maturo. Era molto scontroso, faceva il duro con me. Fare la sua conoscenza fu impresa ardua ma infine riuscii a creare anche con lui un so lido legame affettivo. Di Jack ho un immagine nitida che risale a quando i miei genitori morirono in un incidente. Non volli vedere nessuno per parecchi giorni. Mi isolai in casa. Johnny voleva aiutarmi, ma questa era una faccenda al di sopra del suo carattere “leggero”. Anche Jack era intenzionato ad aiutarmi in quel difficile frangente. Ero refrattario ma alla fine accettai, d'altronde all'epoca io e lui non avevamo molta confidenza. Egli dimostrò, in quell'occasione, il suo attaccamento nei miei confronti. Non disse mai una parola finché non fui io a voler parlare. Mi tenne compagnia per tutto il tempo necessario e Dio solo sa quanto ne avessi bisogno! Grazie anche a te, Jack!
Non mi chiesero mai nulla in cambio per essermi stati vicini in quelle occasioni e in altre. Di loro conoscevo ben poco, ma quando si è amici queste banalità sono di secondo piano. Seppi, però in seguito, che entrambi erano girovaghi; viaggiavano tantissimo ed erano stati quasi in ogni paese del mondo. Solo in alcuni paesi la loro presenza non era gradita non certo per colpa loro. Non sanno cosa si perdono! - mi dicevano sovente.
Avrei dato la mia vita, per quei due, ma non credo che fosse sufficiente per ripagarli completamente. L'amicizia disinteressata, ecco una cosa che cercavo da tanto, da troppo. Mi sentivo come chi avesse trovato un tesoro. Io ne avevo due! Mi sentivo orgoglioso di loro, ed ero orgoglioso anche di me perché essi erano amici miei.
Il nostro rapporto continuò per diversi anni, finché un giorno qualcuno mi disse che ero malato e che, se ci tenevo alla vita, non avrei più dovuto rivederli. Me ne fregai, avevo impiegato molto tempo per farmeli amici, non potevo rinuncia re a loro. Eravamo talmente affiatati che ogni sera, a turno venivano a trovarmi a casa per guardare la televisione. Mai insieme, però; non potevano sopportarsi. Facevano a gara per catturare la mia attenzione ed accattivarsi in esclusiva la mia amicizia; parlando ognuno di se stesso in modo enfatico e sovente divertente per la fantasia delle loro mirabolanti qualità. Nessuno, nonostante l'antipatia reciproca che li divideva, ha mai parlato male dell'altro. Si ignoravano, provando l'uno per l'altro, un sentimento dì cordiale detestabilità. Io non facevo preferenze, non le avrei mai fatte ed anzi temevo che un giorno avrei dovuto scegliere. Entrambi mi erano di conforto, nei momenti di solitudine ed io riuscivo ad essere felice, oramai, solo con loro; in qualunque luogo e in qualunque situazione.
Purtroppo, come in tutte le cose belle, anche il nostro rapporto ebbe un termine. Non fu per colpa mia e non fu neanche per causa loro. Furono altri che invidiosi della mia felicità, me lo imposero. Ero a casa, quel mattino, mi sentii male e prima di riuscire a chiamare qualcuno per aiutarmi, svenni. Mi risvegliai in ospedale, le mie condizioni erano gravi ma stabili. Mi proibirono di vederli, la loro presenza mi avrebbe fatto del male e nonostante i miei tentativi di fuga, vinsero loro. Rimessomi, ritornai in quel pub, testimone della nascita di quel meraviglioso sentimento che ci legava e li vidi intenti a parlare con dei nuovi amici. Li guardai, ed essi guardarono me, invitandomi a unirmi a loro. Sapevo che non c era nulla di male nella mia assenza forzata, eppure provai una profonda vergogna per essere sparito così, senza che essi sapessero dove fossi finito.
Fuggii e non feci più ritorno in quel pub, né in altri, per paura di rivederli. trascorsero due o tre settimane, da allora. I medici continuavano, sadicamente, a proibirmi di incontrarli, anche solo per brevi attimi, perché sostenevano che quei due mi sarebbero costati molto caro, addirittura la vita. Ma Jack e Johnny mi mancavano da morire! Cosa potevo fare? Mi decisi e, rassegnato, un giorno scrissi loro due lettere ricolme di affetto e di nostalgia dei bei tempi andati. Non le ho mai spedite; li conoscevo da tanto eppure non sapevo il loro indirizzo, strano. Ciò che provavo per loro, non lo sapranno mai. Mi limitai solo ad apporre i loro nomi sulle rispettive lettere: “Per il Signor Johnny Walker” e “Per il Signor Jack Daniel’s”.





LA CHIAVE DEL CASSETTO

Quando compii diciotto anni fui felice; la patente, la macchina e finalmente la libertà. Tutto si apriva a me come le porte di una fantastica città dell'oro ed io ero l'esploratore della situazione; pronto a saccheggiarla.
La festa per la maggiore età fu breve e intima, dopo la torta e lo spumante, i soliti auguri dei miei familiari, si arrivò al "pezzo forte" della serata: i regali. I miei genitori, sorridenti, si alzarono dalla sedia e, invitandomi a seguirli in camera mia, cominciarono a parlare del mio futuro quasi ignorandomi. Quale futuro? Avevo tante cose da fare e da vedere! Io volevo godermi la libertà.
Arrivammo in camera ed accanto al mio letto intravidi un mobile in legno di fattura artigianale, ben costruito a dire il vero, con un unico cassetto. Su questo cassetto c'era il mio nome, per intero. Uno di quei nomi che sono esclusivi delle persone importanti e che solo con esso, a dispetto dell'effettivo valore, incutono timore e rispetto; indicando una sorta di predestinazione. Vi era, infatti, il mio primo nome, seguito in rapida successione dal secondo, dal terzo e da un cognome composto.
Mio padre con gli occhi colmi dalla commozione estrasse dal taschino della camicia un microscopico pacchettino e nel porgermelo gli scivolò dalle mani tremanti. Incuriosito lo raccolsi e lo aprii, immaginando chissà che cosa. Ero maggiorenne ormai ed anche se non pensavo ad un regalo con quattro ruote ed un volante, mi sarei aspettato di più di ciò che invece vi trovai: una chiave. - E' la chiave del tuo futuro! -mi dissero - Apre il cassettino del mobile! -. Mi precipitai sul nuovo mobiletto. Vuoto. - Lo riempirai con i tuoi sogni, con le tue ambizioni! – due frasi conclusive e gongolanti dette con fare orgoglioso da mio padre a cui fece immediata eco mia madre. Commossi fino alle lacrime i miei genitori abbandonarono la stanza e ricominciarono come prima a discutere di me e della mia vita quasi fosse qualcosa a me estranea. Rimasi perplesso. Sull'istante credetti ad una improvvisa schizofrenia dovuta alla loro età ma riflettendoci meglio mi accorsi che con ogni probabilità stavano semplicemente riversando sulle mie povere spalle in modo subdolo e forse vigliacco, le loro antiche speranze giovanili che il corso degli eventi ha inevitabilmente frantumato e macinato in un tritacarne che qualche ostinato sognatore definisce come “vita”. Mio padre non ebbe grande fortuna; ottenne un diploma da perito agrario in un’epoca in cui quei pezzi di carta valevano quanto una laurea ma non riuscì a sfruttarlo. La scarsità di lavoro era una costante nel suo paese di origine e lui, primo figlio di una numerosa famiglia del Sud, non ebbe scelta se non cogliere al volo la "grande" occasione di essere metalmeccanico in F.I.A.T. Discorso diverso per mia madre. Dove gli eventi negativi non furono determinanti, ci pensò l'ottusità di un più che benestante e orgoglioso proprietario terriero. La mentalità era quella dell' "imparare l'arte e metterla da parte". Era il "metterla da parte" che non condividevo; che senso ha impegnarsi e acquisire conoscenze che non si utilizzeranno mai e che il trascorrere del tempo cancellerà dalla memoria vanificando ogni sforzo? Diplomata infermiera non esercitò per imposizione del padre Nel suo immediato futuro vi erano mansioni più gratificanti da svolgere: la domestica in casa propria. Fino al matrimonio, almeno. Io non volevo fare la loro vita; anzi non volevo fare la vita meschina di tutte le persone che conoscevo.
Giunsi a vent'anni e dopo un anno scolastico perso ed uno nel quale cambiai scuola, arrivai alla sospirata maturità. Nonostante una furiosa litigata con qualche professore della Commissione a causa della loro scandalosa negligenza nelle prove scritte, riuscii a rimediare un voto discreto. - Bisogna programmare il futuro! - sentivo dire spesso. Avevano ragione ed io mi misi subito all'opera. Ero un componente di un gruppo musicale, o meglio, io ero il gruppo musicale; organizzavo le prove, trovavo i locali dove poterle fare gratuitamente, impresa non semplice, tenevo i contatti con i produttori per riuscire ad ottenere un'audizione spacciando la nostra immagine come quella di una "nuova band di sicuro successo" e, battaglia molto più ardua, smuovere dal poltronismo e dall'apatia gli altri due membri del gruppo. Se avessi potuto avrei barattato la mia stessa anima pur di realizzare il mio progetto. Talvolta capita che complice un avverso destino o imprevisti impensabili si debba abbandonare ciò per cui tanto si aveva sudato. Il gruppo si sciolse, la faciloneria con cui quei due, mesi prima, decisero di fondarlo si infranse con la realtà. La strada era dura e loro appartenevano alla maggioranza delle persone che si arrendono alle prime difficoltà. Io non ero tra questi; ma non ero preparato per la carriera musicale ed in fondo la musica a me piaceva solo ascoltarla. Seguii la mia voce interiore e cominciai a scrivere. Le uniche possibilità offertemi furono a pagamento: che strozzini! Mi chiesero milioni per pubblicare i miei lavori, dai quali avrei ricevuto nella migliore delle offerte il venti per cento lordo delle vendite pur dovendo rinunciare ai diritti d’autore per almeno cinque anni. Anche in campo musicale ci fecero proposte della stessa risma. Cominciavo a pensare che pagare fosse un verbo strettamente collegato alla pubblicazione di un libro e che Proust, Moravia e Kafka non a-vrebbero mai visto un loro volume in libreria senza investire il proprio denaro. Tentai altrove, e tentai ancora. Ancora e ancora. Niente. Forse era l’unico modo possibile e così mi piegai coronando il mio sogno.
Quanti anni sono trascorsi da allora! Oggi, a trentasei anni ho una moglie, un figlio che da poco frequenta l'asilo ed un lavoro da operaio in una ditta di sanitari (il destino). Ecco, ciò che possiedo. In fondo sono felice Ho ancora quel mobiletto frutto dell'ingenua speranza dei miei genitori e lo conservo. Fui molto tentato di buttarlo via qualche mese fa ma il cuore me lo impedì, credo che lo regalerò a mio figlio quando sarà grande raccomandandogli di non mettere per nessuna ragione i suoi sogni in quel dannato cassetto, deve dimenticarlo e tentare di realizzarsi, o tentare di farlo così come ho fatto io; magari e glielo auguro, con maggiore fortuna.

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