POESIA


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Racconti di Enrico Miglino

Spazio Libero



E' nato a Torino nel 1961. Continua a scrivere le proprie storie prigioniero di paure e personaggi, in ciascuno dei quali abbandona un pezzo dei suoi piccoli dolori. Forse un giorno starà meglio. Prima della scrittura allo stato attuale, il tempo ha visto l'autore approdare al giornalismo scientifico, tecnico, di ricerca, critico d'arte e cinematografico con all'attivo una notevole quantità di articoli e pubblicazioni, recensioni, saggi. Un passato servito a comprendere di appartenere al desiderio di scrivere fantasie ed emozioni.



FRANCESCO

Capitoli introdotti da brani di Caroline Del Rej, Argo Stern, Xenia Brown, Malcom Leopold, Gerylinn Jones, Lucas Abraham, Jonas Lewinson, Alejandro Escondias, Chelsea De Laurie, Allison Bowles, Eliza Cockney, Arthur Melbourne, Albert J. Collins tratti da “Songs & Poetry from long distance America”, Ed. Gal & Imar, N.Y., 1993.



1.
Introduzione

Le farfalle sono spiriti. Dopo attese e mutazioni, incarnano un mattino unico nella loro vita lunga un giorno e scompaiono. Emergono dalla rugiada, colorano il mondo e rubano gli attimi agli uomini.

Caroline Del Rej

Ector non seppe mai come fosse riemersa quella memoria, tornata in mente all’improvviso e impossibile da scacciare. Poi erano affiorati i ricordi, uno dopo l’altro, come se improvvisamente avesse deciso di ripercorrere — chissà per quale motivo — un tempo dimenticato.
Dapprima la cosa lo aveva divertito, poi cominciò ad opprimerlo, poi ossessionarlo. Pensando potesse giovargli, aveva cercato infine di coinvolgere Irene, collezionando una buona dose di insuccessi.
Ogni volta che affrontava l’argomento incontrava un muro. All’inizio Ector non riusciva nemmeno a parlarne, era una cosa troppo sua, ancora così confusa e indefinita, poi aveva accettato il fatto che si trattasse del passato, che tornava preciso e ordinato come tante fotografie, momenti e situazioni che si susseguivano fin quasi a sovvertire il presente e la realtà del quotidiano. Eppure, Irene sembrava completamente refrattaria presa com’era dal suo lavoro, gli impegni, gli orari imprevedibili. Certamente Irene non stava dando la giusta importanza a quel che stava accadendo.
Ector dal canto suo provava una certa difficoltà a parlare di un tempo remoto ormai quasi sconosciuto, rimasto sepolto per secoli nel profondo dei ricordi.

Immersa nella notte la casa perdeva dimensione, un’entità indefinibile che Ector non riusciva a collegare al presente. Si abbandonava ai ricordi come narrando una favola a un bambino prima di addormentarsi. Il mondo sembrava circoscritto ai pochi elementi distinguibili nella penombra. I riflessi dei fari delle auto che filtravano attraverso le tapparelle, qualche raggio di luce sfuggito alle insegne dei neon tracciavano — vaga e indefinita — la sagoma di pochi oggetti: la sveglia, un libro aperto al segno, lo spigolo cromato del comodino, il profilo indeciso di Irene al suo fianco.
— D’accordo, ma le tue storie me le racconti un’altra volta, adesso è tardi. — disse Irene con voce assonnata. Forse sono io che sto esagerando, pensò Ector, in fondo Irene è su un altro mondo, fatto di adesso e domani, con tutti i suoi programmi e i suoi casini.
Si lasciò avvolgere dalla notte, dalla dolcezza di un bacio, dalla compagna aggrappata al suo collo come una bambina, che per paura del buio non vuole addormentarsi senza una carezza e un corpo vicino.
Una parte di lui continuava, ostinata, a pensare ai pensieri, al passato remoto, a quella donna così vicina e presente. Un presente di curve dolci, occhi verdi e sorriso incomprensibile, enigma di segreti, solitudine, difficile lasciarsi andare. Il sonno giungeva sempre tardi, liberatorio per poche ore proiettandolo in un mondo di contraddizioni. Ector vedendo affiorare il proprio passato era diventato prigioniero del quotidiano e dei suoi giorni, delle cose da fare. Le giornate erano come nemici che gli rubavano il tempo da dedicare ai pensieri, alle riflessioni, al bisogno di parlare. I nomi e i personaggi della memoria si stemperavano nelle sensazioni di luoghi e cose già accadute e ancora da vivere, tutte ugualmente imprevedibili.
Avrebbe voluto un momento senza fine, tutto il resto cacciato in un angolo al fondo del letto, ora solo lui e Irene abbracciati ad un desiderio comune. Capita che la gente, a volte, si possa incontrare.
La memoria che all’improvviso era affiorata rubandogli l’attenzione del presente sembrava fosse cosa viva. Era un altro mondo, una logica di tempo trascorso, oggetti e persone già vissute. Una sorta di tranquilla compagnia che lo affiancava semplificandogli l’esistenza. Ieri come trent’anni indietro sono già accaduti e non possono cambiare, non tradiscono. Gli eventi del passato si facevano strada con calma immutabile, un nuovo presente predefinito e sicuro, senza imprevisti, noto.

Seguirono notti interminabili che lo cullarono in un sonno affannoso e leggero, pronto a interrompersi al minimo rumore. La presenza della realtà, i minuscoli oggetti che costruivano lo scenario abituale delle sue giornate lo spingevano al distacco, al ricordo incomunicabile, così personale e senza storia per nessun altro che lui.
Ciò che Ector stesso aveva confuso come un doppio dei suoi pensieri si era in poco tempo insinuato nella sua mente, impossessandosi dei gesti del presente, fino a farne parte senza discontinuità. Era quello il suo presente.
Senza spiegazione, nel labirinto inestricabile dei suoi pensieri, Ector diventava lentamente cosciente di una mutazione immanente e inevitabile. Poteva soltanto attendere.
La luna piena filtrava nella stanza allungando le ombre all’infinito. Ector poteva scegliere qualsiasi interpretazione per ciò che gli era familiare, in cui si trovava immerso nell’attesa di un altro sonno. Disteso nel buio, percepiva il trascorrere delle ore dall’intensità del traffico i cui rumori giungevano attutiti ma chiaramente percepibili. Il sonno certe notti era una chimera che Ector dubitava potesse giungere ancora.
Immobile percepiva la presenza di Irene, abbandonata sotto un lenzuolo di lino che ne sottolineava le forme sinuose. In lontananza i treni sfrecciavano veloci rimandando l’eco di fischi lamentosi in risposta ai latrati dei cani irrequieti, sensibili ai calori e alle maree. Equilibrista sul filo sottile della veglia ad Ector sembrava che il mondo più immediatamente percepibile volesse sottolineare con variazioni quasi inconsistenti, che qualcosa di inquietante lo attendeva senza fretta.
Le ultime ore dell’alba gli donavano brevi sonni profondi in cui Ector con sollievo si lasciava andare alla stanchezza.
Nel suo continuo rincorrersi il tempo aveva rintoccato un’altra ora; era la fine della primavera e quell’estate avrebbe portato ad Ector nuovi ricordi, da cui non si sarebbe mai più separato. Era l’alba di una nuova stagione. Lo attendevano giorni irripetibili che Ector non immaginava potessero appartenergli.


2.
L’incontro, un attimo che pregiudica futuri possibili

Argo Stern

L’estate del ’97 non concedeva tregua, il caldo sembrava aumentare continuamente, senza un filo di vento a portare un po’ di sollievo. Un mese era andato, nella linearità continua di giorni sempre uguali. La notte si presentava distratta alla fine del giorno, senza che Ector potesse distinguere l’uno dall’altra. Il presente si era trasformato in una continuità fatta di domani identici, che non avevano bisogno di essere attesi, vissuti nel ricordo ripetuto di un passato percorso infinite volte.
Ector e Irene erano stesi sul letto raggiunti involontariamente dal fragore metropolitano, i ragazzi che urlavano giù in strada mentre rincasavano.
Lui aggiustò il cuscino per stare più sollevato, poi riprese a parlare. — Francesco per me in quegli anni era ciò che per molti bambini è solo immaginario, un amico sempre disponibile, presente, instancabile compagno di giochi. Io mi sentivo fortunato più degli altri, perché quell’amico esisteva veramente, in carne e ossa. Non era nemmeno immaginabile, che tutto ciò potesse un giorno finire, pensavo che sarebbe rimasto, immutabile, eterno. -
La luce dell’accendino gli illuminò il viso per un istante, poi la stanza ripiombò nell’oscurità lasciando spazio solo al rosso porpora della brace ardente di una sigaretta, che si consumava nella notte.
— Camminavamo per mano interi pomeriggi. A volte raggiungevamo il bosco, che per noi rappresentava l’invalicabile confine del mondo. Solo l’automobile di mio padre, rombante mostro di plastica e metallo, poteva raggiungere quel limite che sembrava lontanissimo. Quell’animale dalla criniera cromata, instancabile destriero capace di superare in un attimo enormi distanze, rappresentava nelle nostre fantasie il ponte con la lontananza, collegava il presente dei nostri confini di giochi, un orizzonte di prati che oscillavano sotto i nostri occhi stupiti, con il mondo dei grandi.- Ector quella notte amava gli occhi di Irene, che nel buio imperfetto riflettevano deboli raggi di luce. Avrebbe continuato a parlare fino al mattino, se il peso della giornata appena trascorsa non fosse crollato improvviso su di lui, trascinandolo in un sonno liberatorio.
Quando aprì gli occhi fu immediatamente cosciente. Ector capì senza bisogno di spiegazioni che si era spezzato un piccolo ma insistente incantesimo. I ricordi, invadente ossessione del passato, scomparvero senza traccia come tanti anni fa scomparve Francesco dalla sua vita.

Una domenica come tante, Ector era andato a svegliare Francesco. La mamma non si era mai opposta, anche perché le case erano vicine e soprattutto non bisognava attraversare la strada, ma come entrò, pareti familiari come fossero parte della sua stessa casa, Ector si sentì raggelato da un’oscura tensione. Trovò Francesco ancora in pigiama, seduto sul letto — la mamma— mormorò l’amico poi non seppe continuare, i grandi occhi blu quel giorno avevano visto troppo e non sapevano fare altro che riflettere una tristezza senza fine. Ector non capì subito, poi vide il padre di Francesco piangere, i suoi genitori che l’avevano raggiunto e gli stringevano la mano, l’amico sempre più triste.
Poco tempo dopo, un mattino qualunque venne Francesco. — Ce ne andiamo, Ector — disse recitando inespressivo una lezione mandata a memoria — papà dice che non può più stare perché tutto gli ricorda la mamma, così si è fatto trasferire in una città molto lontana. — Ector trattenne a stento le lacrime, un nodo in gola gli impedì di parlare.
— Papà dice anche che tu puoi capire perché sei già un ometto, mentre io che sono più piccolo prima mi sono messo a piangere. -
Ector si sforzò, ma nemmeno lui riuscì a capire un gran che, soltanto che gli stavano portando via Francesco. — Non ci vedremo più. — disse quasi voltandogli le spalle.
In un attimo era scomparsa una certezza, senza importanza che il padre di Francesco sarebbe andato a lavorare lontano, che fossero entrambi bambini, che i grandi non potessero capire. Francesco se ne sarebbe andato e basta, lasciandogli in eredità un futuro che non sarebbe mai stato lo stesso.

Un’occhiata alla radiosveglia lo collegò immediatamente alla realtà ancora troppo presto per iniziare una nuova giornata, anche se il sole confermava da alcuni minuti la presenza di un nuovo giorno. Irene era sveglia. Gli si avvicinò con tenerezza, facendo aderire il proprio corpo a quello del compagno, entrambi nudi, rinfrescati da una brezza sottile e inaspettata. Il lenzuolo era finito chissà dove. Ector si abbandonò a lei che lo baciò sul collo e sulle labbra, morse delicatamente il suo corpo poi in silenzio fecero l’amore ciascuno alla ricerca del piacere dell’altro spinti fino alla rabbia, del tempo che stava per finire, del quotidiano ormai prossimo, della giornata inevitabile che incombeva su entrambi.
La gioia del corpo l’aveva deliziosamente distratto, Ector cominciava lentamente ad appartenere di nuovo ai propri momenti.
Non ci fu bisogno di parlare, né dare spiegazioni, Irene sapeva che i pensieri del compagno erano andati lontano, cercando il linguaggio per spiegare nuove sensazioni. Il passato vissuto era tornato dentro ieri polverosi di tanti anni fa come scatole messe in solaio e dimenticate. La realtà, il caffè appena fatto, la camicia da abbottonare, l’ora, adesso ogni cosa era al proprio posto.
La giornata non era iniziata meglio di tutte le altre. Ector si muoveva a fatica nell’aria pesante e pochi minuti alla fermata del bus erano bastati a farlo sentire sudato e appiccicoso. Gli restava la sensazione dell’amore appena trascorso, che lo faceva sentire al di sopra della mediocrità con cui era destinato a incontrarsi, come ogni giorno, senza che gli altri potessero anche solo sospettare il piacere intrigante dei suoi segreti.
Il pullman era quasi vuoto, e il caldo era insopportabile per via dei finestrini che venivano tenuti rigorosamente chiusi. Come qualcuno cercava di aprire un finestrino, solitamente un passeggero non abituale a quell’ora, veniva acidamente redarguito da un decrepito pensionato che soffriva la corrente. Ector invidiò l’autista che guidava isolato da quel microcosmo, rinchiuso nel suo scomparto, col finestrino spalancato e un braccio fuori.
Seduta su uno dei sedili dell’ultima fila una donna anziana ostentava un cappotto invernale, grigio scuro chiuso da grandi bottoni circolari di osso. La vecchia sembrava provare grande interesse per il traffico caotico delle otto, che Ector conosceva a memoria trovandolo da sempre di una banalità sconcertante.
Qualche fermata dopo la sua una donna esageratamente grassa sulla quarantina salì ansimante, fasciata in un coloratissimo vestito estivo, andando a sedersi accanto a lui. Respirava a fatica e sudava, emanando un odore penetrante. Per cortesia Ector non osò cambiare posto, facendo molta attenzione a non incrociarne lo sguardo, sollevato quando dopo poche fermate lei scese senza dire nulla. Non vi dedicò più di un pensiero, fra poco avrebbe raggiunto la biblioteca per riprendere possesso di un mondo che, non suo, in qualche modo gli apparteneva.
Ector amava il proprio lavoro, che si addiceva ad un tipo riflessivo come lui. Amava i libri che vedeva passare di mano in mano, sapeva sempre dare l’informazione giusta e analizzava scrupolosamente l’aspetto di chi richiedeva volumi in prestito. Mentre stavano davanti a lui svolgendo le piccole questioni burocratiche richieste e attendevano che dai sotterranei giungesse quanto richiesto, Ector aveva il tempo sufficiente per studiare il proprio interlocutore, immaginare quale motivo lo aveva spinto a chiedere proprio quel libro, se lo avrebbe restituito entro i termini stabiliti dal regolamento o se avrebbe rinnovato il prestito.
L’estate era il periodo migliore. Ora che le scuole erano chiuse il lavoro era poco, di tanto in tanto un visitatore occasionale consultava qualche volume di narrativa, più che altro per godersi una lettura tranquilla lontano dal chiasso e dal caldo. Fino a pochi giorni prima qualsiasi riferimento, il titolo di un libro, una frase occasionale, lo riportavano indietro nel passato. Si sorprendeva dietro il bancone della sala centrale con i soffitti altissimi, a pensare al passato. Era come vivere nuovamente quei giorni. I ricordi proiettavano immagini vivide che sovrastavano continuamente il quotidiano. Lentamente — pensandoci ora — la situazione peggiorava, emergevano nuovi particolari e il passato si faceva sempre più ossessionante e definito. Forse, senza rendersene conto, raccontava a sé stesso momenti che aveva dimenticato troppo presto.
Improvviso come era venuto, l’incubo si era dissolto e lui era nuovamente padrone del suo tempo.
Un lato positivo del lavoro di Ector era l’orario. Senza interruzioni, alle tre poteva ritenersi un uomo libero e anche d’inverno trascorreva interi pomeriggi a bighellonare per le vie del centro. Non invidiava chi usciva dall’ufficio che era già buio, quando i negozi si preparano a chiudere, le signore frettolosamente si avviano verso casa a preparare la cena e la giornata è ormai conclusa.

Quel giorno Ector era appena uscito dalla biblioteca e il sole rovente, ancora alto nel cielo di luglio riusciva a penetrare dovunque, nelle vetrine dei negozi, negli androni delle vecchie costruzioni del centro, sulle cromature lucide delle auto parcheggiate. Camminava senza una meta precisa, senza pensare a nulla e nessuno. Lasciandosi trascinare dai passanti, distrattamente, quasi inciampò in un gatto sbucato fuori da un vicolo, che dopo averlo fissato per un istante scomparve nuovamente dentro un cortile. Alla sua destra una chiesa sconsacrata dava mostra del proprio interno, popolato da una folla annoiata che osservava senza interesse un’esposizione di quadri di un pittore sconosciuto.
Poco più avanti, un gruppo di ragazzi offriva il proprio spettacolo di musica latino americana ad un pubblico improvvisato. Trasportato dalla melodia Ector li raggiunse e non poté fare a meno di rispondere all’insistente richiesta di un membro del gruppo, che si faceva strada fra il pubblico raccogliendo offerte in cambio di ringraziamenti ossequiosi in uno spagnolo dialettale. Oltre il crocchio di spettatori improvvisati, stava ritto qualcuno vestito in un impeccabile completo di lino bianco, con un grande panama anch’esso bianco di fattura leggera. Ector lo notò all’improvviso e fu certo di conoscerlo, seppure gli voltasse le spalle, mentre il volto leggermente girato nella sua direzione era nascosto alla vista dalla tesa del cappello.

— Francesco! — gridò, ma l’altro non rispose. Così distante e con tutta quella gente non poteva sentirlo di certo ed Ector lo vide allontanarsi e scomparire alla vista.
— Permesso, permesso… Mi scusi. Permesso… — Senza darsi per vinto cercò di raggiungerlo accelerando il passo e facendosi strada fra la folla. — Permesso… Mi scusi, permesso…- disse agitato cercando di aprirsi un varco.
Quasi travolse una vecchina traballante, tutta presa a cercare qualcosa nella borsa. All’ultimo momento evitò con un salto un piccolo Yorkshire, sentendosi addosso lo sguardo infuriato della padrona. L’orribile bestiola prese immediatamente ad abbaiare, ma lui era già oltre.
Finalmente gli stava dietro così vicino da poterlo quasi toccare — Francesco!- disse con un tono carico di aspettative.
Si fermò e si voltò quasi nello stesso istante, lasciando Ector senza parole.
— Mi scusi… Non credevo, l’ho scambiata per un’altra persona. — balbettò imbarazzato
La donna di cui incrociò lo sguardo per un breve istante, con fare elegante e deciso si voltò nuovamente, allontanandosi senza dir nulla.
Restò immobile come un idiota, guardandola allontanarsi e scomparire fra una folla multicolore.


3.
Ieri è solo un giorno,
l’ultimo che importa ricordare,
che ha lasciato dentro memoria

Xenia Brown

Il grande Ospedale Maggiore si stagliava imponente di fronte al fiume, cittadella fortificata in cui ogni giorno si decideva il destino di migliaia di persone. Un gigantesco quadrilatero, adagiato come un gigante a delimitare la periferia ovest della metropoli. Nonostante la costruzione datasse quasi un secolo e la città col tempo avesse esteso i propri quartieri in ogni direzione, includendo nella sua espansione gran parte dei paesi della periferia, quella zona era rimasta incontaminata, continuava a definire un limite, che senza seguire alcuna regola di pianificazione urbana era ancora intatto, anzi, era la struttura che continuava ad espandersi senza sosta azzerando gli spazi circostanti per far posto a nuove stanze, avida di uomini e attrezzi sempre più complessi e indescrivibili. L’ospedale era una macchina che, persa memoria dell’originale struttura, assumeva l’aspetto di un interminabile cantiere, una torre di babele in continua costruzione. Al suo interno invece era organizzata con asettica precisione in un disegno complesso di tunnel, sotterranei e piani, uno strumento mostruoso e immanente in cui la vita e la morte erano i veri artefici di tutta la sua organizzazione. Una casa-gioco dove ogni singola pedina, carnefice o vittima non poteva decidere del proprio destino perché tutti erano inconsapevolmente legati ad un destino comune.
Da ormai dieci anni quel luogo per Irene apparteneva all’abitudine. Anche lei a volte si sentiva sepolta, nei laboratori del piano terreno, ogni giorno con orari quasi sempre imprevedibili ad occuparsi perennemente di sconosciuti di cui dava responsi a volte terribili.
Immaginava quel che avrebbe detto il medico, una volta letti i referti delle sue analisi, come poteva reagire – difficile per chiunque – l’ignaro che attendeva fiducioso di raccogliere speranze da una scienza a cui lei apparteneva solo in minima parte. Era quasi una catena di montaggio, quel luogo di risposte certe, ineccepibili e brutali, che qualcuno avrebbe dovuto spiegare a persone ignare fino all’ultimo del proprio male, in attesa paziente nelle inquietanti sale d’attesa degli studi medici..

I finestroni del laboratorio erano spalancati, ma non riuscivano ad alleviare il caldo opprimente. Scivolando agile fra i suoi pensieri, Irene svolgeva operazioni di routine che l’avrebbero tenuta occupata fino a tarda sera. Gli occhi verdi e i capelli raccolti alla meglio con poche ciocche disperse che le incorniciavano il viso, le labbra socchiuse, richiamavano discretamente l’attenzione sulla figura in camice bianco che si muoveva sicura fra provette e flaconi di reagenti. Il reggiseno spuntava poco sopra il primo bottone del camice, conferendole un aspetto di piacevole sensualità.
L’uomo le passò accanto fin quasi a sfiorarla facendosi precedere da un sorriso solare. — Stasera non ho molta voglia di scherzare. — disse Irene quasi inespressiva. L’uomo si fermò tornando sui propri passi ed assunse un’espressione vagamente preoccupata. — E’ successo qualcosa di grave? — Idee che mi passano per la testa. – si limitò a ribattere Irene cercando di troncare il discorso. Lui posò il recipiente sul banco e si avvicinò ancora, osservandole il viso con aria interrogativa.
— Senti, non c’è proprio niente. Ero soprappensiero. -
Irene lo osservò attentamente, vicino. Poteva notare i particolari del suo viso, le piccole rughe ai lati degli occhi. Chiunque fosse passato in quel momento non avrebbe potuto eludere il sospetto che fra i due vi fosse una profonda intimità — Ma cosa hai capito, — riprese anticipando qualsiasi commento. — tu non c’entri niente, davvero. -
Improvvisamente Irene cambiò espressione, come avesse accantonato le proprie riflessioni. Ripose la provetta sul bancone e lo prese sottobraccio voltandosi nella sua direzione. — Andiamo a prendere un caffè, forse hai ragione tu, meglio che non ci pensi. -

Come ogni estate, ad Irene venivano assegnati turni assurdi, un po’ per disorganizzazione e un po’ per mancanza di personale. Lei era partita prestissimo per andare al lavoro, e per i prossimi mesi — come capitava ogni anno — lei e il compagno si sarebbero visti poco o niente. Per Ector era diverso, lui amava i libri della grande biblioteca centrale, trascorreva ore ed ore a leggere, specialmente adesso che le scuole erano chiuse e non c’erano più resi e prestiti né studenti noiosi.
Considerava il trimestre estivo uno dei migliori dell’anno; mentre tutti lavoravano stancamente in attesa delle vacanze, lui amava seppellirsi nelle grandi stanze della biblioteca, leggeva libri godendo del fresco che solo quei muri secolari potevano dargli. Tuttavia, senza una ragione apparente, era inquieto, incuriosito e infastidito al tempo stesso, dai ricordi che gli popolavano la mente. Ricordi così precisi, distribuiti secondo una cronologia perfetta, che gli facevano confondere il presente col passato, come fosse storia di ieri.
I suoi pensieri vennero fastidiosamente interrotti da una voce sconosciuta. – Ma lei è- pronunciò l’estranea. La ragazza confusa qualche giorno prima con Francesco gli regalò un sorriso caldo e rassicurante. Lo sovrastava leggermente, tenendo un gomito appoggiato sul banco e l’altra mano sui fianchi.
Ector sollevò lo sguardo, dapprima distrattamente poi mise a fuoco la figura che gli stava davanti. Anche se l’aveva vista solo di sfuggita, non tardò che qualche secondo a tornargli in mente la scena e il volto. – Mi spiace per l’altro giorno. Non avevo proprio visto chi era, sa? Pensi che l’avevo scambiata per un mio amico. – Disse la prima cosa sensata che gli venne in mente; non sapeva come fare a porre fine a quel piccolo fastidio inaspettato, ma forse sarebbe riuscito a cavarsela con poche parole. Desiderava solo tornare ai suoi ricordi.
La donna scoppiò in una sonora risata, ma gli occhi conservarono un’espressione dolce e malinconica. – Ti sembro il tipo facile da confondere con uomo? – disse sollevandosi del tutto e appoggiando entrambe le mani sui fianchi. La schiena leggermente inarcata mise in evidenza un seno ben modellato sotto una maglietta estiva aderente. Senza ostentazione, aveva attirato l’attenzione di Ector su di sé, come sapesse perfettamente a cosa lui stava pensando.
Ector si era ormai rassegnato ad affrontarla e l’osservò con attenzione, muovendo velocemente gli occhi per cogliere completamente la parte di lei che il lungo bancone non nascondeva alla vista. - Non poteva certo trattarsi di Francesco, e poi chissà dov’è adesso, sono passati più di vent’anni. Posso… Posso offrirti qualcosa? Con questo caldo.-
La donna rispose immediatamente, senza pensarci – Oh, no ora proprio no, devo scappare. Magari un’altra volta. Domani, eh? – Portò un dito alle labbra e sollevò distrattamente lo sguardo verso l’alto, come stesse inseguendo un pensiero. - Anzi – prese un foglio di carta e vi scarabocchiò sopra qualcosa, lo piegò in due e glielo porse.
Lui non ebbe il tempo di reagire – Ector, mi chiamo Ector – disse tendendole la mano, che abilmente finse di non notare. – Ti aspetto, Ector! – disse allegra andandosene senza lasciargli aggiungere altro.
La guardò allontanarsi restando senza parole, fissando la grande porta a vetri dell’atrio della biblioteca che si richiudeva lentamente dietro di lei. Ora era di nuovo completamente solo in quel grande spazio chiuso, di nuovo fuori dal mondo di traffico e caldo che stava fuori. Aprendo il biglietto ripiegato rimasto imprigionato fra le mani, si sentì come stesse per compiere un gesto solenne, un rituale che non poteva essere disturbato da nulla e da nessuno, un evento preparato con cura da tempi immemorabili. Si sarebbe aspettato un numero di telefono, un nome, una traccia, ma non quello che vi trovò: un giorno e un indirizzo.
Subito Ector non considerò le cose da questo punto di vista, immaginò dove si trovava quel posto e per scoprirlo dovette consultare la grande pianta della città appesa alla parete proprio di fronte a lui. Era una zona della città che non conosceva bene, nel lato sud, dove le case si diradano e i grattacieli scompaiono lasciando il posto alla periferia meno recente.
Osservò con attenzione il nome e la posizione della via, cercando di memorizzare un percorso e quando uscì dalla biblioteca tornò a casa. Irene non era ancora tornata così prese l’auto e imboccò una delle grandi arterie che conducevano fuori dal centro. Gironzolò senza meta, raggiungendo il lato più a sud. Come aveva immaginato in quella zona le case cominciavano a diradarsi, lasciando il posto ad ampie zone verdi incolte e costruzioni vecchio stile. Alcune mostravano visibilmente un passato di grandi case rurali poi riadattate. Proseguì senza fermarsi, raggiunse il luogo dell’appuntamento verificando che il percorso ce aveva scelto gli consentisse di raggiungerlo con facilità. Ragionò anche sul traffico che avrebbe potuto trovare all’ora prevista, poi continuò riprendendo la strada di casa, perso poco dopo nel traffico cittadino.


4.
Non attendiamo
La vostra conferma
Per esistere
Nelle dimensioni
Che ci accolgono

Malcom Leopold

Ector trascorse la giornata sforzandosi di non pensare a ciò che sarebbe potuto accadere quella notte. Tornò dal lavoro che Irene era già a casa; evidentemente era riuscita a liberarsi molto prima del previsto.
La salutò affettuosamente, quasi allegro; a sua insaputa fu grato ad Irene della sua presenza, non aveva voglia di trascorrere da solo le poche ore che mancavano all’appuntamento. Sbocconcellando qualcosa che aveva trovato nel frigorifero rifletteva fra sé su cosa sarebbe accaduto e su cosa avrebbe detto a Irene, che nel frattempo stava uscendo dalla doccia. Le sorrise osservandola, quasi irriconoscibile con i capelli avvolti nell’asciugamano e la vestaglia di qualche misura in più che le avvolgeva goffamente il corpo. – Fra un paio d’ore riattacco – disse lei senza entusiasmo. – Di già? – le rispose versandosi del latte in un bicchiere.
-Ti accompagno, se vuoi. – disse Ector con l’aria distratta. - Grazie, - rispose lei sollevata - non ho proprio voglia di rimettermi su un pullman con tutto questo caldo, e poi ho appena fatto la doccia. All’una semmai tornerò con un taxi.
- Posso passare a riprenderti – le disse Ector - Devi stare su fino a tardi, domani mattina io posso dormire un po’ di più, ma tu devi sempre alzarti alla stessa ora – ribatté lei con tono quasi interrogativo.
Ector allora riprese a parlare, come se Irene non esistesse, piuttosto raccogliendo i propri pensieri. – Qualche tempo fa mi era venuta quasi la fissazione, il ricordo in un bambino, compagno di giochi quando abitavo ancora fuori città. – Irene annuì accendendosi una sigaretta. – Avevo anche provato a parlartene, ricordi? – lei annuì distrattamente - Senza un motivo preciso mi era tornato in mente Francesco. – Si, ma cosa c’entra – gli disse aspettando una risposta.
Nel frattempo Irene prese il posacenere e lo appoggiò sul tavolo, poi scostò la sedia e sedette. Con un solo gesto liberò i capelli lasciandoli cadere sulle spalle, luccicanti e ancora umidi. Le ciocche le scendevano dolcemente sulle spalle coprendole una parte del viso, la testa leggermente inclinata. Teneva lo sguardo fisso su Ector che stava in piedi a pochi metri da lei, appoggiato contro il lavandino e continuava a parlare.
Con noncuranza Irene aveva accavallato le gambe e l’accappatoio si era leggermente aperto lasciando scoperte le cosce lisce e ben tornite. – Quando avevo provato a raccontarti qualcosa, – proseguì Ector avvicinandosi. –mi hai interrotto. – sottolineò con aria quasi di rimprovero.
Si sporse leggermente per prendere una sigaretta dal pacchetto sul tavolo e sfiorandole le ginocchia la vestaglia si aprì ancora un poco scoprendole i fianchi. Irene continuava ad ascoltare e sembrava incurante di ciò che le stava accadendo intorno. – L’altro pomeriggio, uscito dalla biblioteca sapevo saresti arrivata tardi, così ho fatto due passi in centro e per caso l’ho incontrato. – Irene ora lo stava osservando dritto negli occhi.
- L’ho visto di spalle, eppure dopo tutti questi anni l’ho riconosciuto, in mezzo alla gente. Era proprio lui, Francesco. – Voltandosi buttò la cenere nel lavandino un attimo prima che cadesse, aspirò una lunga boccata e proseguì. – Figurati, dopo tanto tempo! – Ector era enfatico, sembrava che aspettasse solo quel momento per poter raccontare, parlare di Francesco, ricordare. – Ci siamo fermati solo pochi minuti a fare quattro parole in un bar e poi ieri è venuto a trovarmi in biblioteca. Stasera ci vediamo. Non riesco a immaginare quanto sia cambiato, cos’abbia combinato in questi anni, chi sia adesso. –
Spense la sigaretta sotto il rubinetto e mise il mozzicone nel posacenere. Il suo volto era vicinissimo a quello di Irene che tirò indietro la testa, socchiudendo gli occhi e la bocca. Le accarezzò una guancia scostandole i capelli dal viso, mentre delicatamente le bocche si incontrarono in un lunghissimo bacio. La lingua di Irene avvolse la sua con delicata passione e come per magia, tutto il resto non appartenne più a nessun momento.
Ector con un semplice gesto sciolse definitivamente la cintura che chiudeva la vestaglia lasciando scivolare i due lembi di cotone leggero ai lati del corpo. Inarcando leggermente la schiena Irene gli offriva i seni piccoli e sodi e il ventre piatto, mentre le gambe ancora accavallate nascondevano in parte i peli del pube.
Ector le baciò il collo e le spalle, poi le si mise di fronte e senza parlare si inginocchiò davanti a lei. Irene dischiuse le gambe che appoggiò sulle spalle di Ector attirandolo a sé, premendo coi piedi nudi sulla sua schiena. Lui la baciò a lungo, abbandonandosi come fra le labbra calde di un’amante al primo incontro.
Irene guardò di sfuggita l’orologio – Ma è tardissimo! – e divincolandosi con delicatezza corse a vestirsi; dalla porta della cucina gli mandò un bacio scomparendo nell’altra stanza. Ector tirò fuori una sigaretta dal pacchetto quasi vuoto e prendendo l’accendino dalla tasca dei pantaloni sentì fra le dita un piccolo biglietto ripiegato.
- Sono pronta – Irene era ricomparsa in pochi minuti, indossava un tailleur blu scuro e teneva una piccola bustina sotto il braccio. Ector prese la giacca di lino grigio dall’attaccapanni senza indossarla e la seguì. – Fa un caldo pazzesco – esclamò infilandosi nell’ascensore. – Fuori ci saranno almeno trenta gradi. – La cabina si arrestò con un tonfo sordo al piano terreno, dopo alcuni secondi di cigolii inquietanti. – Prima o poi resteremo bloccati qui dentro, se non si decidono ad aggiustarlo – borbottò Ector uscendo e chiudendo le porticine dietro di sé. – Magari il giorno di ferragosto, come nel film con Alberto Sordi – ribatté Irene ammiccando.
Anche l’interno dell’auto era rovente e i primi minuti di viaggio furono una vera sofferenza, nonostante i finestrini completamente abbassati. Poi l’aria cominciò a rinfrescare lentamente l’interno della vettura. C’era poco traffico ed arrivarono velocemente a destinazione. – Sei sicuro di volermi passare a prendere stanotte all’una? – Vorrai mica facciamo mattina – disse Ector a Irene che scendeva frettolosamente dalla macchina accostata in doppia fila. – D’accordo, all’una e un quarto sono qui fuori che ti aspetto! – Ector la salutò con un cenno e non poté vederla allontanarsi, perché si era formata una piccola coda dietro di lui. I più inquieti avevano cominciato a dare segni di impazienza.

Accese l’ultima sigaretta e appallottolò il pacchetto gettandolo sul sedile posteriore. Guidava con calma, aspirando lentamente il fumo. Seguiva un percorso già noto, dirigendosi verso la periferia sud della città. A un semaforo estrasse dalla tasca il biglietto e lo aprì con cura, posandolo sul sedile al suo fianco e lo rilesse più volte sorridendo fra sé. A un certo punto il panorama mutava, quasi inaspettatamente. La strada ampia e scorrevole seguiva il corso del fiume che si snodava pigro e limaccioso attraverso la città, lasciando alla sua destra le vie che salivano ripide verso la collina, mentre dall’altra parte si stagliavano i palazzi con le insegne al neon, le zone degli uffici, i centri direzionali. Costeggiando l’ampia zona del centro della città, la riva opposta la nascondeva quasi completamente alla vista, perché una fitta macchia di un verde intenso partiva dal livello dell’acqua e si perdeva in un parco che costeggiava per qualche chilometro il corso dell’acqua nel tratto di massima ampiezza.
Ad Ector piaceva percorrere quella strada, specialmente d’estate, perché quando l’asfalto fiancheggiava il fiume di fronte al parco la temperatura si abbassava improvvisamente, proiettandolo in un'inaspettata oasi di fresco e di verde. Ancora qualche chilometro e la città dall’altro lato scompariva in dissolvenza, il fiume allargava le sua anse e poco dopo ci si trovava in una periferia di case basse, vecchie ma ben curate, come se quella zona non mostrasse alcun interesse all’avanzare della metropoli; il mostro che anno dopo anno espandeva i propri confini con palazzi impersonali, grandi scatole di vetro che luccicavano all’imbrunire sostituendo la comparsa delle prime stelle con un sottofondo di luci basse e rumori di traffico.
Giunse a destinazione in leggero anticipo e fece il giro dell’isolato per trovare parcheggio. Scese dall’auto, poi con calma si incamminò lungo i marciapiedi lastricati del quartiere di periferia.


5.
Stanotte ho sognato il tuo volto
Oggi un nuovo sogno mi appartiene
Inspiegabili sensazioni
Lasciano gli attimi irripetibili.

Gerylinn Jones


Ector camminava con le mani in tasca, stringendo ancora il biglietto piegato. Per la prima volta da quando aveva incontrato la sconosciuta in biblioteca rifletté su un aspetto che fino a quel momento, forse volutamente, non aveva preso in considerazione. L’ingresso di quella nuova presenza nella sua vita era avvenuto con aggressività, pur non essendo accaduto nulla di tangibile. Poteva aspettarsi di tutto, un telefono, un nome, ma non un appuntamento. E poi un appuntamento così era come un’imposizione, non aveva avuto modo di controbattere, non aveva avuto spazio per discutere il tempo e il luogo. Semplicemente era accaduto. La sua unica alternativa sarebbe stato rinunciare per sempre. Adesso era lì, a un passo da qualcosa che non conosceva ma che non aveva deciso, da cui era stato travolto.

Era una vecchia casa a tre piani con la facciata che guardava la strada senza balconi, tre file di finestre con le persiane spalancate. Di fianco all’ingresso preceduto da due scalini bassi di pietra, un unico campanello di ottone reggeva una targhetta di cartone sbiadito con scritto “suonare qui”. Premette a fondo il pulsante ed attese qualche secondo – Ultimo piano! – disse una voce completamente distorta dal citofono, tanto da non essere riconoscibile.
Il portone di legno scuro che si apriva sull’androne era solo accostato e dava un’idea di solidità che si rivelò completamente quando Ector dovette spingerlo a fondo per poter entrare. L’ingresso era buio, senza luci, e il cortile interno che si apriva dopo l’ingresso lungo che affiancava la prima rampa di scale mostrava un pavimento di ciottoli lucidi e consumati dal tempo. Sulle piccole pietre rotonde si rifletteva la luce di un lampione interno al cortile, nascosto alla vista. Il sottoscala alla sua destra era protetto nella penombra da una grande grata di ferro triangolare, attraverso cui si intravedevano oggetti abbandonati, una vecchia bicicletta, un mazzo di rose ancora avvolte nel cellophane gettato nell’angolo più lontano.
Ector percorse lentamente le tre rampe di scale, guardandosi intorno. I soffitti erano altissimi e i muri un tempo bianchi avevano lasciato il posto ad una miriade di scritte e graffiti, che sovrapponendosi erano diventati un tutt’uno illeggibile.
Il mancorrente che proseguiva senza interruzione per tutta la lunghezza della scala era di ferro ricoperto da un corrimano di legno liscio e lucido, segno di un frequente utilizzo. Non poteva certo costituire un grande sostegno, pensò, perché si muoveva instabile sulla sede di ferro e sembrava che potesse sradicarsi da un momento all’altro. Quando svoltò sul balcone dell’ultimo piano lo accolse una balaustra ben tenuta, con una fila di gerani fioriti disposta in tutta la lunghezza del ballatoio.
Un grosso gatto rosso era seduto proprio in mezzo al passaggio e lo osservava con aria sorniona. Come Ector cercò di scavalcarlo, il gatto gli schizzò in mezzo alle gambe e scomparve giù per le scale.
Non fece in tempo ad avvicinarsi alla prima porta che sentì una voce dall’interno – E’ aperto! –
Lo accolse una piccola stanza bianca con un tavolino di ferro battuto rotondo, come quelli dei bar, e due sedie contro il muro. Lasciò scivolare la giacca sullo schienale di una delle due sedie e restò in piedi, in attesa.
La stanza dava sul resto dell’appartamento attraverso una porta bianca con i vetri opachi, da cui si sentiva il rumore di una doccia. – Cinque minuti e arrivo. – disse la voce dall’altra parte della porta coprendo il rumore dello scroscio d’acqua. – Non c’è fretta – rispose Ector quasi fra sé e sé.
Le sigarette sul tavolino non erano della sua marca ma le aveva già fumate quando non trovava le sue nelle tabaccherie notturne. Ne sfilò una e l’accese. Appena espirò la prima boccata di fumo notò che il gatto era entrato nella stanza e lo osservava infastidito, mentre si sistemava disteso sul pavimento il più lontano possibile da lui. Continuava a osservarlo in quella posizione, muovendo lentamente la coda, con l’aria indecisa sul da farsi.
Si era quasi adattato a quello strano ambiente, come se non vi fossero porte e altre stanze, come se non vi fosse nessun altro. Osservava la finestra piccola, che dava sulla strada, con le tende bianche ai vetri. Ector rimase ad osservare i muri spessi, che in prossimità della finestra formavano una rientranza ampia, una specie di davanzale interno di pietra levigata che faceva posto ad un piccolo vaso di fiori, anche questi gerani fioriti. Il pavimento era vecchio ma ben tenuto, costituito da grandi piastrelle quadrate bianche e rosso mattone, che concludevano il loro motivo regolare perfettamente in corrispondenza dei muri.
Incurante del gatto che continuava ad osservarlo con fare inquieto, Ector si era seduto dando la schiena alla porta a vetri perdendosi nei suoi pensieri. Lo sorprese una cascata di capelli che gli scivolarono sul viso. D’istinto volse la testa verso l’altro, ma lei gli era troppo vicino e in un attimo incontrò le sue labbra. Ector rimase senza parole, con la sigaretta fra le dita e si sentì uno sciocco.
- Se vuoi fuma pure! – gli disse lei con un tono fra l’ironico e il divertito, sollevandosi prima che lui ritornasse in sé completamente.- Le ho viste li… - cercò di giustificarsi Ector visibilmente imbarazzato. – Stavo scherzando, scemo! Fuma finché ti pare. – il modo di fare della donna, le sue stesse movenze, avevano creato immediatamente confidenza, uno strano tipo di relazione improvvisata eppure intensa che faceva sentire Ector a suo agio, sereno.
La guardò negli occhi e lì per lì non seppe fare altro che sorriderle. Ora che si era allontanata da lui, la poté osservare completamente. Indossava solo un grande telo di spugna bianco annodato sul petto, proprio sopra i seni. Le spalle ampie e il collo lungo le conferivano un aspetto austero, sicuro di sé. – Ho ancora bisogno di una decina di minuti. Aspetta qui ancora un poco. Ector. – Lui annuì alle sue spalle mentre scompariva nuovamente dietro la porta a vetri che si richiuse lentamente dietro di lei.
Poco dopo ricomparve indossando un paio di pantaloni da uomo e una camicetta di seta leggera. I primi tre bottoni della camicia erano slacciati lasciando intravedere un reggiseno bianco di pizzo – Dove si va? – disse lei sorridendo. – Possiamo andare a mangiare un boccone, se ti va. – disse Ector. Non era imbarazzato, ma si trovava in una situazione inaspettata, piacevolmente inaspettata. Si rendeva conto che per tutta la sera non avrebbe saputo reagire a ciò che poteva accadergli, comunque decise in cuor suo di non formulare ipotesi. - D’accordo, ma niente pizza. – lei gli rispose. – Guido io? Un posto tranquillo e alla buona. – Ector non aveva pensato a una cena fuori, ma avrebbe improvvisato uno dei tanti posti che conosceva bene, anche se erano tutti a una certa distanza dalla città. Così ci sarebbe anche stato il tempo per parlarsi. - Ti seguo. – e senza che Ector potesse aggiungere altro lei gli sorrise amabilmente e lo prese sottobraccio.
Ector passò di fronte al bar che aveva visto arrivando, accostò e scese a comprare un pacchetto di sigarette, quelle che aveva fumato a casa della sua ospite. Risalì in macchina e si diresse verso la collina. – Non mi hai ancora detto come ti chiami. – le disse. Ector cercando di assumere un’espressione distratta, come si trattasse di un dettaglio senza importanza. – Francesco.-
Lei gli rispose con tale rapidità che sembrava se lo stesse aspettando. Ector aveva capito fin dal primo momento che non si trattava di una persona comune ed ora era certo che con lei non sarebbe mai stato possibile prevedere un comportamento. Doveva lasciarsi andare o decidere subito di rifiutare la situazione.
Decise di stare al gioco e sorrise. – Andiamo a mangiare in un posto in collina, così magari si riesce anche a stare un po’ al fresco. – le disse voltandosi leggermente verso di lei mentre guidava. Incrociò i suoi occhi osservarlo attenti, forse da quando erano partiti. – Quanto tempo hai? – gli chiese Francesco. – Verso l’una passo a prendere Irene che finisce il turno in ospedale. – Ah. – disse lei senza aggiungere altro finché non arrivarono alla trattoria.
Appena scesero dalla macchina Francesco sembrava aver ritrovato il buonumore, quell’aria ironica e canzonatoria che aveva affascinato Ector fin dal primo momento, ma che la rendeva completamente insondabile.
Mangiarono e parlarono a lungo, le raccontò del suo lavoro e dei suoi libri, di Francesco e di quando era bambino. Ector parlò per tutta la sera, senza mai avere la sensazione di annoiarla o che i suoi discorsi potessero sembrare insensati. Il suo sguardo era sempre attento a ogni cosa quel che Ector raccontava. Tornarono verso casa di Francesco che era ormai mezzanotte, e lei non sembrò minimamente preoccupata che Ector potesse tardare, o che avesse altro da fare. Ector la lasciò scendere dalla macchina senza chiedersi nulla, come stregato da quella presenza inquietante. Non avrebbe nemmeno saputo dare una descrizione precisa del suo aspetto, perché era tutto in armonia con un’unica sensazione da cui non sapeva districarsi. Ector era certo trattarsi di ciò che desiderava. – Posso telefonarti, domani ? – disse lei all’improvviso avvicinandosi al finestrino aperto dalla parte di Ector e abbassandosi un po’, fino a poggiare la mano sulla maniglia della portiera. – Stavo già chiedendomi come fare a rivederti – rispose Ector sorridendo. Nel frattempo scrisse il numero di telefono della biblioteca sul pacchetto di sigarette e glielo porse. Francesco allungò a Ector il proprio pacchetto – in questo ce ne sono di più. – Prima che potesse ribattere, gli diede un bacio su una guancia e scomparve oltre il portone.


6.
Ho dovuto inventare un ricordo,
per trovarti nel mio passato.
Ma oggi la distanza che ci separa
è un deserto in California
La nostra promessa di sempre
è stiamo per raggiungerci.

Lucas Abraham


Ector si svegliò di ottimo umore. Senza un apparente motivo ciondolava per casa guardandosi intorno. – Vuoi del caffè? – gli disse Irene vedendolo entrare in cucina. – Dei caffè – ribatté lui stropicciandosi gli occhi. Irene sapeva che avrebbe dovuto attendere ancora qualche minuto, prima che Ector fosse in grado di comunicare col mondo esterno.
Dopo il secondo caffè Ector mostrò segni di ripresa. – Allora, racconta com’è andata ieri sera. – apostrofò Irene con un tono tra l’incuriosito e il divertito. – Sembra - Ector si voltò a guardarla affettuosamente infastidito perché veniva costretto a pensare a qualcosa prima di essersi svegliato completamente. – Sembra che questi anni siano stati una semplice interruzione, nient’altro.- Lei lo guardava attenta e interessata, sorseggiando il caffè dalla tazza. – Avevo provato a immaginare cosa sarebbe potuto succedere – riprese Ector dopo una pausa – sai, i soliti vecchi amici che si ritrovano e cominciano a raccontarsi fino a scadere nei soliti luoghi comuni. – E allora sai che palle! – lo interruppe Irene. – Mentre andavo da lui ci stavo pensando, avrei potuto trovare una persona che non aveva conservato nulla di ciò che conoscevo. – Ector si fermò a riflettere un attimo. – Ma allora eravate tanto piccoli! – esclamò Irene quasi a giustificarlo – Lo so, - riprese lui – forse è stato proprio il modo in cui tutto si è interrotto a lasciare Francesco così chiaro, impresso nella mente. –
Irene si versò dell’altro caffè e diede una sbirciata all’orologio. – Fra poco dobbiamo andare… - disse con fare dispiaciuto. Ector sembrò non notarla e seguendola mentre si vestiva continuò a parlare. – E’ stata una cosa veramente curiosa, inaspettata. E’ come se tutto questo tempo non fosse trascorso, abbiamo parlato un poco del nostro passato, ma poi è stato tutto un gioco, come se Francesco fosse partitolo solo per un giorno. Abbiamo parlato dei nostri presenti, del nostro tempo. Non so, è proprio come continuare un discorso interrotto un attimo prima. –
In macchina Irene non fece altre domande, ed Ector non affrontò altri discorsi. Era calato un silenzio sereno, ognuno immerso nei propri pensieri. Irene salutò Ector con un bacio frettoloso e poi si allontanò in fretta attraverso il grande cancello dell’ospedale, mentre lui si immergeva nel traffico cittadino verso la biblioteca.

Quel giorno Francesco non telefonò. Avrà avuto un motivo valido, ma Ector non riusciva a darsi pace, poteva benissimo essersi completamente dimenticata di lui. Eppure sembrava tutto così normale, ovvio. Cosa diavolo poteva essere successo da averle impedito di telefonare, anche solo per dirgli “scusa non posso”, o “ti richiamo domani”. La biblioteca era stata più deserta del solito, ed Ector quasi rimpiangeva la folla chiassosa di studenti che popolava le sale fino a due mesi prima. Avrebbe voluto immergersi nel rumore, in mezzo alla gente, riuscire a non pensare. Ector aveva trascorso pochissimo tempo con Francesco, eppure non riusciva a togliersi dall’incontro quella serata magica trascorsa a parlare, i piccoli gesti della donna, imprevedibile in ogni momento. – Signor Ector, devo chiudere fra dieci minuti – il guardiano interruppe il filo dei suoi pensieri quando cominciavano ad assumere un preoccupante tono ossessivo. Era un uomo alto e magro coi denti in fuori e due baffetti da topolino. Le sue parole lo riportarono immediatamente alla realtà. Ector alzò lo sguardo dai fogli che teneva in mano da chissà quanto tempo senza vederli.
- Sono già andati via tutti, ma se ha ancora del lavoro da sbrigare ripasso fra un po’.- gli disse gentilmente allungando il collo per sbirciare sulla sua scrivania. – Bel casino, se non la vedevo e inserivo gli allarmi. –
Il guardiano era sempre lo stesso e ad Ector il suo ficcanasare nelle cose degli uffici dava maledettamente fastidio. Non si poteva lasciare un documento, un foglio qualsiasi sulla scrivania, che il mattino successivo lo avrebbe trovato in un posto diverso. Durante i suoi giri notturni il guardiano della biblioteca non resisteva alla tentazione di guardare, leggere qua e là. Poi magari un mese dopo, saltava su con una battuta, un accenno a qualcosa che aveva letto e si tradiva come sempre. Ector questo non lo aveva mai sopportato.
Gli fu quasi grato di averlo distratto e richiamato al suo mondo, alle ore dei suoi giorni. – No, non si preoccupi, finisco domani. Non è roba urgente, solo che quando uno comincia a mettere in ordine non la finisce più. – gli rispose con un sorriso gentile.
L’altro lo guardò, dando segno di non capire cosa stesse dicendo, ed Ector non si profuse in spiegazioni che riteneva del tutto inutili. Lasciò sul tavolo le carte come stavano, quasi un premio per quell’uomo che nella solitudine della notte avrebbe sicuramente ispezionato ogni cosa con cura, leggendo con curiosità meticolosa ogni appunto.
Poco dopo Ector era nuovamente solo, sul pullman quasi vuoto. Avrebbe desiderato trovarsi sotto casa di Francesco, un attimo prima di suonare il campanello per rivivere la serata trascorsa insieme. Anche quando entrò in casa, provò una spiacevole sensazione di solitudine, un vuoto, un senso di assenza. Irene rincasò poco dopo con due grandi borse piene di provviste.
Parlarono a lungo di molte cose quella sera e lui la stava ad ascoltare con interesse, cercando di allontanare i pensieri che suo malgrado lo riportavano sempre allo stesso punto. Bastava un accenno ignaro di Irene per parlare di Francesco, o anche solo nominarlo. Quella notte trascorse quasi senza sonno. Ector era immerso in un nuovo, recente e bruciante ricordo, ad attendere l’alba che per ore gli sembrò oltremodo lontana.
Senza volerlo durante quelle ore di dormiveglia Ector aveva ripreso il proprio autocontrollo, o almeno era riuscito a rallentare il turbinio di pensieri che lo animavano rendendolo inquieto. Il sole si stava già alzando quando cadde in un sonno profondo, turbato poco tempo dopo dal suono insistente della radiosveglia. Impiegò più del solito a svegliarsi, così dovette uscire di casa di corsa. In un angolo remoto della sua mente non gli spiaceva affatto dover correre, pensare al ritardo, occuparsi di una quotidianità che sembrava infondergli sicurezza. Aveva inizio un altro giorno con le sue piccole regole, dove non trovava posto nessun Francesco. Era il mondo di sempre che non richiedeva più attenzione di uno sguardo distratto.

- Pronto. – Il telefono era squillato a lungo. Ector assunse un tono professionale, senza enfasi e senza curiosità. – Ector, sono io. – Impiegò qualche secondo a riprendersi. – Francesco, ti aspettavo - disse mentre le emozioni più contrastanti lo attraversavano senza controllo – Ieri - disse la donna dall’altro capo del filo – Lascia stare - disse mentendo. – Ector, devi scusarmi, ma ieri ho avuto dei problemi, non ho proprio potuto farmi viva. Ma sapevo che mi stavi aspettando. – Ector era senza parole, tratteneva a stento una gioia ed un entusiasmo che stavano per sopraffarlo – Ci… ci rivediamo – chiese a voce bassa. – E’ ovvio, mi pare! – Francesco aveva assunto la solita aria canzonatoria. Ector non aveva la minima idea di cosa gli stesse succedendo ma era felice.
- Quando - riuscì ad articolare la domanda a malapena. – Oggi non posso, Ector. – In quel momento non era in grado di formulare frasi coerenti. – Oggi – ripeté meccanicamente. – No, oggi proprio non posso, devo - Ector non lasciò che Francesco concludesse la frase, non voleva sapere null’altro che ora lei era lì, l’aveva cercato. – Domani mattina? – dopo un breve attimo di silenzio, lei rispose – Si, ma a che ora? – Ector avrebbe anche preso mezza giornata di permesso, per poterla rincontrare. Cercò di mantenersi calmo. – Entro in biblioteca verso le otto e mezza, ma posso anche arrivare alle nove. – restò in attesa cercando di rallentare il flusso dei pensieri che lo assalivano rendendolo completamente impotente di reagire. Intorno a lui sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa, in qual momento non gli importava assolutamente nulla. – D’accordo, - rispose Francesco con un sospiro – alle otto, di fronte alla fermata degli autobus della Stazione Centrale. –
Non avrebbe saputo dire quanto tempo impiegò per riprendersi, riuscire a calmarsi, stupirsi di sé stesso e di quanto era importante ciò che gli stava accadendo. La sua sicurezza e la sua indifferenza apparente non erano durate più di un attimo, risentendo la sua voce. Avrebbe voluto essere dovunque ma non lì dentro, quel giorno. Non riuscì a lavorare e nemmeno riuscì a combinare qualcosa di diverso che ripensare a quel che era successo da quando Francesco era apparso nella sua vita. Lasciava scorrere le ore pensando alla distanza che lo separava dal mattino seguente.


7.
Ogni giorno che nasce, incontriamo ancora una volta noi stessi. Forse un giorno impareremo a parlare con questo mondo sterminato di vento e polvere bianca. Allora saremo pronti a incontrare sconosciuti, senza esserci estranei.

Jonas Lewinson


Dal laboratorio analisi al piano terreno dell’ospedale, proprio di fianco al pronto soccorso, attraverso i grandi finestroni si poteva scorgere una delle vie più trafficate che collegavano la città alla periferia. In lontananza si sentivano continuamente le sirene delle ambulanze e ancora oltre si poteva scorgere la boscaglia incolta, verde brillante, della riva del fiume. Le piastrelle bianche del balcone riflettevano i raggi del sole già bassi, di un pomeriggio d’estate inoltrata. Irene si muoveva lenta e sinuosa di fronte all’uomo che la osservava in silenzio accarezzandole i capelli languidamente. In certi momenti la donna riusciva ad essere piacevolmente ambigua, lasciando trapelare il dubbio che non stesse facendo altro che ignorare la realtà che la circondava.
Alto e abbronzato, sulla quarantina, l’uomo sembrava non riuscire a staccare lo sguardo dalla donna, tradendo pensieri di gesti irresistibili. L’attimo che stava per svelarsi apparteneva ad un presente ineluttabile.
Lui le sta esattamente di fronte quando le prende il volto fra le mani e l’avvicina a sé con decisione. Irene si rivela e sta al gioco, risponde con segnali senza parole che non lasciano possibilità di essere fraintesi.. Socchiude la bocca e reclina leggermente il capo, chiude gli occhi e abbandonandosi ad un desiderio inevitabile i loro respiri si sfiorano.
Irene si lascia trattenere dalle braccia dell’uomo, appoggiandosi a lui con tutto il suo corpo, fino a sentire i seni che premono contro il compagno.
Un attimo dopo lui la scosta leggermente e silenziosamente le sbottona il camice bianco. Le mani sui fianchi la stringono scaldandole la pelle, ruotano attorno al suo corpo fin sulla schiena per scendere lentamente. Il camice completamente aperto ricorda un lenzuolo, gettato con noncuranza sulle spalle. Irene si lascia travolgere da quell’ondata di desiderio e scopre completamente il torace dell’uomo. Sente fra le labbra i suoi capezzoli, mentre gli slaccia i pantaloni. Il silenzio è rotto per un attimo dallo schiocco secco della cintura, poi le dita fresche della donna si infilano fra le sue gambe, lasciando scivolare a terra i pantaloni.
L’uomo le scorre l’indice nella parte più interna delle gambe e senza difficoltà gli slip sottili si scostano con discrezione lasciando scoperto il sesso di Irene. La prende con entrambe le mani, sollevandola sulle natiche contratte e la solleva mentre lei si aggrappa al suo collo. Con una mano la donna lo aiuta dolcemente e si lascia penetrare gemendo in un attimo senza fine.
Quell’amore consumato nel silenzio contenuto dei gesti, preda di emozioni contrastanti e paura di essere scoperti li travolge. Lentamente, senza freni, entrambi scoppiano in una intrattenibile risata mentre i loro corpi già si ricompongono continuando a fronteggiarsi..
L’attimo di solare intensità appena trascorso qualche minuto dopo può essere confuso con un sogno immaginato ad occhi aperti. Un altro peccato inconfessabile parte di una storia non scritta, che nessuno dei due saprà dimenticare.
L’uomo improvvisamente cambia espressione, facendosi più serio. Un pensiero continua insistente a sovrastare emozioni e sentimenti da giorni senza poter essere scacciato. - Ector? – disse fissando Irene negli occhi. – Ector. – Irene, senza imbarazzo, risponde al suo sguardo con un’espressione vagamente corrucciata. – Devo parlargli. Vorrei che capisse, e vorrei che capissi anche tu. – L’uomo annuì serio, riflettendo un attimo prima di rispondere. – Non possiamo andare avanti così, questo lo capisci, vero? – aggiunse calmo, senza alcuna traccia di nervosismo.
- Lo so, Lorenzo, lo so. – disse Irene stringendosi nelle spalle. – Irene, non è più un’avventura fra colleghi, la nostra. – riprese Lorenzo quasi con tono di rimprovero. – Lo so benissimo, sai cosa provo. Devi lasciare che le cose seguano il loro corso, non forzarmi la mano, ti prego. E’ stata una decisione mia, non dimenticarlo. – Irene parlava senza asprezza ma era visibilmente infastidita. Sapeva meglio di lui che avrebbe dovuto affrontare la questione con Ector il più presto possibile, e forse aveva anche lasciato passare troppo tempo ma ancora non se la sentiva. E Lorenzo aveva sempre quella nota di tristezza nella voce, quando affrontava questo argomento.
- Non mi sembra di averti mai fatto pesare nulla. – Lorenzo non si sarebbe arreso facilmente e ora aveva assunto un atteggiamento polemico e provocatorio. Irene trasse un lungo sospiro, poi incrociò lentamente le mani davanti al viso. I suoi occhi lo guardarono con tenerezza, mentre cercava invano di spiegarsi. – Sei già stato fin troppo paziente, ma devi lasciarmi ancora un po’ di tempo, Lorenzo.– Era fermamente decisa a non riprendere il discorso fintanto non avesse trovato la forza di parlarne con Ector. Gli diede un bacio su una guancia e restò in attesa di un suo sguardo di compiacimento, poi si allontanò e scomparve in bagno. Lorenzo restò a lungo ad osservare la collina oltre il fiume, mentre gli ultimi raggi del sole illuminavano il verde di fronte a lui, cercando di dissipare i pensieri che cupi continuavano a farsi strada senza che fosse capace di respingerli, poi tornò al lavoro.

Irene rientrò tardi e trovò Ector che l’aveva aspettata alzato. – Ciao, - disse sonnecchioso dalla poltrona mentre il televisore proponeva immagini a volume bassissimo. Si alzò a spegnere la tivù mentre lei lo salutava con un cenno che si sforzò di sembrare affettuoso, dirigendosi in cucina. – Fammi una cortesia, domattina chiamami presto, alle otto devo essere in biblioteca. – Irene lo guardò incuriosita. – Qualche problema? –
Ector non rispose subito, scostò una sedia e sedette, appoggiando un gomito al tavolo. – Approfitto delle prime ore, poi comincia il caldo e non si riesce più a combinare nulla. – disse scrollando la testa. – Va bene, quando mi alzo tiro giù dal letto anche te. Domani pomeriggio non lavoro, passo a prenderti con la macchina? – Ector l’osservò pensieroso. – Non so. Non so ancora a che ora esco, ti telefono a mezzogiorno. –
Irene si sentiva come a casa di estranei. Sapeva benissimo che dipendeva da lei e da nessun altro, ma sentiva con chiarezza che non era il momento di parlare a Ector, sempre così immerso nelle sue cose, così distante. O forse anche questo era frutto della sua immaginazione, era lei che era distante e in qualche modo doveva al più presto trovare il modo di liberarsi di un peso che stava diventando insostenibile.
Vinto dalla stanchezza Ector cadde in un sonno profondo e pulito, senza sogni e senza incubi, senza ricordi.



8.
Non ho più parole da dare al mio spirito. Attendo dalla vita nuove emozioni. Forse camminarti al fianco guarirà le mie ferite.

Alejandro Escondias


Un bacio sussurrato e il rumore del caffè che stava salendo, impercettibili ritagli di quotidiano furono sufficienti a svegliare Ector ma appena aprì gli occhi dovette fronteggiare sconosciute sensazioni. Attese e piccoli spazi urbani lo separavano da un desiderio e una paura. Cercò invano di rallentare il ritmo dei suoi battiti ma inutilmente. I minuti che mancavano, i gesti comuni da compiere, servirono per cercare di trarre in inganno il tempo che gli elargiva ancora più di un’ora prima di poterla incontrare.
Il suo modo di fare contagiò anche Irene, che quel mattino sembrava animata da una strana euforia. – Se ti prepari in fretta ti aspetto. - disse dal bagno mentre finiva di truccarsi. – Grazie ma prendo la macchina, così faccio prima questo pomeriggio. Appena posso vengo a casa. – Irene sporse la testa dal bagno e gli disse sorridendo – Cerca di arrivare prima di cena, devo di nuovo uscire. –
Ector, senza motivo prestò particolare attenzione alle sue parole – Lavoro? – intanto lei era uscita e cercava la borsa lasciata chissà dove – Più o meno. – rispose con fare distratto e cambiò discorso.
Si separarono sotto casa e appena Ector si fu allontanato Irene si sentì più tranquilla. Desiderava riflettere ed era quasi infastidita all’idea di rivedere Lorenzo, che con le sue giustificate richieste in quei giorni riusciva solo a rattristarla.

La fermata del tram di fronte all’atrio partenze, a quell’ora era ancora deserta. Mancavano dieci minuti alle otto e la stazione centrale mostrava uno spettacolo di folla in continuo movimento. Il grande quadrante dell’orologio, proprio al centro della piazza, aveva ipnotizzato Ector. Scandiva i minuti come fosse al corrente di ogni cosa.
Alle otto e cinque Ector guardò impaziente l’ora e dopo altri quindici minuti stava ancora aspettando. Il suo umore oscillava fra depressione e furore. Rimase in quello stato finché non la vide arrivare, sorridente e disarmante come sempre. Non fece in tempo a scendere dall’auto che si trovò in una nuova dimensione, circondato da una frizzante allegria. Camminarono sottobraccio, come un gesto spontaneo dettato dall’abitudine ed entrarono nel primo bar all’angolo del corso dirimpetto alla stazione che si stagliava monumentale e protettiva, anonima alle loro spalle. – Un caffè – ordinò Ector appena riuscì ad attirare l’attenzione del ragazzo al banco e poi si volse verso Francesco con un’espressione interrogativa. – Per me un succo di pompelmo, grazie. – Sedettero ad un tavolino miracolosamente rimasto vuoto ed attesero quanto avevano ordinato.
Parlarono del più e del meno fino all’ultimo minuto poi furono costretti a separarsi, quasi bruscamente, prima che il ritardo di Ector diventasse ingiustificabile. Non avevano fatto grandi discorsi, ma Ector si sentì piacevolmente complice della situazione e di Francesco, assaporando a fondo quei brevi momenti di intimità, cose inutili sussurrate, la presenza affascinante e sensuale della donna che stava lentamente scivolando nella sua vita.

Fuori dalla biblioteca, alle cinque in punto c’era Irene ad aspettarlo. – Ciao, Ector – disse accarezzandogli affettuosamente una guancia. – Ma non hai preso la macchina, stamattina? – le rispose lui con un sorriso raggiante. – Non ti aspettavo. - continuò Ector. – Un’ora fa mi sono stufata, così ho mollato tutto e sono venuta qui. Non va bene? – disse assumendo un’espressione vagamente corrucciata. – Figurati. E’ una sorpresa, una bella sorpresa. Tutto qui. –
Camminando e conversando amabilmente avevano raggiunto l’auto. – Dove si va? – disse Ector afferrando scherzosamente il volante con entrambe le mani, pronto a partire per qualsiasi direzione. – In giro – disse Irene decisa, ed imboccarono la strada verso la collina.
Vagarono a lungo senza meta, per strade immerse nel verde raccontandosi storie e pettegolezzi finché furono colti dalle prime avvisaglie della notte. Si fermarono a cenare in una malandata trattoria poco fuori città.
Mentre stavano mangiando, a un certo punto Irene gli chiese – Francesco, non l’hai più sentito? – Ector sollevò gli occhi dal proprio piatto e le sorrise. – Quasi tutti i giorni. Anche solo una telefonata. Quattro chiacchiere. Però ci sentiamo. – A quel punto Irene si fece più seria, aveva perso la sua allegria e si era fatta scura in volto. – Ector, a volte mi sembra che la vita mi stia stretta. Non lo so, ho bisogno di qualcosa. Ci sono altre persone, altre cose e io sto chiusa là dentro. – Ector la guardava assorto e sorpreso, non aveva ancora messo a fuoco ciò che realmente stava cercando di dirgli. – Secondo te, come facciamo a essere così egoisti da pensare di dare il nostro amore a una sola persona? – Irene aveva ragione, pensò Ector fra sé. - Il ritmo della vita è l’anima, il cambiamento.- le rispose pensieroso. Eppure c’era una nota stonata. La notte ripensò al discorso di Irene, convincendosi sempre più che qualche elemento non era al suo posto.

Nei giorni successivi Ector si abituò ben presto al suo piacevole appuntamento mattutino. Era nulla più che tenersi per mano, raramente abbracciati, camminando per le vie semivuote del centro prima che la metropoli riprendesse vita. Era come essere vicinissimi ad un gigante addormentato, tanto da sentirne il respiro ma resi invisibili dal suo sonno. Ector viveva momenti magici, immerso in un mondo completamente diverso da ogni cosa che aveva conosciuto fino ad allora.
Quel mattino ci fu qualcosa di nuovo, che Ector scoprì di desiderare da giorni. Stavano per salutarsi, andando ognuno verso la propria giornata, quando Francesco disse – Ci vediamo stasera, Ector. – Sicuro! – rispose lui senza riflettere. – Vieni a prendermi quando esco? – Francesco stette un attimo a pensare – Non posso, più tardi. Prima devo fare delle cose a casa. Puoi passare da me verso le nove e mezza. – prima che lui potesse ribattere la vide allontanarsi con passo deciso – Va bene, nove e mezza! – lei lo salutò con un cenno senza voltarsi e poco dopo scomparve dietro l’angolo della via.
Ector si allontanò a passi lenti, pensando a cosa avrebbe detto a Irene.


9.
Quali tempi potranno guarire un momento perduto? Nell’attesa la donna che non voleva crescere continuò a percorrere le strade del proprio destino, mentre le albe morenti delle grandi pianure riflettevano senza tregua di domani in domani, l’eco del vento che corrodeva le montagne. Ogni giorno, il sole, coglie la notte impreparata alla propria morte.

Chelsea De Laurie


Luglio surriscaldava la città e precipitava ogni cosa in una morsa di insostenibile caldo afoso, rendendo le persone intolleranti e irascibili. Le giornate trascorrevano lente e senza ombre nella metropoli che diventava ogni giorno più deserta, propagando un senso di solitudine inadatto agli esseri umani. Quasi miraggi urbani, le strade grigie d’asfalto trasudavano una lucentezza inquietante, evaporavano l’essenza della metropoli sotto un sole impietoso.
Appena superata la porta a vetri, Irene e Lorenzo quasi si pentirono di essere usciti dall’ospedale per il pranzo. – Vedrai, a casa farà un po’ più fresco – disse Irene mentre si avviavano verso la macchina rimasta parcheggiata miracolosamente sotto un esiguo rettangolo ombreggiato. – Stamattina prima di uscire ho tirato giù le tapparelle e spalancato le finestre. –
Dopo qualche minuto i due sembravano essersi abituati alla temperatura e all’afa opprimente; scherzavano fra loro mentre Lorenzo guidava a velocità sostenuta in una città curiosamente senza traffico, quasi irriconoscibile. Percorsero in un tempo inaspettatamente breve la distanza che li condusse a casa di Irene.
Entrando in cucina Lorenzo guardò l’orologio appeso al muro. – Preparo un boccone in un attimo… - disse Irene mentre posava la borsa nell’ingresso e si toglieva le scarpe lasciandole dove capitava. – Abbiamo ancora un’ora e mezza. – disse Lorenzo senza troppo entusiasmo, mentre gironzolava curioso con l’aria circospetta per le stanze della casa.
Aspettando si lasciò andare scompostamente sul sofà quando Irene lo prese per mano tirandolo verso di sé – Vieni a mangiare. – disse facendolo alzare in piedi. Si trovarono vicini, al centro della stanza. Lorenzo avvicinò ancora di più Irene e la baciò con forza, mentre lei si stringeva avvinghiando una gamba alla sua. La mano dell’uomo scivolò dolcemente nei pantaloni leggeri di lei allentando improvvisamente la tensione che il luogo e la situazione inconsueta avevano contribuito a creare. La tenne stringendola con risolutezza, lasciandole lo spazio perché potesse sfilarsi la camicetta senza sbottonarla. Il sudore rendeva i loro corpi lucidi e scivolosi. Lunghi e inspiegabili attimi furono il preludio, improvviso e crescente dell’infinito piacere che li travolse, finché le loro voci libere, si alzarono incuranti di tutto e di tutti.
Esausti e soddisfatti, scivolarono a terra sul tappeto poi con calma i loro corpi si separarono.
Lorenzo guardò nuovamente l’orologio della cucina. – Fine del pranzo! – esclamò Irene ridendo, mentre carponi raccoglieva gli indumenti sparsi sul pavimento. – Dovremmo rientrare adesso – le disse Lorenzo cercando di assumere un’espressione tra il serio e il preoccupato. Lei lo guardava di sottecchi annuendo maliziosa.

Lavorò un’ora in più e rientrando trovò Ector in casa. – Sei già qui – disse chiudendosi la porta alle spalle. – Ciao! – le rispose lui dall’altra stanza. Irene corse in bagno, non vedeva l’ora di farsi una doccia.
- Hai pranzato a casa, oggi? – chiese Ector distrattamente. – Quasi – rispose Irene sistemandosi l’accappatoio. – Sono venuta a mangiare con Lorenzo, un mio collega, ma abbiamo fatto tardi e non siamo nemmeno riusciti a metterci a tavola. – Ector si era avvicinato e l’ascoltava appoggiato allo stipite della porta. – Infatti, ho visto che non c’era nemmeno un piatto sporco nel lavandino. - Irene lo guardò e gli fece segno di sedersi accanto a lei. – Mi ha invitata sabato e domenica, in una casa in montagna con un suo amico - disse quando le fu vicino, abbassando il tono della voce. – Vai, che c’è di male, prendi un po’ di sole. – Irene aveva sul volto un’espressione dubbiosa. – Mi fa un po’ paura. – Ector la guardava con espressione serena – Secondo me è meglio se ci vai. Che tipo è questo Lorenzo? – Irene tirò un sospiro di sollievo. Era stupita e felice di essere finalmente riuscita in qualche modo ad affrontare il discorso con Ector. Si lasciò trascinare dall’entusiasmo e gli parlò a lungo di Lorenzo, del loro lavoro, del fine settimana. Cercò, almeno in cuor suo ne era convinta, di avvicinare Ector ad un discorso che le sembrava più difficile di quanto avrebbe immaginato.
Lui di colpo la interruppe. – Quando partite? – Irene fu presa alla sprovvista e non seppe che rispondere in modo diretto. – Domattina, se glielo confermo. – Ector si alzò e cominciò a passeggiare con le mani in tasca andando ad appoggiarsi al tavolo di fronte a dove era seduta Irene. – Stasera esco. – le disse, cercando di dare continuità al discorso interrotto. – Vado a fare un giro con Francesco, ma non torno tardi. Hai bisogno che domattina ti accompagni? – Aveva assunto un tono abbastanza convincente, dando per scontato che Irene sarebbe partita senza porsi ulteriori problemi. – Posso farmi passare a prendere – rispose lei, con un malcelato senso di gratitudine. Ora si sentiva più tranquilla. Lorenzo adesso era un nome, un volto, presente anche in quella casa, poteva far parte dei suoi discorsi, non avrebbe più dovuto fare attenzione a non nominarlo. Non era molto e certamente non era quello che Lorenzo avrebbe desiderato, ma era certamente un inizio.
Quasi per liberarsi di un peso, con tono quasi distratto continuò a parlare di Lorenzo, raccontare aneddoti, vicende, tutte cose che per Ector costituivano una completa novità.
Verso le nove la salutò baciandola su una guancia ed uscì. – Non so dove andremo, comunque se devi alzarti presto non aspettarmi. Domattina però chiamami, prima di uscire, almeno ti saluto. – le disse prima di chiudere quel mondo alle sue spalle. Lo attendevano momenti assolutamente imprevedibili.


10.
Ci incrociamo alle stazioni di servizio, mentre trasportiamo continuamente i nostri destini attraverso queste strade interminabili. I nostri percorsi sono riservati a nomadi senza meta.

Allison Bowles


La metropoli, assente, priva di traffico e rumori assordanti, alla luce del crepuscolo sembrava un automa addormentato, un gigante di acciaio e cemento che riposava lo scheletro scomposto e inumano, indifferente al correre frenetico o all’assenza dei quattro milioni di individui che la popolavano. La strada per arrivare da Francesco, all’altro capo della città, sembrava quasi diversa, senza ostacoli e code, clacson e sirene delle ambulanze. Ector si accorse che il tragitto non era poi così lungo da casa sua, adesso che molti erano andati in vacanza e giunse in anticipo a destinazione. Riuscì a parcheggiare immediatamente, proprio di fronte all’ingresso del vecchio portone che ormai conosceva e che l’avrebbe accolto in un mondo incredibile, cui non si era ancora saputo abituare.
Il portone come sempre accostato si aprì docilmente ad una semplice spinta, lasciandogli varcare la soglia senza bisogno di farsi annunciare dal campanello malandato. Ector non salì subito le scale, ma si soffermò nell’ingresso stretto e lungo, che dava sul cortile interno. Passò davanti a una piccola finestrella a vetri di portineria, con una tendina di stoffa scura che impediva anche solo di immaginare chi o che cosa vi fosse dall’altra parte. Finì di percorrere l’ingresso camminando piano senza fare rumore, quasi temesse di violare quella strana quiete che avvolgeva la casa, che aveva notato fin dalla prima volta che era andato da Francesco. Superando la portineria notò con la coda dell’occhio che la tendina oscillava, evidentemente mossa o scostata per un attimo dall’interno, così si preparò a dare risposte evasive, ma nessuno si fece avanti.
Il cortile interno era ben tenuto, pulito e raccolto dava su grandi porte a due ante chiuse da delle persiane. Il muro del cortile che fungeva da cinta e separava la casa con quella adiacente era completamente coperto da un rampicante, molto simile all’edera ma con le foglie di un verde più acceso. Strano, pensò Ector, che non l’avesse notato quando si era affacciato sul cortile dal balcone più sopra, a casa di Francesco. Dopo essersi guardato intorno ritornò sui propri passi, ed ancora una volta passando davanti alla finestra della portineria ebbe la chiara sensazione che qualcuno da dietro la tenda lo stesse osservando, ma nemmeno questa volta riuscì a notarlo.
Il grande gatto con fare sornione stava come al solito disteso sul pavimento di pietra del balcone, riscaldato da una giornata di sole. Si era piazzato all’estremità più lontana dalle scale, quasi sapesse che lui stava per arrivare e non voleva trovarsi in una posizione da essere disturbato.
Ector bussò leggermente con le nocche sulla porta e vide che il gatto, forse abituato alla sua presenza, lo degnò appena di un’occhiata e richiuse immediatamente gli occhi immergendosi nei propri pensieri felini.
Un attimo dopo sentì dall’interno girare la chiave e la porta si aprì, ma prima che lui potesse entrare completamente, Francesco era già scomparso nell’altra stanza. Mentre Ector si voltava distrattamente per chiudere la porta, quasi inciampò in una valigia.
Prima di poter formulare ipotesi Francesco era di nuovo nella stanza. – Ciao! – gli disse esprimendo uno dei suoi soliti sorrisi enigmatici. – Guarda che casino. Domani devo partire e non ho ancora niente di pronto. – Ector si sentì precipitare, senza saper dare una spiegazione, ma rimase immobile. – Ah – disse senza aggiungere altro ma tradendo ciò che provava.
Francesco non disse nulla ma gli si avvicinò muovendosi con eleganza, lo tirò a sé cingendogli il capo con una mano e si abbandonò ad un lungo bacio. – Starò via solo qualche giorno. – disse guardando Ector dritto negli occhi. - Ha chiamato mio padre che è in Italia di passaggio e ci incontreremo a Firenze. Avrei potuto dirgli di no, ma so che ci tiene tanto e lo vedo così di rado. - Ector ora aveva una spiegazione, ma si limitò a rimanere in silenzio senza fare commenti.
Lei gli rimase vicino e sciogliendo i capelli fermati da una matita aggiunse – Mi spiace per stasera, ma ho l’aereo fra due ore e non ho potuto avvisarti in nessun modo. –
Ector non riusciva a scrollarsi di dosso un velo di tristezza. – Mi ero quasi abituato – riuscì solo ad aggiungere. – Vederti tutte le mattine, iniziare la giornata insieme. -
Francesco lo guardò con un’espressione canzonatoria – Ma sto via solo quattro giorni! – disse sorridendo con un tono di rimprovero. – Mercoledì sono di nuovo a casa. E poi possiamo sentirci, ti lascio il numero di telefono dell’auto di mio padre. Tanto quando sono con lui glielo uso sempre io.-
Ector e Francesco trascorsero il poco tempo rimasto ad organizzare appuntamenti telefonici, poi si salutarono malinconicamente.
La vide allontanarsi in taxi mentre ritto sul marciapiedi, di fronte al portone malandato si sforzava di fare un ultimo cenno, ma lei non si voltò. Restò ad osservare finché l’auto gialla non scomparve alla sua vista svoltando nella via qualche isolato più avanti poi si incamminò verso casa.

Aprì la porta di ingresso che era notte inoltrata. Aveva vagato in macchina, senza sapere dove andare per la città semideserta riflettendo sugli avvenimenti. Avrebbe voluto dire a Francesco un sacco di cose, avrebbe voluto accompagnarla all’aeroporto, avrebbe voluto trascorrere del tempo con lei, ma quando gli disse che stava per partire non accennò nemmeno che sarebbe rimasto da solo l’intero fine settimana.
Aveva la spiacevole sensazione di essersela lasciata sfuggire, senza nemmeno compiere un piccolo gesto, ma sapeva anche che non era ancora tempo e il tempo sarebbe venuto. Si svestì e si abbandonò sul letto lasciandosi immediatamente accogliere da un sonno senza sogni.


11.
Viviamo in un mondo senza suoni. I rumori popolano i nostri giorni, educandoci all’indifferenza. Varcata la soglia, abbiamo bisogno delle risposte che sono dentro di noi per trovare parole che ci portino nuove armonie.

Eliza Cockney

Due giorni trascorsero inutili. Solo il lunedì mattina Ector avrebbe potuto chiamare Francesco così decise di riflettere e abbandonarsi alla solitudine. Erano anni che non restava solo, completamente solo con la mente sgombra a riflettere della propria vita e delle proprie scelte. Lo stereo diffondeva un sottofondo vago di note di chitarra. Come incenso che brucia lentamente e dissolve nell’aria un profumo di incanto, Ector si era abbandonato alla sequenza di suoni senza ascoltare. Stava sentendo le proprie emozioni, sentimenti dissonanti che lo portavano ora a desiderare ora a cercare di dimenticare lo sguardo e il sorriso della sconosciuta.
Forse avrebbe dovuto rimproverarsi per ciò che stava facendo, non per Irene che aveva iniziato una strada di nuovi domani ma per sé. Forse correva dietro a un sogno, un’illusione che come un miraggio restava immobile e lontana ad attirarlo come il canto delle sirene sulla nave di Ulisse, pronto a dissolversi un attimo prima della sua comprensione.
In cuor suo, Ector sapeva benissimo che aveva giocato con il passato finché aveva finito per immergersi in una realtà presente ma inattuale, una vita parallela in cui non riconosceva nemmeno sé stesso. La storia, quella donna dagli occhi blu che sembravano non saper tradire, nascondeva un enigma incomprensibile. Come poteva sapere, cosa sapeva, quali minacce incombenti il futuro nascondeva fuori dalle porte della sua comprensione. Eppure Francesco, per certi versi era veramente lui, Francesco, l’amico che nasce da dentro, dove Ector avrebbe voluto trovare risposte che solo il tempo gli avrebbe svelato. L’affascinava la meraviglia di un’estranea, capace di entrare così prepotentemente dentro la sua vita.
Non ne faceva un problema di tradimenti o verità negate, Ector era cosciente di aver negato a Irene di conoscere, perché nemmeno lui sapeva la verità in equilibrio su quella linea d’ombra in cui ci troviamo tra il sonno e la veglia, quando un attimo prima di svegliarci tutti i sogni della notte ci sembrano reali. Amava Francesco, ma non era un’infatuazione. Non si sentiva innamorato di una donna che pure aveva saputo giocare bene le sue carte, amava piuttosto la sua storia dentro la quale sapeva avrebbe trovato spiegazione a sé stesso. Sapeva di amare Francesco, perché si sentiva disposto a qualsiasi dolore, pur di restarle accanto.

Un attimo prima che la paura che ciò che sarebbe accaduto potesse sovrastarlo Ector venne distratto con sollievo dal rumore amichevole di una chiave che entrava nella toppa, attutito della porta dell’ascensore che si richiudeva. Irene, raggiante, rientrava con i segni di un’abbronzatura appena accennata che metteva in risalto i suoi occhi chiari e luminosi.
Era così entusiasta che travolse Ector con le sue parole senza lasciargli il tempo di ribattere. Sembrava che in poche ore, un pugno di giorni, fosse accaduta ogni cosa. Il sole, le montagne, il dentro e il fuori. Capita quando si vive intensamente, il tempo si dilata e quando si ripensa a ciò che è successo, voltandosi indietro, sembra impossibile che siano potute accadere così tante cose.
Il racconto di Irene trovò in Ector un ascoltatore attento e discreto, quello che desiderava essere dopo due giorni di solitudine. Poi la stanchezza ebbe il sopravvento e lei lasciò trasparire in un attimo le ore di sonno che le erano mancate, finché un riposo ristoratore la raccolse in una forma scomposta, affascinante e seminuda. Ector restò a guardarla senza toccarla, quasi avesse paura di rovinarle gli attimi. Prima che altri pensieri popolassero la sua mente le si addormentò al fianco.

Il mattino successivo Irene faticò ad alzarsi e raggiunse Ector in cucina, ancora assonnata e di pessimo umore. L’incantesimo era finito e in un attimo era ritornata ad un presente che non ricordava di aver scelto. Riuscì a parlare con Ector solo quando erano già in macchina. – Ancora un caffè? – disse lui voltandosi di sbieco per guardarle il volto senza perdere di vista la strada. – Si, ma all’altro bar, questo fa schifo. – Ector annuì proseguendo ed accostò poco più avanti. Mentre entravano nel bar Irene guardò l’ora. – Non sei in ritardo? – le disse Ector tenendole aperta la porta a vetri. Lei gli rispose con un’alzata di spalle.
Quello che avrebbe detto di lì a poco non fu un’affermazione cosciente, piuttosto trasmise una sensazione senza riflettere, quasi stesse parlando fra sé e sé. – Sei innamorata. – Irene si voltò di colpo verso di lui, con un’espressione sinceramente sorpresa. – Ma figurati! – rispose senza pensarci su. Ector calmo riprese il discorso – Non era un’accusa. Sei innamorata. – Irene invece si stava infervorando – Ma dai! Non ci penso nemmeno! – rispose energicamente.
Vedendo che non era in grado, o non aveva intenzione, di sostenere il discorso, Ector lasciò perdere senza badarci troppo e si mise a parlare d’altro.
Non affrontarono più l’argomento ed Ector evitò ogni riferimento a Lorenzo o a ciò che stava succedendo alla sua compagna. Irene dal canto suo attese fino alla sera del giorno successivo, per riprendere il discorso con Ector.
Sebbene sulle prime fosse un po’ titubante, ammise la sua infatuazione per Lorenzo. Ector in cuor suo sorrideva di quella piccola confessione, sentendosi forte del suo mondo segreto, Francesco e i ricordi. Ascoltava pazientemente Irene che finalmente riusciva a parlare liberamente di sé e di una parte della sua vita, da cui in qualche modo Ector era rimasto escluso da tempo. Ora, in un’altra dimensione era tornata, lui era di nuovo partecipe della sua esistenza, completamente.

Francesco lo chiamò in biblioteca nel primo pomeriggio. – Arrivo stasera alle dieci, hai voglia di venirmi a prendere? – tra tutte le congetture che aveva formulato, attendendo il suo ritorno, chissà perché non aveva previsto di andarla a prendere all’aeroporto. – Sicuro! – esclamò Ector con entusiasmo. – Ector. Ho tanta voglia di dormire con te, stanotte. – fu colto alla sprovvista da una richiesta assolutamente inaspettata. – I… in che senso? – riuscì a balbettare a malapena. – Dormire insieme, scemo! – Francesco fece una lunga pausa – credi che sia possibile? – Ector ora aveva messo a fuoco la situazione. – Non c’è nessun problema, certamente. – disse con malcelato entusiasmo. Si sarebbe messo a gridare dalla gioia. – Ector, - riprese Francesco con voce dolce e suadente – guada che lo so, che c’è Irene. Se non puoi, non importa. – Ector si affrettò a rassicurarla – No, no, non ti preoccupare, adesso è diverso. Ti spiego stasera. Tanto mi fermo da te, no? – Immaginò il sorriso di Francesco, poi si congedarono – Vado, altrimenti rischio di perdere il volo. A dopo! –
Rimise la cornetta al suo posto e restò immobile, senza parole, per alcuni minuti. Tratteneva a stento la gioia, la voglia di ridere, uscire in strada e mettersi a correre sotto il sole. Invece sedette alla sua scrivania e restò ad immaginare e osservare il niente con grande attenzione, sperando che a nessuno venisse la malaugurata idea anche solo di rifugiarsi in biblioteca per sfuggire il caldo opprimente che fuori ammorbidiva l’asfalto.
Ector e Irene mangiarono in fretta un boccone di cena, lei era vestita di tutto punto e stava aspettando con una certa inquietudine che il campanello suonasse. Non parlarono che di cose superficiali, ma entrambi sapevano ed in fondo erano compiaciuti, non c’era tensione nell’aria, solo un silenzio che poteva sembrare non del tutto normale.
Ector pensò che dopo quello che stava succedendo, Irene aveva bisogno di un po’ di tempo per riprendersi e riflettere, prima di sentirsi completamente serena di fronte a lui. Si alzò per fare il caffè ed Ector, che aveva appena acceso una sigaretta, si mise comodo spostando leggermente i piatti dal tavolo ancora apparecchiato per fare un po’ di spazio e potersi appoggiare con un gomito. – Stasera esco, - disse quasi con noncuranza. – può essere che non rientri a casa. - lasciò la frase in sospeso, quasi ad aspettare una reazione da parte di Irene che in quel momento gli dava le spalle, mentre sfaccendava sul lavandino con la caffettiera. Lei parve non aver sentito, o volutamente tralasciò i dettagli. – Esco anch’io – disse voltandosi a guardarlo un attimo e poi mise la caffettiera sul fuoco. – Passa Lorenzo a prendermi fra poco. – fece una breve pausa, poi proseguì – Ector, mi accendi una sigaretta, per piacere? – Lui estrasse una sigaretta dal pacchetto e l’accese, poi si allungò e gliela porse.
Irene era in piedi, appoggiata al bordo del lavandino, fumava a buttava la cenere nell’acqua dei piatti. Il caffè aveva iniziato a gorgogliare quando allo squillo del campanello Irene si mosse immediatamente. – Si, scendo – ma non aprì la porta d’ingresso.
Prese la borsa poggiata sul sofà, si avvicinò a Ector e gli diede un bacio sulla fronte – Stai attento al caffè, e chiudi tutto, mi raccomando! – lui annuì senza muoversi e la vide scomparire oltre la porta che si richiuse con uno scatto.
Ector spense il caffè, finì di fumare la sigaretta e si versò una tazza abbondante. Dopo averlo sorseggiato riflettendo sull’immediato futuro si vestì ed uscì chiudendo dietro di sé la porta, facendo mentalmente l’elenco delle incombenze che poteva aver dimenticato; il gas, le tapparelle, la luce accesa. Entrò in ascensore e scese in strada.

Arrivò con abbondante anticipo in aeroporto e il volo da Firenze non era ancora nemmeno apparso sui monitor dell’atrio Arrivi Nazionali. Gironzolò senza pensieri in mezzo a valigie e carrelli, osservando la gente che si agitava senza una logica apparente tenendo d’occhio la segnalazione del volo di Francesco. Quando vide che era atterrato, si avvicinò alla porta di uscita dei viaggiatori ed attese pazientemente. – Ector! – si voltò immediatamente come si sentì chiamare. Lei era lì, a pochi metri da lui, con la valigia di fianco.
La raggiunse e come furono vicini lei gli gettò le braccia al collo abbandonandosi in un lungo bacio, che cancellò in brevi istanti tutto quello che stava loro intorno. – Non vedo l’ora di essere a casa e farmi una doccia. Sono stanchissima e accaldata, è stato un viaggio impossibile! – Ector intanto aveva preso la sua valigia mentre lei si era attaccata affettuosamente al suo fianco poggiandogli la testa sulla spalla.
Faticarono un po’ a raggiungere l’auto parcheggiata perché di fronte all’ingresso dell’aeroporto era giunta nel frattempo una fila di autobus che in pochi secondi aveva vomitato qualche centinaia di persone ed almeno il doppio di valigie, borse, pacchi. Una nube di gente che si muoveva tumultuosamente in senso contrario al loro. Come furono seduti nell’auto di Ector Francesco provò sollievo, mentre si abbandonava completamente sul sedile leggermente reclinato. Il rumore, la folla, tutto stava da un’altra parte e dopo un attimo lontano.
Ector guidò tranquillo fino a casa di lei, che lo osservò senza parlare per tutto il viaggio. Quando giunsero a casa di Francesco, Ector si limitò a guardarla scendere dall’auto e salire le scale con quel suo passo leggero, quasi felino. Aprì, fece strada a Ector accendendo la luce nella stanza, poi la richiuse dietro si sé, si appoggiò alla porta con la schiena e tirò un lungo sospiro di sollievo lasciando scivolare le mani parallele al suo corpo. Restò immobile qualche secondo in quella posizione con gli occhi chiusi e la testa verso l’alto, poi guardò Ector e disse – Finalmente a casa. – Intanto lui aveva appoggiato la valigia contro il muro, sotto la finestra e la osservava in piedi al centro della stanza. Aspettava.
La donna diede uno sguardo alla valigia – di quella me ne occupo domani, adesso non ne ho la minima voglia – poi si riprese e camminò lentamente verso Ector. Gli mise le braccia al collo e disse – Adesso vado a fare una doccia, tu fai come a casa tua, non farti problemi. Ok? – in frigo dovrebbe esserci ancora qualcosa di mangiabile, io tanto non ho fame. Al massimo mi faccio un te più tardi. – Ector la osservò con tenerezza – Non ti preoccupare per me, ho mangiato prima di uscire. – Francesco, trascinandosi stancamente raggiunse il bagno.
Mentre l’aspettava Ector fece un giro per le stanze della casa, incuriosito da quel che avrebbe potuto trovare. L’appartamento era di dimensioni modeste, e si sviluppava sulla lunghezza della casa. Dopo la stanza adibita a ingresso c’era la cucina, abbastanza ampia, con gli elettrodomestici allineati su una parete, mentre sul lato opposto c’era un grande tavolo di legno scuro appoggiato contro il muro.
Notò che tutte le stanze avevano una finestra che dava verso la strada e comunicavano attraverso un lungo corridoio che correva parallelo al balcone sul cortile. Dopo il bagno si trovava la camera da letto, arredata in modo curioso. C’era solo un piccolo armadio a muro con due ante di legno socchiuse attraverso cui si intravedevano borse e scatole ammucchiate sui piani. I vestiti invece erano tutti appesi a dei cavalletti cromati, come quelli dei grandi magazzini, montati su rotelle. Il letto si trovava al centro della stanza, con un grande lenzuolo a fiori che ricadeva da tutti e quattro i lati.
Sentiva ancora lo scroscio della doccia, così tornò in cucina e vide che non era difficile destreggiarsi. Le stoviglie erano sopra il lavandino in un grande gocciolatoio, mentre di fianco al tavolo un piccola credenza di legno con le ante a vetri lasciava intravedere un’ampia varietà di erbe, aromi e scatole di te. Aspettando Francesco mise a scaldare un po’ d’acqua e cercò una teiera.

Ector era in piedi vicino ai fornelli, attendendo che l’acqua bollisse, quando lei lo sorprese ancora una volta. – Un te leggero, grazie. Per me non farne molto – Si voltò di scatto e la vide, in piedi appoggiata contro lo stipite della porta indossando solo l’accappatoio semiaperto. – Non ho sentito chiudere l’acqua della doccia. – le disse. Ector si era ormai abituato alla comparsa improvvisa di Francesco, ma non riusciva a capacitarsi di come lei potesse anticipare ogni volta i suoi gesti.
Sedettero entrambi attorno al tavolo della cucina, quando Francesco cominciò a parlare. – Ector, sono stanchissima, ma avevo una tremenda voglia di vederti, sai. Mi sei mancato tantissimo in questi giorni. – Lui non seppe cos’altro aggiungere, e si limitò a girare lo zucchero nella tazza di tè. – Ho desiderato questo momento poco dopo che sono partita – proseguì la donna – Ho voglia di dormire con te, chiudere gli occhi per una notte fra le tue braccia. – Ector la guardò nei grandi occhi blu. – Mi hai chiesto se potevo, Irene. - voleva parlare con lei di quel che stava accadendo, non voleva pensasse che Irene l’aveva lasciato ed era andata per la sua strada. – Quando mi hai chiesto di stare con te stasera, mi sono accorto che era proprio quello che volevo. Desideravo che tu me lo chiedessi. – Lei lo guardava con occhi sereni, come se non avesse bisogno di alcuna spiegazione – Mi sono chiesto molte volte se e quando sarebbe accaduto, cosa avrei risposto, - proseguì Ector – poi è capitato tutto all’improvviso, in pochi giorni sono cambiate moltissime cose nella mia vita. – Avrebbe voluto raccontarle quello che stava accadendo, di Irene, parlare di loro due, ma Francesco troncò sapientemente la discussione facendo attenzione a non ferirlo.
- Ector, sono stanchissima, adesso l’importante è che tu sia qui, che stanotte restiamo insieme. A che ora devi scappare? – Ector avrebbe voluto prolungare all’infinito quel momento, ma sapeva bene che non sarebbe stato possibile. – Al massimo entro le nove devo essere in biblioteca - lei lo guardò sorridendo – Domani ho un sacco di cose da fare, dovremo alzarci molto prima. –
La notte li accolse colma di stelle, e dormirono nudi, abbracciati fino al mattino.



12.
Il niente. L’unico, vero e insostenibile dolore che può lasciare ferite inguaribili è il niente.

Arthur Melbourne

Era presto ed Ector decise di passare da casa. Attraversò la città che stava ancora albeggiando, i palazzi si stavano illuminando dei colori del giorno e i lampioni ancora accesi davano un tono surreale alla visione della città, vista leggermente dall’alto correndo sulla sopraelevata. Poche auto che sembravano vagare ancora insonnolite lo incrociarono lente per i loro destini. Si viaggiava bene, con i finestrini abbassati, ma sapeva che sarebbe durato poco, fra meno di due ore la temperatura sarebbe di nuovo salita rendendo l’aria irrespirabile. A casa l’ingresso era chiuso a chiave e sulle prime Ector pensò che Irene fosse già uscita, ma vide il letto intatto e capì che non era ancora rientrata.
Le stanze erano calde, era rimasto tutto chiuso durante la notte e la casa aveva pareti sottili, non muri spessi come le case di una volta. Aprì le tapparelle e spalancò le finestre cercando di far entrare un po’ di fresco per quanto possibile, poi si infilò sotto la doccia preparandosi ad affrontare un’altra giornata nel mondo a cui era abituato.
Il rumore dell’acqua aveva coperto il suono della radiosveglia, che indifferente aveva lanciato come sempre le sue melodie mattutine. Non sentì nemmeno entrare Irene, che trovò in cucina ordinata e vestita di tutto punto quando uscì dal bagno per farsi un caffè. Ector aveva addosso solo un asciugamano ripiegato alla vita e un paio di ciabatte di plastica. – Sei tornata. – le disse calmo e lei si limitò a sorridergli annuendo. Versò un po’ di caffè in un bicchiere, mentre Irene, senza che lui dicesse nulla, gli accese una sigaretta e gliela porse. Lui annuì e tornò in bagno lasciando la porta socchiusa, sorseggiò il caffè poi appoggiò il bicchiere vuoto sulla piccola mensola sotto lo specchio e prese l’occorrente per farsi la barba.
Poco dopo Irene gli fu dietro cingendogli la vita con le braccia e prese a guardarlo attraverso l’immagine riflessa nello specchio. – Ector, sta cambiando tutto. – disse lasciando che il silenzio sottolineasse la sua affermazione – E’ strano, sai, non sono mai stata così bene, mi sembra tutto un sogno. Ma ho anche paura che tu possa star male per colpa mia. –Irene aveva appoggiato il viso sulle sue spalle e lui attraverso lo specchio poteva vedere i suoi capelli. – Io ti voglio bene, Ector. –
Lui non disse nulla assaporando la dolcezza di quel momento, poi le rispose. – Lo so, che mi vuoi bene, anch’io, questo è completamente fuori discussione. Solo che – ma prima che potesse terminare la frase Irene riprese a parlare senza spostarsi dalla sua posizione – Questa situazione ci sta cambiando, Ector. Non credo potremo tornare indietro, nemmeno lo volessimo. –
Lui si voltò ruotando su se stesso, senza sciogliersi dall’abbraccio e avvicinandosi al suo viso la baciò. – A volte penso che forse sto solo diventando una puttana. – Ector le osservava il volto, cogliendo ogni minima espressione. Restò un attimo in silenzio, poi prese a parlare. – Gli ultimi mesi sono ingiudicabili, Irene. Se cerchiamo di dare una spiegazione, non penso la possiamo trovare. – Lei annuiva sorridendo, senza dire nulla. – Io so semplicemente che ciò che stiamo vivendo per noi non è sbagliato. E a me questo basta. – Irene lo aveva ascoltato trasportata, con convinzione.
Ector sapeva che stavano seguendo entrambi le stesse regole e senza spiegazioni comprensibili la storia narrava la loro vita. Nessuno avrebbe potuto capire, si sarebbe semplicemente sentito un estraneo. Quella fu l'ultima volta che i loro corpi si sfiorarono.

I giorni scorrevano pigri sotto il sole d’estate senza che per Ector potessero rivestire un chiaro significato. Erano indistinguibili, nella loro calma continuità. Gli incontri con Francesco si erano fatti meno frequenti ma più intensi. Si vedevano quando avevano ore da trascorrere insieme, spesso camminando abbracciati o per mano, in silenzio, indifferenti al resto del mondo. Ector si rese conto che Irene era sfuggita definitivamente, soltanto una presenza casuale in una casa che un tempo era stata di entrambi.

La prima volta che Ector fece l’amore con Francesco fu quasi per caso. Non si erano visti per qualche giorno poi quella sera, decisione improvvisa come al solito, Ector dormì da lei.
Giunse a casa di Francesco che la notte aveva già avvolto la città. Come superò la porta che dava sulla strada notò la lampadina che illuminava l’androne, sostituita di recente. Era possibile distinguere perfettamente ogni particolare.
Il sottoscala era stato ripulito e appariva trasformato. A parte la vecchia bicicletta era diventato un angolo ordinato senza più materiali ammucchiati e scatole; notò che era anche scomparso il mazzo di rose nel cellophane. Il grande gatto rosso di Francesco era steso in bella mostra proprio dove iniziavano i ciottoli del cortile e la luce della lampada proiettava la sua ombra conferendogli un’aria quasi spettrale. Percorse le scale velocemente, facendo gli scalini due alla volta e come svoltò sul ballatoio quasi si scontrò con Francesco. – Dove corri? Non c’è mica nessuna fretta. – disse ammiccando, sorridente come sempre. Ector la guardò sorpreso ed entrarono. – Hai fatto un casino mentre salivi che sono uscita a vedere. – disse Francesco. Il tavolino di ferro era apparecchiato con una tovaglia a quadretti rossi e bianchi, come quelle di una volta e sopra vi erano sparsi diversi tipi di formaggio e del pane. – Vuoi mangiare un boccone? – disse lei mentre sedeva e gli faceva segno di sedersi. – Tanto non ti formalizzi, no? – Ector si era seduto di fronte a lei e la osservava, mentre tranquilla mangiava e chiacchierava. Ascoltava e non ascoltava, una parte di lui rifletteva. Si alzò ed esplorando la stanza trovò un posacenere, poggiato sul davanzale interno della finestra proprio di fianco ai fiori, lo prese e sedette di nuovo di fronte a Francesco. Prese una sigaretta dal pacchetto poggiato sul tavolo – Fuma pure, se vuoi fuma pure – disse lei sorridendo. Ector si limitò ad un’occhiata poi accendendo la sigaretta cominciò a parlare.
- Vi sono strade che a volte pensiamo di imboccare con assoluta certezza, - il suo sguardo si era fatto serio, parlava senza pensare, senza averci pensato su, – poi un giorno ti rendi conto che quella non era la strada, oppure ti accorgi che stai seguendone un’altra, completamente diversa, senza esserti accorto del cambiamento. – Francesco ascoltava con attenzione, mentre distrattamente ammucchiava le briciole al centro del tavolo.
– E’ accaduta una quantità di cose, e io mi accorgo di averle lasciate capitare, non ho fatto nulla per cambiarle, sono restato a guardare con attenzione, ma non ho fatto nulla. – La donna nel frattempo si era alzata e l’aveva raggiunto. Gli stava dietro, in piedi, accarezzandogli i capelli – Forse non dovevi fare altro che ascoltare, non sarebbe comunque cambiato nulla, non credi? – intervenne.
Ector reclinò leggermente la testa all’indietro e lei si abbassò fintanto le sue labbra non sfiorarono le sue, donandogli un attimo di armonia, languida e malinconica, in totale abbandono. Da quando aveva incontrato Francesco aveva imparato a dare un nuovo valore ai gesti, agli attimi, alle sensazioni. Aveva trovato in sé una sensibilità che non pensava di avere, la capacità di cogliere, in un’espressione, un gesto, un semplice accenno, tutto il significato che potevano contenere.
Colse l’attimo senza pensare, seguendo l’onda come era accaduto sin dall’inizio. Quella donna inquietante aveva saputo attirarlo a sé senza possibilità di replica, ed ora stava nuovamente decidendo il suo tempo, sciogliendo i suoi gesti.
Ector non trovò resistenza quando d’impulso, lentamente senza aspettative e senza riflettere cominciò a slacciare il gilè che la donna indossava sopra una t-shirt leggera. Lei nascose il suo volto per un attimo, sfilandosi la maglietta che scoprì il torso ben modellato. Mentre i vestiti finivano a terra in ordine sparso, Francesco si strinse al collo di Ector, che sentiva i suoi seni premere sul corpo ancora vestito.
Prima che potesse reagire, la donna seminuda lo prese per entrambe le mani e standogli di fronte lo trascinò a sé sul letto quadrato. Un fresco piacevole diffondeva nell’ambiente un vago profumo di incenso. La donna, completamente nuda in ginocchio sul letto spogliò il compagno, che assaporò il momento e il silenzio che contribuiva ad isolarli in un mondo incantato. Ector non avrebbe saputo dire quanto sognò e quanto visse, quella notte senza fine, travolto dalla donna che si lasciò esplorare senza limiti e pudore, finché non si perse nel suo sesso dilatato di piacere ed eccitazione. Dormì dentro di lei tutta la notte e per la prima volta Ector sognò Francesco.


13 - Epilogo
Il mondo che conosco, quando si snoda attraverso queste strade di treni lenti fino al confine, di cromo ed asfalto, diventa uno straniero incontrato per caso sul cammino. Mi fermo e gli parlo, chiedendomi se ho trovato la prossima sosta.

Albert J. Collins

Ascoltandosi fino all’ultima eco dei propri passi Ector coglieva un senso che non trovava spiegazione. Cercare di comprendere e comprendersi gli occupava i pensieri, attendendo che qualcosa di tangibile e reale lo potesse distrarre. I suoi giorni varcavano la soglia dell’incomprensibile, ogni volta che ripensava a ciò che stava vivendo, eppure nulla poteva dare sicurezza agli attimi, se non ciò che era appena trascorso. Le sue uniche certezze erano il ricordo dei giorni, in un tempo relativo che non avrebbe saputo raccontare. Quando anche questo si confondeva nel sogno, riappariva Francesco, il sorriso, il blu enigmatico dei suoi sguardi, il suo desiderio di condividerne i tempi. La città, gli angoli delle vie, i portoni delle case non erano più gli stessi, o forse lui stava cambiando, rivedendo i suoi giorni con nuovi occhi.
Irene da tempo trascorreva tutto il proprio tempo con Lorenzo eppure senza una spiegazione continuava a cercarlo, unico confidente cui aveva rivelato i segreti più profondi. – Non posso soffrire di ciò che ti accade, Irene – Ector trascorreva notti insonni ad ascoltare dalla sua voce ciò che restava dei resti di una vita fino a ieri immutabile. – Ciò che sta accadendo è così importante che si spinge oltre le nostre azioni. – Irene si sentiva appagata, Ector era necessario, non poteva essere diversamente.
Ector capiva che si trattava dell’unico modo per conservare un rapporto con quella che per tanti anni era stata la sua compagna. Una mutazione, una nuova, inarrestabile mutazione.

Con Lorenzo Irene stava affrontando la sua nuova vita. Aveva bisogno dell’uomo, della sua presenza, del suo modo di esistere. Ma Irene non riusciva a staccarsi da Ector. Non era trascinare il ricordo del passato, piuttosto il desiderio inconscio di mettere le cose a posto, non lasciare dolore dietro di sé. Irene desiderava accreditare le proprie scelte e il proprio cambiamento attraverso un percorso fatto di delicatezza e comprensione. Non avrebbe sopportato la rottura di un rapporto, in quel momento così delicato, perché sapeva che altrimenti con Lorenzo non sarebbe più stato lo stesso.
Voleva che la sua scelta di libertà, di domani diversi e senza Ector fosse condivisa, soprattutto da Ector. E poi aveva avuto bisogno, fino a quel momento, di qualcuno con cui parlare, qualcuno che la conoscesse bene e potesse comprendere, cui trasmettere le proprie emozioni. Non era certa che per Ector fosse realmente indolore ma non poteva evitarlo, non poteva chiudere per sempre la porta, non fino a quel momento.
Lei sapeva che ora il tempo era giunto, un capitolo della sua vita si era definitivamente concluso. Ciò che desideravano entrambi ora era la loro vita, i loro giorni insieme in un posto nuovo. Per quanto si sforzasse Irene sapeva che non poteva evitare di dare dolore. Anche il dolore che sarebbe giunto al termine, come ogni altra cosa. Domani mattina avrebbe parlato a Ector, e gli avrebbe spiegato la sua decisione definitiva. Fino all’ultimo lui l’aveva aiutata e capita, rendendole tutto più semplice, ma Irene non avrebbe mai saputo cosa provava in quei giorni, l’uomo con cui aveva diviso una quantità di stagioni la cui memoria si perdeva nelle profondità del suo animo. Certamente lo avrebbe sempre portato dentro di sé. E questo Lorenzo lo sapeva bene, e non poteva che accettarlo.
Ad Irene la casa in cui Lorenzo fino allora era vissuto da solo risultava ancora estranea, un luogo inconsueto in cui trascorrere le notti, mangiare, vivere. lei sapeva di appartenere a quel nuovo mondo ma non era ancora del tutto suo.

Era ancora notte quando Ector, dopo un sonno agitato si svegliò all’improvviso. Sedette sul letto cercando di riflettere. Era solo in casa e non percepiva alcun rumore, nemmeno dall’esterno. Si alzò e vagò per le stanze immerse nel buio con i sensi tesi a percepire il minimo movimento ma soltanto l’urlo lontano di una sirena ruppe il silenzio per pochi secondi. Accese in bagno la luce sopra lo specchio, e nella penombra vagamente illuminata raccolse i vestiti sparsi qua e là. Era solo, ma si mosse in silenzio ed uscì scendendo le scale a piedi. Quasi senza rendersene conto, salì in macchina e si allontanò per le strade buie e deserte.
Vagava senza meta, illuminando coi fari dell’auto gli incroci dai semafori ancora lampeggianti, attraversati senza rallentare. Dopo un percorso lungo e tortuoso, attraverso il centro addormentato della metropoli si lasciò la città alla spalle ritrovandosi sotto casa di Francesco.
Posteggiò l’auto con cura, sforzandosi di rimanere calmo, scese e girò la chiave nella portiera. Indossava solo una camicia di lino e pantaloni leggeri e la brezza del primo mattino lo fece rabbrividire; stringendosi nelle spalle varcò la soglia, non trovando la stessa emozione di sempre. Si sentiva come un intruso, stava profanando un luogo che in quel momento gli pareva stranamente ostile.
Travolto da un impulso irresistibile salì le scale correndo, costretto a fermarsi per riprendere fiato. Il ballatoio lo accolse deserto e impreciso di fronte alla porta della casa di Francesco. Gli bastò sfiorarla e si aprì quasi del tutto, invitante. Entrò circospetto nella stanzetta bianca dove tutto era al suo posto. Nessun rumore, nessun suono, provenivano dall’interno.
Ector avanzò circospetto lungo il corridoio, le luci del primo mattino filtravano dalle finestre con le persiane socchiuse. La camera era lì, ancora piena di ricordi e di profumo, ma non vi era altro che il letto quadrato al centro della stanza. Tornò sempre più inquieto nel piccolo ingresso e spalancò le persiane, dando spazio al cielo che stava schiarendo. Vista in piena luce, il tavolino, le due sedie, la stessa stanza gli sembravano stranamente dimesse. Mise a fuoco una sensazione di abbandono.
Violentata dalla luce che ogni momento si faceva più penetrante, sul largo davanzale di pietra della finestra una falena morente sbatteva le ali, incapace di sottrarsi al proprio destino.
Ector restò immobile per lunghi attimi, senza pensieri. Uscì guardando la stanza di sfuggita, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe varcato la soglia e si avviò lentamente verso la biblioteca.
A casa quella sera, non ci sarebbe stato nessuno ad attenderlo, lo aspettava una solitudine popolata di ricordi senza tempo. vietata.





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