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Spazio Libero
LE TOMBE DEL 1989
La pioggia copriva di un manto opaco il mondo circostante e trascinava le gioie nelle atonalità del grigio, diluendoli solo come il vuoto sa fare.
I muri di pietra che costeggiavano le strade piangevano lacrime d’acqua piovana e rattristavano il già triste colore delle case.
Nei parchi, l’erba, le foglie sugli alberi, i timidi fiori si sottomettevano alla forza della noia, che schiacciava verso il basso ogni sentore di vita animale e vegetale.
Qua e là delle persone percorrevano le vie, non per diletto ma per sfuggire al clima, e si riparavano sotto ombrelli o dentro i loro cappotti, così come le loro anime tentavano di ripararsi dalla cupezza e dalla melanconia di quella giornata.
Con questo paesaggio entrai al cimitero. Il cimitero era delineato da un grande cancello di ferro, aperto per fortuna. Si aprivano due vie: una proseguiva diritta, l’altra piegava verso destra. Entrambe erano affiancate dalle tombe dei defunti. Non v’era nessuno, eccetto il custode. Era un tipo di corporatura media, con dei lineamenti comuni e sedeva su una panchina sotto una tettoia; guardava stralunato la pioggia. Mi avvicinai e gli chiesi dove fossero le tombe del 1989. Lui non mi rispose e io ripetei la domanda. Egli nemmeno mi guardò, cosicché mi misi di fronte ai suoi occhi: mi ignorava, anzi continuava a fissare la pioggia come se io non ci fossi. Allora me ne andai sconsolato: inutile parlare con chi non ti può sentire. Cominciai a cercare da solo le tombe del 1989. A dir la verità cercavo una sola tomba: quella di mia figlia morta giustappunto in quell’anno. Intrapresi la via che proseguiva verso destra e arrivai in uno spiazzo dove i morti erano stati sepolti sotto terra. Al centro dello spazio vi era una specie di piccolo mausoleo di semplice fattura, sopra il quale stava sdraiato un uomo come me. Indossava vestiti dell’epoca della seconda guerra mondiale e si beccava triste triste la pioggia.
“Salve, cercavo le tombe del 1989”.
“Buon giorno, io quelle del 1967”.
“Le ha trovate?”
“No, purtroppo no. In questo cimitero sono sepolte solo i morti dal 1990 in poi”.
“Ah dannazione! Che iella”.
“Non si disperi: le troverà. Chi cerca in particolare?”
“Mia figlia. E’ morta nel 1989”.
“Di cosa è morta?”
“Non so… Di tumore o di leucemia, così mi hanno detto”.
“Ah… Okay”.
“Senta, ma lei è della mia generazione? Ha fatto la guerra?”
“Si, l’ho fatta. Io ero in Russia. Lei?
“Ah mi dispiace. E’ stato terribile? Io comunque ero in Grecia”.
“Terribile? Abbastanza, abbastanza”.
“A lei com’è successo? Il freddo, la malnutrizione. A lei?”
“Io nel mio letto, tranquillo”.
“Beato lei. Senta, ha visto il custode per caso?”
“Si, ma non è riuscito a vedermi”.
“Idem per me. Evidentemente non è la persona giusta per comunicare”.
“Va bene. Io vado, arrivederci”.
“Salute”.
Salute? Ma che razza di commiato… Voleva sfottere? Comunque ritornai all’ingresso, che era chiuso, dato che la campana della chiesa aveva suonato le cinque. Nonostante quello fosse l’ennesimo cimitero da me visitato avrei potuto rimanere ancora un poco a guardare le foto delle tombe, ma era tardi ed era ora di tornare nella mia tomba a riposare.
IL DISCORSO
Ti svegli con la notte davanti agli occhi. Il cielo, di un blu profondo, è acceso dalle stelle e dalla luna piena. Non ci sono nuvole.
Sei sdraiato su una panchina e non ricordi niente. Ti metti seduto, frastornato, e allora tutto ritorna. Dopo quel fatto sei scappato di casa, con un pensiero fisso e definito nella testa. Tuttavia non sei arrivato al sodo; hai iniziato a vagabondare come un disperato - quale sei - e ti sei perso in quella notte strana, oscura per te e chiara per il resto del mondo. Poi, stanco, ti sei buttato su una panchina e ti sei lasciato afferrare dal sonno, nella speranza che esso diluisse i tuoi mali. Non è andata così.
Sei seduto; ti guardi intorno. La tiepida luce di un lampione poco funzionante dà visibilità ad un mondo di squallore e tristezza: sei in uno dei quartieri più degradati della città. Sporcizia, disordine, costruzioni diroccate: proprio un brutto posto.
Dei gatti rovistano nella spazzatura e litigano per un pezzo di carne, spezzando quel mesto e deprimente silenzio. Alle porte di una baracca sudicia dormono dei barboni. Solo uno di loro è sveglio, e ti fissa. Prima con aria stupita - d'altronde cosa ci fa una persona ben vestita come te in quella zona? - poi il suo volto si increspa in un ghigno malevolo, che lascia scoperta la dentatura deficitaria e priva degli incisivi: starà sicuramente pensando di poter ricavare qualcosa di prezioso da te.
Sale la paura. Ti alzi di scatto per scappare, e nel farlo fai cadere qualcosa di pesante che era appoggiato ai piedi della panchina, sicché fai un rumore madornale che fa scappare i gatti e sveglia i barboni. Corri a gambe levate, senza voltarti, con la paura, peraltro infondata, di essere inseguito…
… Ti ritrovi su di un ponte. Una trentina di metri sotto scorre una misera fiumara, alta non più di venti centimetri. Ti affacci, appoggiandoti sui gomiti. Un bel panorama si estende di fronte a te: nonostante tutto riesci ad apprezzarlo. Ti sembra di contemplare un piccolo presepe in lontananza, con le luci della città che illuminano romanticamente il riposo delle persone. Sembra esserci quasi una strana corrispondenza tra le stelle e quelle luci. Anche la luna è bella, sebbene sia oscurata a intermittenza da un grosso nuvolone che ora stende su di essa un velo opaco, ora la copre intero, ora passa e se ne va.
Ecco, per un minuto riesci quasi a dimenticare il tuo dolore, la tua sofferenza, ma il fastidioso fruscio della acqua sotto di te ti strappa dalla parentesi di oblio in cui eri precipitato, e te ne suggerisce un altro, eterno ma forse non meno piacevole. Realizzi questo e un'espressione di impazienza ti si stampa in volto. Sbuffi; ti volti spalle al paesaggio e al parapetto, rimanendo comunque appoggiato con la schiena ad esso. Chiudi gli occhi, anzi, li stringi contro le orbite in uno estremo tentativo di isolarti a pensare. Sto per fare una cazzata? Ne vale davvero la pena? Avrei un futuro se non lo facessi? Cosa mi perdo? Mi merito questa punizione? Veramente dovrei…Basta! Non ce la fai più. Apri gli occhi di botto, come destato da un brutto incubo -in verità sei solo uscito da un terribile viaggio nella tua mente- e ansimi come dopo una corsa a perdifiato.
Tuttavia, hai deciso. Ti volti nuovamente e ti metti a sedere sul parapetto, con le gambi penzolanti sul vuoto. E' la resa dei conti. Ti tocchi la fronte e ne trai una strato spesso di sudore. Che sarà mai? Un salto e via: tutto finisce. Oppure rischi di non morire subito, e in quel caso sarebbe un bel guaio, l'oblio arriverebbe dopo molto tempo e molto dolore. Risolvi la questione e decidi di buttarti con la testa. E' perverso e deviante questo ragionamento, e quasi ti sorprendi di riuscire a pianificare lucidamente la tua morte.
Sì ecco, hai deciso, la stai per fare finita… con tutto. Via sofferenze, via dolori, via da questo mondo di merda, niente piu…
"Ciao!"
Sussulti a quel suono, e quasi perdi l'equilibro. Rimani di stucco quando scopri chi è che ha pronunciato quella parola. E' una donna, bellissima. La pelle chiarissima, tratti delicati, occhi incantevoli e labbra sottolineate da un rossetto rosso scuro. Capelli lunghi, molto lunghi, di un nero corvino. E' vestita di nero, e siede accanto a te, proprio nella tua stessa posizione. Ti basta guardarla un attimo per assimilare i particolari e bere il suo fascino. Non stacchi gli occhi da lei, e lei ti guarda con un'espressione maliziosa e furbetta.
"Ho detto: Ciao!"
"C-Chi sei?"
"Che cosa stai facendo? Oh no, Non vorrai buttarti di sotto…" Il suo tono è caricato e un po' parodistico.
Vorresti chiederle l'identità, o di andarsene per lasciarti ai tuoi affari. Ma vi è come una forza irresistibile a cui non riesci a opporti e ti costringe a essere servile nei suoi confronti.
"Mi sto… Mi sto suicidando" rispondi mestamente e con gli occhi bassi.
"Oh che peccato! E perché mai?".
"Io lo devo fare. Sono costretto"
"Da cosa? Che peccato, che peccato…".
"Dai fatti".
"E quali fatti?"
"Non te lo posso dire!"
"E daiii! Dimmelo, su".
La sua voce è talmente calda, e il tono con cui parla così ammaliante che anche le tue ultime difese crollano e ti confidi.
"Ebbene, ho ucciso una persona".
"Che cosa brutta… Non si fa" e scuote la testa "E chi era?"
"Mia moglie".
"Oh, tua moglie?"
"Si, mi merito di morire. E se non lo facessi non riuscirei a vivere: l'amavo troppo". Scoppi in lacrime.
"Capisco. Ma nessuno merita di morire, nessuno. No, no, no, no. Anche sei hai ucciso, e poi è stato un impulso: non volevi ucciderla, vero?
"Già".
"E allora... A nessuno gli si rifiuta una chance, e tutti si meritano il perdono. Poi sono sicuro che ti rifarai una vita."
"Lo dici per davvero?"
"Ma certo! L'uomo si abitua a tutto, dalle cose più gravi banali a quelle più gravi".
"Mi hai ridato la speranza. Grazie".
"Figurati. Allora, ti butterai?"
"No, non più" rispondi asciugandoti gli occhi con il dorso della mano e sfoggiando un timido sorriso".
"EH NO!"
La donna ti afferra per il colla e ti butta di sotto.
Durante il volo riesci a scorgerla in viso, che non è più quello di una donna fascinosa ma bensì quello di una vecchia sdentata e ripugnante. E la vecchia sdentata e ripugnante adesso ti guarda e sogghigna. Prima di toccare terra e quindi morire, una frase ti balena in testa: la morte è cattiva e impietosa, ma non può in nessun modo influire sulle nostre scelte: siamo noi stessi i responsabili della nostra fine.
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