POESIA


Vai ai contenuti

Racconti di Maria Pia Battaglia

Spazio Libero


PICCOLE STORIE

C'era una volta. . . Un aquilone
che visse per qualche tempo nella casa di una famiglia molto povera che non poteva comprare giocattoli.
In questa famiglia c'era un bambino dotato di fervida immaginazione e straordinaria abilità nel costruire oggetti d'ogni genere. Egli aveva imparato a costruire da solo i propri giocattoli.
Con infinita pazienza metteva insieme pezzi di legno, strisce di stoffa, bottoni, fili di lana ed ogni oggetto strano che trovava qua e là.
Riusciva a costruire bambole, trenini, casette, giostrine e persino carillons. . . La soffitta era stracolma di oggetti che il bambino custodiva con grande cura. Il suo più grande divertimento non consisteva nel giocare con quei giocattoli, ma costruirli.
n giorno, tornando da scuola, trovò un rotolo di carta leggera e colorata. . . Sicuramente era stato abbandonato da qualcuno che non voleva utilizzarlo. . . la carta, infatti, era completamente stinta e rovinata lungo i bordi.
Tornò a casa pervaso dall'euforia che ben conosceva: sapeva già cosa avrebbe creato. . .
Mangiò in fretta un boccone e si mise al lavoro.
Rimase chiuso in soffitta per molte ore ma, alla fine, guardò soddisfatto il suo capolavoro. . . Aveva costruito un gigantesco aquilone. . . Coloratissimo, ben proporzionato e molto leggero.
Spense la luce e andò a dormire.
L'aquilone, poggiato su una vecchia cassapnca, cercò di guardarsi attorno ma era buio pesto. La sua attenzione fu attratta dal cielo stellato che si vedeva attraverso il lucernario. . . C'erano tante stelle ammiccanti e vanitose che facevano a gara per mettersi in mostra e attirare l'attenzione. Una tra loro se ne stava immobile a fissare il vuoto. Non faceva proprio nulla per farsi notare, eppure era la più brillante e armoniosa . . . Almeno così sembrò all'aquilone che non riusciva a staccarle gli occhi da dosso.
Spuntò l'aurora e l'aquilone si addormentò profondamente.
Verso l'ora di pranzo, il bambino tornò in soffitta e legò un lungo spago resistente allo scheletro dell'aquilone, quindi lo prese con delicatezza e lo portò fuori. . . si mise a correre su e giù per il pendìo e man mano dava sempre più spago all'aquilone che, vistosi proiettato verso il cielo, cercava di volare in alto con tutte le sue forze. . . Ma la stella era sparita. Allora si afflosciò e vani furono i tentativi di farlo volare ancora.
Il bambino riprovò ogni giorno. L'aquilone era perfetto, non c'era una ragione per cui non dovesse volare. . . Ma l'aquilone, che stava sveglio tutta la notte ad osservare la sua stella, di giorno era esausto e non riusciva a volare.
Anche la stella, a furia di fissare sempre nello stesso punto, aveva notato il meraviglioso aquilone e aspettava la notte con impazienza per poterlo osservare e mandargli amorevoli bagliori.
La stella e l'aquilone condividevano quel segreto. Non osavano confidarlo a nessuno. . . Tutti avrebbero scoraggiato e disapprovato quella storia d'amore così insolita.
Una sera d'estate, il bambino decise di provare a far volare l'aquilone con l'aiuto del tiepido vento notturno.
Quando l'aquilone respirò il profumo della notte e potè guardare la sua stella senza lo schermo di vetro, impazzì di gioia e cominciò a volare, a volare su, in alto, sempre più in alto. . . Ma ad un tratto sentì uno strattone. . . Proprio quando capì che avrebbe potuto sfiorare il cielo, lo spago era arrivato alla fine ed il volo si era interrotto.
Il bambino andò a dormire con il cuore gonfio di felicità e decise che ogni sera, finchè durava il bel tempo, avrebbe portato fuori il suo aquilone. . . E così fu che ogni sera d'estate l'aquilone poteva volare, volteggiare, spaziare in quell'immenso vuoto blu e la stella osservava il suo aquilone con il cuore così pieno d'amore che a volte si staccavano dalla sua pelle, briciole d'argento che si spargevano nell'aria. . .
Ma i due innamorati volevano toccarsi, parlarsi, guardarsi negli occhi. . . E quegl'incontri romantici divennero momenti di desiderio acuto e struggente.
Una sera, finito di giocare, il bambino era così stanco che invece di poggiare l'aquilone sulla solita cassapanca, lo lasciò a terra, vicino all'uscio della soffitta.
Inutilmente la stella si contorse cercando con lo sguardo l'aquilone. . . Inutilmente l'aquilone scrutò il cielo oltre il vetro. . . Fu una notte terribile per entrambi. . . L'angoscia e la tristezza stritolarono i cuori dei due
innamorati. . . L'indomani, il bambino portò l'aquilone sul prato e notò alcune lacerazioni della carta. . . che strano, avrebbe potuto giurare che la sera prima la carta era intatta. . . cos'era successo durante la notte?. . . Smise di farsi domande e si organizzò per riparare le ferite. . . . L'aquilone rimase immobile e lasciò fare. . . ma aveva gia preso una decisione.
Arrivò la sera ed il bambino corse in casa per la cena. Lasciò l'aquilone sul prato pensando di farlo volare più tardi.
Scese la notte e spuntarono le stelle. L'aquilone trovò subito tra tutte, la sua deliziosa stellina e le mandò un muto messaggio. . . La stella ebbe un fremito perchè comprese e si guardò attorno temendo che le sue sorelle avessero notato qualcosa.
Improvvisamente si alzò un forte vento e caddero alcune gocce di pioggia.
"Salvati, salvati!. . . " gridava la stella. . . Ma l'aquilone non si mosse. . . la guardava. . . la guardava e sospirava.
Il bambino sentì la pioggia e si precipitò fuori a prendere l'aquilone. . . . ma rimase a bocca spalancata perchè mentre si avvicinava, vide l'aquilone abbandonarsi alla furia del vento. . . "Fermati, fermati!. . . " urlava il bambino cercando di afferrare l'estremità dello spago. . . " Salvati!. . . Salvati!. . . " urlava la stella temendo il peggio. . .
L'aquilone sapeva bene che l'acqua ed il vento lo avrebbero annientato, ma volava sempre più in alto, verso la sua stella. . . "Morirò. . . " pensava "ma avrò provato la gioia di gridarle quanto l'amo, guardandola negli occhi". . . E volava, volava, volava incurante della carta che cadeva a brandelli. . .
La stella, allora, chiuse gli occhi, salutò con la mente il suo mondo celeste
e si tuffò in un pazzo volo verso la terra. . . . Le sue sorelle urlarono di orrore. . . . nessuna stella poteva sopravvivere lontano dalla propria galassia. . . .
L'aquilone vide la sua stella che si precipitava verso di lui e protese le sue ali colorate per accoglierla tra le braccia. . . la stella vide il suo aquilone che volava verso di lei e si abbandonò felice al vento. . . senza paura. . .
Sapevano entrambi che quello era l'ultimo volo e sapevano che sarebbero stati per sempre insieme.
Il bimbo urlò sconcertato alla vista della stella cadente che lasciava in cielo tracce di scie luminose. . . e pianse vedendo l'aquilone che, volando, cospargeva l'aria di coloratissimi coriandoli. . . .
Ma all'improvviso, la pioggia cessò, il cielo tornò quasi sereno. . . . L'aquilone e la stella finalmente si abbracciarono formando un unico arco di luce colorato. . .
. . . Il bambino si asciugò le lacrime e mandò un bacio al meraviglioso arcobaleno che aveva invaso il cielo.


C'era una volta. . . Un piccolo fiore
che viveva da sempre in una morbida zolla di terra accanto al tronco di una maestosa quercia.
Il fiore non aveva un nome. Era diverso da tutti i suoi fratelli sparsi per il mondo; era nato da chissà quale strano incrocio di semi sconosciuti trasportati dal vento del destino. . . Nessuno, tranne la quercia, conosceva la storia di quell'incontro. Ma tutti erano convinti che i due semi si erano amati davvero tanto perchè il fiore che avevano generato era molto, molto bello.
Era un pò piccolino, per la verità, ma aveva i petali così folti e colorati da distinguersi tra l'erba anche a notevole distanza.
Il piccolo fiore aveva solo un amico: il gigantesco albero che l'aveva visto nascere e crescere. Da lui sentì mille volte la propria storia.
Il piccolo fiore era allegro e ottimista per sua natura ma, a lungo andare, cominciò a soffrire di solitudine.
un giorno, la Fata dei Boschi passò proprio da quelle parti: stava ispezionando la zona e decise di sedersi un pò per riposare; sedette ai piedi della quercia e notò subito il piccolo fiore.
"Com'è bello!" esclamò. . . "Questa specie è proprio nuova. . . Lo porterò a casa e vedrò di farne altre copie. . . " e allungò il braccio per coglierlo, ma una vocina la fermò"No!. . . Per carità. . . Non mi portare via!. . . " La Fata dei Boschi si chinò verso il fiore "Perchè non dovrei?. . . sono la Fata dei Boschi, io!. . . se vieni con me, vivrai in eterno, non lo sai?" "Sì, lo so, fatina. . . . ma, vedi, io vorrei stare accanto al mio amico albero. . . e' l'unico amico che ho e se mi porti via, anche lui rimarrà solo ed io morirò di tristezza. . . . " "Siete una coppia di amici davvero ben assortita, non si discute. . . "osservò ironicamente la Fata. . . "Ecco" rispose il fiore "Veramente facciamo una gran fatica a parlare. . . ma ci vogliamo talmente bene, che non ce ne importa. . . " 2Fatica?. . . . Spiegami il perchè!. . . " chiese la Fata che cominciava a provare una gran tenerezza per quell'esserino così colorato e coraggioso. "Ecco, vedi. . . Io ho una vocina sottile sottile e l'albero mi sente con molta difficoltà. . . lui ha un vocione potente e anche quando sussurra, i miei petali tremano per il gran boato che si sente. . . Ma è l'unico modo che abbiamo per raccontarci le cose. . . mi piacerebbe avere tanti fratellini ma, come vedi, su questa collina c'è un solo fiore e sono io. . . " Il fiorellino, a questo punto, chinò la corolla per nascondere una lacrima. la Fata, che aveva girato il capo per non farsi vedere con gli occhi lucidi, disse
con tono professionale "Bene. . . e' un lampante caso di incompatibilità oggettivamente riscontrabile di comunicazione intervegetale con possibili soluzioni sul piano fantanaturalistico interpretabile attraverso un'analisi degli elementi psico-vegetali e psico-minerali che s'intersecaco incontrandosi su un piano superiore all'ipergalattico. . . "
Il fiore ascoltava ammutolito da tanto incomprensibile sapienza. . . . l'albero aggrottò la fronte poco convinto, ma si tranquillizzò incrociando lo sguardo della Fata che gli strizzò l'occhio. . . "Bene" disse allora la Fata "Adesso ti addormenterai ed al risveglio. . . Beh. . . avrai una sorpresa. . . "
"Non mi portare via. . . non mi portare via. . . " continuava a ripetere il piccolo fiore. . . ma aveva già chiuso gli occhi ed era caduto in un sonno profondo.
"Allora, vecchia mia" disse la Fata alla quercia "Hai sentito il piccolo?. . . Cosa dobbiamo fare?. . . Vogliamo lasciarlo ai tuoi piedi per tutta la vita?. . . quanto reggerà, dovendo urlare per farsi sentire e dovendo proteggersi per poter ascoltare?. . . " "Fai tu. . . . " disse la quercia fingendo indifferenza. . . "Ma ricorda che se lo porterai via da me, gli spezzerai il cuore. . . " ". . . E lo spezzerò anche a te. . . " disse la Fata. . . Ma la quercia non rispose e rimase a fissare ostinatamente un punto imprecisato dello spazio. "Senti un pò" riprese la Fata " te la sentiresti di apparire un pò diversa?. . . " "Quanto, diversa?. . . " chiese allarmata la Quercia. "un pò. . . " riprese la Fata senza guardarla in faccia. . . "Certo, per una Quercia non sarebbe molto dignitoso ma. . . sarebbe sicuramente allegro, divertente e così. . . romantico. . . . " "Spiegati meglio, prego1" disse la quercia che cominciava a preoccuparsi davvero. . . "Ecco. . . Io avrei pensato. . . Vedi, il piccolo ha bisogno di fratellini ma anche se gli costruissi un prato di fiori attorno, continuerebbe a voler parlare anche con te, il problema sarebbe risolto solo in parte. . . quindi. . . " E la Fata si dilungò in descrizioni particolareggiate sul suo piano d'azione. . La quercia si fingeva ora scandalizzata, ora drasticamente contraria. . . Ma alla fine, si misero d'accordo.
Quando il piccolo fiore si svegliò, credette di essere in paradiso. . . . Era circondato da centinaia e centinaia di fiorellini identici a lui. . . e l'albero?. . . . L'albero teneva tutti tra i suoi rami che così ricoperti di fiori, sembravano dipinti con l'arcobaleno.
Il piccolo fiore pianse di gioia e , sopportando coraggiosamente il dolore, si staccò un petalo e lo lasciò cadere giù. . . Lo guardò loteggiare e recitò una preghiera. . . una muta preghiera e un 'grazie' ai due semi sconosciuti che gli avevano dato la vita.



C'era una volta. . . Un giardino incantato.
Era uno strano giardino per chi lo guardava attraverso il recinto. . . Ma bastava entrarci e diventava normalissimo. . . anche se, osservato da dentro, diventava strano il mondo che c'era fuori.
Il giardino occupava poco spazio. . . Eppure, una volta entrati, non si finiva più di esplorarlo. . . C'erano molti alberi e innumerevoli specie di piante e fiori. . . C'erano anche molte piccole case. . . Le case erano tutte uguali per dimensione però non ce n'era una che assomogliasse ad un'altra per colore e forma. Ogni casa aveva porta e finestre originali.
Era un giardino un pò inquietante, visto da fuori. . . C'erano troppi colori mischiati insieme e non c'erano aiuole, ma solo prati fioriti che si confondevano fondendosi tra loro. . . Gli alberi erano alti o bassi ma tutti avevano una fronda foltissima e sempreverde. . . le piante producevano foglie lunghe lunghe che ogni tre giorni si attorcigliavano o s'intrecciavano tra loro creando nuove forme vegetali.
Poche persone avevano veramente il desiderio di entrare in quel giardino. . . ma quasi tutti si erano fermati almeno una volta ad osservarlo dal recinto.
Era molto facile entrare. . . bastava spingere il cancelletto bianco. . . eppure c'era una forza misteriosa che respingeva le persone che sarebbero entrate solo per soddisfare la propria curiosità. . . Bisognava sentire una sensazione particolare, per trovare il coraggio di aprire il cancello. . . Una sensazione che non si può spiegare a parole ma chi l'ha provata, sa bene di cosa si sta parlando. . . .
Superato il cancello, tutto aveva un senso, dentro il giardino.
I rami degli alberi disegnavano ombre di sagome fantastiche eppur familiari. . . le macchie confuse dei fiori divenivano immediatamente armoniosi disegni variopinti. . . le casette sembravano nidi costruiti per proteggere e riscaldare. . . Ognuno poteva scegliere di sedersi sui preti, arrampicarsi sugli alberi, entrare nelle case. . . ed ogni cosa, ogni zolla di terra, ogni alito di vento sembrava assecondare i desideri più nascosti. . . Non esistevano cose sbagliate, in quel giardino. . . non c'erano leggi scritte, nè divieti. . . tutto si svolgeva secondo l'intima consapevolezza del giusto. . .
L'armonia dell'anima e la gioia del cuore erano i soli giudici delle azioni. . . Se c'erano i sentimenti, bastava assecondarli. . . se c'erano desideri, bastava esaudirli. . . se c'erano paure, bastava ascoltarle e si dissolvevano come per magia.
Chiunque fosse entrato nel giardino incantato, non poteva tornare a vivere come prima nel mondo "normale" dove i sentimenti sono analizzati al microscopio, i desideri scoraggiati, le paure ingigantite.
Ma nessuno di quelli che hanno vissuto nel giardino, è in grado di raccontare agli altri quello che veramente ha provato. . . Questo è molto triste, ma necessario. . . nessuno deve parlare dell'esperienza fatta: può solo sperare che altri, come lui, decidano di spingere il cancelletto bianco.
Io ne sto parlando, è vero. ma mi è stato affidato questo compito per una ragione importante. . . io, tanto tempo fa, entrai nel giardino. . . Non fui spinto dall'amore, nè dal desiderio di capire. . . Fu solo incontrollabile curiosità a condurmi al di là dello steccato. . . e una cieca avidità di sapere. . . Non si aprì, il cancelletto bianco. . . ed io scavalcai il recinto. . . Una volta entrato. . . oh, quale terribile sorpresa!. . . Non c'erano alberi verdi, nè fiori colorati, nè graziose casette. . . . Attorno a me, solo grigi rami contorti, fiori appassiti e ruderi affumicati. . . Camminando, sentivo lo scricchiolìo dell'erba secca sotto i piedi e non appena giravo lo sguardo, sentivo che tutto si modificava sotto i miei occhi. . .
Compresi che non avrei mai potuto carpire il segreto del giardino se non mi accostavo con l'anima pura. . . e seppi che non potevo trovare lì dentro la gioia che non ero in grado di cercare nel mio cuore. . . Sedetti su un grosso sasso, poggiai il capo sulle ginicchia e piansi. . . Piansi a lungo. . . i singhiozzi scuotevano il mio petto. . . le lacrime bagnavano le mie mani. . . Eppure ero felice. . . non provavo vergogna, solo sollievo. . . Quando sollevai il capo, il giardino era esattamente come l'avevo intravisto: lussureggiante, splendido, ancora più bello di come lo ricordassi. . .
Baciai una zolla di terra, m'inchinai davanti ai maestosi alberi, accarezzai con rispetto i muri delle case. . . poi mi avviai in punta di piedi verso il cancello facendo attenzione a non calpestare neanche un filo d'erba. . . stavo per uscire, quando sentii una voce che urlò dentro il mio cuore: "Racconta tutto questo. . . Raccontalo. . . . e raccontando, custodisci il segreto!. . . . "



C'era una volta. . . Un libro.
Un libro molto speciale. . . Le pagine erano bianche. Tutte bianche. Però, non appena qualcuno lo apriva, vi leggeva la propria storia. Proprio così. . . la propria storia.
Solo che mentre le parole apparivano, si aveva la sensazione di leggere vicende vissute da altri. . . Corrispondevano date e fatti: tutto era meticolosamente descritto fin nei minimi dettagli ma. . . ognuno credeva di leggere la storia di qualcun'altro e così si ergeva a giudice implacabile o si commuoveva o provava rabbia, rancore, gioia. . . a seconda di come si comportava il protagonista della storia che sembrava una favola d'altri tempi. . . Nessuno, leggendo, era in grado di riconoscersi in quelle situazioni, in quei comportamenti. . . e, immedesimandosi nei personaggi, immaginava come si sarebbe comportato lui, integerrimo, al posto loro.
Arrivato all'ultimo rigo, chi leggeva aveva l'impressione di aver afferrato il senso della vita. . . E si sentiva saggio, forte, buono. . . Chiuso il libro, le pagine tornavano bianche e tutte le parole apparentemente sparite, si incidevano nella mente del lettore. . . Anche chi ricordava perfettamente la storia letta, difficilmente la riconosceva come propria. . . e' davvero difficile guardarsi con obiettività dentro il cuore. . . Nessuno avrebbe mai ammesso di potersi identificare con i personaggi che così aspramente aveva in cuor suo condannato. . . E così, ognuno continuava a vivere con il medesimo atteggiamento di condanna verso gli altri e di estrema indulgenza verso sè stesso. . .
Un giorno, l'angelo che era stato posto a custodia del prezioso libro, chiese a Dio di concedere, attraverso la lettura di quelle pagine, la consapevolezza. . .
Dio sorrise e, dopo qualche istante di esitazione, annuì.
L'angelo tornò sulla terra impaziente di verificare il cambiamento degli uomini che avrebbero letto il libro da quel momento in poi.
chiunque si accostasse al libro, adesso, si riconosceva immediatamente nella storia che leggeva e provava orrore e disgusto per gli errori commessi. . . persino le scelte operate con criterio e buon senso, apparivano come errori che avevano, in un modo o nell'altro, procurato sofferenza. . . addirittura anche qualche buona azione dettata da puro slancio di generosità e amore aveva provocato qualche disagio e, a volte, persino dolore. . .
Come un'incontrollabile valanga di contraccolpi a catena, ogni azione si rifletteva su centinaia di altre e non c'era modo di evitare tutto questo. . . Era davvero impossibile essere felici e contemporaneamente non compromettere la felicità di altri. . .
Ciò che per uno rappresentava la gioia, per un altro significava rinuncia. . . quello che per una persona era amore incondizionato, per altri significava tristezza e solitudine. . . quando si era certi di agire nel rispetto, gli altri si sentivano meschinamente raggirati. . . quando si era convinti di lottare per la giustizia, altri soffrivano per l'impossibilità di perorare la loro causa. . . . . . .
La libertà di uno era l'imbavagliamento di un altro. . . Le convinzioni personali assumevano la forma di terribili coercizioni. . . Le ideologie per cui si era disposti perfino a morire, sembravano ridicoli pretesti per trovare una valida ragione di vita. . .
Chi leggeva il libro, arrivato all'ultima pagina, era così terrorizzato da sè stesso che, abbandonato il volume, non riusciva a prendere neanche una semplice decisione. . . Tutti coloro che lessero la propria storia vissero in seguito in una sorta di torpore. . . incapaci di scegliere, di parlare, persino di immaginare, si lasciarono vivere per inerzia, consapevoli che ogni gesto, ogni pensiero, ogni azione avrebbe potuto provocare imprevedibili, irreparabili reazioni a catena. . .
l'angelo alzò gli occhi al cielo sconsolato e, sentendosi in colpa, rivolse a Dio una preghiera di perdono e di riparazione al danno che aveva, in buona fede, provocato. . .
il buon dio sorrise con indulgenza e mandò un raggio di luce sul libro bianco.
Da quel giorno in poi, chiunque apre quel prezioso volume, vede solo semplici pagine bianche.
Pagine su cui ognuno può scrivere la propria storia con la saggezza del passato, la convinzione del presente, l'entusiasmo per il futuro.
Gli errori fatti sono descritti con indulgenza, le scelte del presente sono dense di amore ed i progetti per il futuro sono, per fortuna, straripanti di sogni (quasi tutti difficilmente realizzabili).



C'era una volta. . . La luna.
Bellissima, diafana, silenziosa.
Era stata creata per fare sognare gli innamorati.
Era felice del suo compito e non le pesava il ruolo che aveva anche se, spesso, ne sentiva il peso della responsabilità.
Tutte le sere, quando appariva su in cielo, scrutava attentamente ogni angolo della terra. . . anche il più nascosto. . . E non appena scorgeva una coppia di innamorati, mandava loro tiepidi raggi di luce argentata. . . se qualche coppia stava litigando o se ne stava immusonita schiena contro schiena, la Luna cercava di farsi notare e, quasi sempre, alla vista della splendida sagoma ammiccante, gli innamorati finivano per guardarsi intensamente negli occhi e, abbracciandosi, si giuravano eterno amore.
La Luna fremeva di gioia ogni volta che riusciva a salvare un amore. . . lei non si era mai innamorata. . . poteva solo cercare d'immaginare quel dolce sentimento di cui tutti parlavano. . . e di tanto in tanto provava un pizzico di malinconia. . . Ma si scuoteva subito pensando che non aveva il diritto di pensare alle proprie emozioni: troppi destini dipendevano da lei. . .
Una mattina d'estate, mentre si accingeva a lasciare il proprio posto, notò che il Sole la fissava in uno strano modo. . . Non era certo la prima volta che s'incontravano, la loro comune amica Aurora, li aveva fatti conoscere molto tempo prima, ma la Luna, consapevole della nobile stirpe a cui il Sole apparteneva, osava appena rivolgergli un timido saluto ogni volta che s'incrociavano: all'alba e al tramonto.
Quella mattina, però, il Sole la guardava con un'intensità particolare e, nonostante si dimostrasse distaccato, condiscendente, non riusciva a distogliere lo sguardo da lei. . .
Luna si sentì arrossire e sparì lentamente senza osare ricambiare quello sguardo che la metteva a disagio e le faceva inspiegabilmente battere il cuore. . .
i giorni seguirono alla notte. . . le notti seguirono ai giorni. . . .
Luna, adesso, quando si avvicinava il tramonto, si sentiva pervasa da una strana frenesia e, al sorgere del sole, all'alba, si preparava a simulare un'indifferenza che era ben lontana dal provare. . .
Passò molto tempo e una sera di primavera mentre Luna si accingeva ad occupare il suo solito posto in cielo, vide il Sole che, vestito con uno dei suoi magnifici abiti rossofuoco, la osservava insistentamente e le sorrideva. . . Luna rimase immobile, ipnotizzata quasi da quel fulgido splendore e si sentì piccola piccola e misera. . . inadeguata, nella sua semplice veste di pallida luce . . . ma il sole la sfiorò con uno dei suoi raggi facendole cadere in grembo una piccola stella dorata. . . . Poi sparì.
Luna nascose in petto, vicino al cuore, la preziosa spilla e per tutta la notte invase l'aria buia di struggenti sopsiri d'amore. . . Amava il Sole, era inutile negarlo. . . ma come avrebbe ami potuto stargli accanto?
Era il loro destino: sfiorarsi appena quando iniziava il giorno e quando incombeva la sera.
Perchè mai lui, consapevole di quest'amore impossibile, continuava ad inviarle messaggi infuocati incurante dei pettegolezzi e della disapprovazione di tutti gli astri?
Luna, adesso, quando incontrava Sole, era splendida più di prima perchè ogni suo poro irradiava una luce intensa straripante d'amore e di passione. . . . e Sole rubava ogni volta qualche istante in più al Tempo affinchè si potessero guardare più a lungo. . . luna e Sole, sempre più innamorati, cominciarono a mandarsi teneri messaggi d'amore scritti sulle nuvole. . . Quella corrispondenza insolita divenne l'unico modo per comunicare e unì ancora di più i due cuori.
Una sera, Luna ricevette un messaggio strano, inquietante, meraviglioso. . . non riuscì a dedicare nemmeno un pensiero agli altri innamorati, quella notte. . . Era troppo assorbita dalla sconvolgente notizia che il Sole le aveva comunicato.
. . . Un evento straordinario sarebbe accaduto. . . avrebbero sconvolto gli animi e le menti, Luna e Sole. . . ma si sarebbero finalmente abbracciati!
Luna sorrise e quando incrociò lo sguardo di Sole, all'alba del giorno dopo, gli rivolse un tacito segno d'assenso.
Sole sospirò di sollievo e gioia.
Luna era già pervasa da un'incontenibile timorosa impazienza. . .
Il giorno dopo, Luna non andò via all'alba. . . attese. . . E improvvisamente sentì la calda e possente stretta di Sole che la teneva contro di sè in un tenero, infinitamente amorevole abbraccio che durò molto, molto tempo. . .
il cielo si oscurò. . . gli uomini assistettero stupiti alla più lunga eclissi di Sole che si possa ricordare. . . . . . . . .
C'era buio, sulla terra. . . ma dall'altra parte della Luna, al riparo da sguardi invadenti, i raggi del Sole ed i bagliori argentati della Luna, disegnarono nell'universo un meraviglioso mosaico di luce. . .
E si racconta che tutti gli angeli attendono con impazienza ogni eclissi perchè in quell'occasione le loro ali si ricoprono di briciole argentate ed i loro capelli risplendono di luminosi riflessi dorati. . .
Si racconta anche che dopo ogni eclissi, esattamente nove mesi dopo, appaia nel cielo una nuova stella dalla strana forma tondeggiante che ricorda molto la sagoma del sole anche avendo gli identici riflessi argentati della luna. . . Ma queste sono sicuramente chiacchiere e nessuno si sente di giurare che corrispondano a verità!



C'era una volta. . . Il Cielo.
Ed era molto triste perchè si avvicinava il Natale e non aveva nemmeno una lucina.
"Perchè sei così triste?" gli chiese una nuvola che passava di là.
"Sono triste perchè da quassù guardo gli alberi carichi di luci colorate, vedo le strade addobbate di luci, intravedo gli abeti oltre i vetri delle finestre e desidero tanto anch'io qualche lucina . . . Ma sono Cielo e non posso avere un albero di Natale. . . Neanche un addobbo luccicante, posso avere. . . Per questo sono triste. . . Almeno a Natale, anche solo a Natale, vorrei avere anch'io le mie luci. . . " " ma tu hai le stelle!" disse la nuvola.
"Sì, è vero, ci sono le stelle" rispose il Cielo " Ma arrivano di notte, quando io dormo e così non riesco mai a vederle. . . " ed il Cielo si lasciò sfuggire una lacrima.
La nuvola rimase un pò in silenzio e rifletteva mentre accarezzava il viso del Cielo cercando di consolarlo. . . poi parlò "Adesso vado dagli Angeli. . . lassù in alto e vedrò cosa si può fare"
Il Cielo tentò di fermarla perchè era molto pericoloso addentrarsi nei cieli del Cielo. . . ma la nuvola era già sparita.
Passarono i giorni e la nuvola non tornava. . . Arrivò la vigilia di Natale ed il Cielo era sempre più triste, ma talmente triste che non riuscì più a trattenere il pianto.
Così, cominciò a piovere.
E la pioggia cadde per ore ed ore. . . insistente, incessante.
La gente era triste. Ognuno correva a casa salutando gli altri con un frettoloso cenno della mano. . . A Natale, la neve ci stava bene. . . ma la pioggia. . . . . . !
I bambini erano tristi e non avevano voglia di aprire i regali che aspettavano impazienti sotto l'albero.
L'unico ad essere contento era, invece, proprio l'albero di Natale: era tutto così grigio e triste lì fuori, che le sue luci brillavano ancora di più ed erano l'unica cosa allegra in quella triste atmosfera. . . Ed il Cielo, notando che le luci dell'albero brillavano più di prima, piangeva sempre più forte. . .
Allora gli Angeli, sentendo quel coro di pensieri malinconici, smisero di giocare a nascondino e decisero di ascoltare la nuvola che, ormai, non aveva quasi più voce a furia di gridare. . .
Si consultarono brevemente e comunicarono alla nuvola la loro decisione.
La nuvola ringraziò volteggiando e tornò di corsa dal Cielo. . .
Il Cielo singhiozzava così forte che non udì subito la vocina ormai rauca della nuvola. . .
Allora la nuvola gli si parò davanti al viso e, fissandolo negli occhi colmi di lacrime, urlò. "Smettila. . . . . . . . smettila, ti dico!. . . Hanno detto gli Angeli che se non piangi più, domani mattina avrai una bellissima sorpresa. . . . hai sentito?. . . . "
Con un pò di fatica, il Cielo ricacciò indietro le lacrime e piano piano, smise di piangere. . . Subito dopo, esausto, si addormentò farfugliando un "grazie" alla nuvola che, più esausta di lui, cadde in un sonno profondo.
Smise di piovere.
La gente guardò il Cielo che a poco a poco tornava sereno.
Ricominciarono i preparativi per la grande cena di Natale. . . i bambini sorvegliavano l'orologio impazienti e, quando arrivò la mezzanotte, tutti si scambiarono gli auguri con più affetto e ottimismo.
I bambini aprirono i regali e qualcuno di loro urlò di gioia per aver trovato nel sua pacco una sorpresa inattesa.
Ma la sorpresa più incredibile, più fantastica, fu il Cielo la mattina di Natale!
Si sparse la voce in un baleno: qualcosa di straordinario era accaduto.
tutti uscirono per strada e rimasero col naso all'insù per molto, molto tempo. . . .
Il Cielo era di un azzurro così vivido che abbagliava lo sguardo e, sparse nel Cielo c'erano migliaia e migliaia di stelle argentate. . . . . . . .
Gli uomini ammutolirono davanti a quel prodigio e sentirono il bisogno di prendersi per mano...
Persino l'albero di Natale più superbo chinò i rami umilmente perchè si sentì un patetico surrogato di allegria che non poteva reggere il paragone con lo splendore di quell'incredibile spettacolo celeste così meravigliosamente vero. . .
. . . Ed un piccolo Bambin Gesù di gesso, dimenticato in una scatola in soffitta, sbirciò dal lucernario e sorrise.



C'era una volta. . . Una farfalla.
E come tutte le farfalle di quel tempo ormai lontano, era completamente bianca. Ma questa farfalla era speciale. . . diversa dalle altre. . . Sarà perchè era nata da un grande amore, sarà perchè aveva un carattere molto dolce e allegro, sta di fatto che si distingueva. . . Volava con un'eleganza ed una grazia tali che tutti si fermavano ad ammirarla.
Un passerotto, tale Cip, l'aveva notata da un pò di tempo e, conoscendone le abitudini, si nascondeva tra il fogliame degli alberi e seguiva i suoi leggiadri volteggi. . . . "Come sei bella!". . . sopsirava Cip. . . "Le tue ali sono così trasparenti e pure che sembrano di cristallo!". . . La farfalla fingeva indifferenza ma sorrideva tra sè perchè il suo vero nome era proprio Cristallina, anche se tutti la chiamavano Cris.
Da qualche mese si era trasferita nel bosco una famiglia di libellule. . . Gente molto perbene, stirpe antica, nobile ma un tantino altezzosi, per la verità. . . Soprattutto la figlia minore, Libella, guardava tutti con un'espressione talmente sprezzante che era inevitabile considerarla antipatica. Solo Cip stava in sua compagnia perchè era talmente innamorato di Cris che non aveva tempo nè voglia di occuparsi dei difetti di Libella. . . Cris volava accanto a Libella e l'accompagnava a visitare i luoghi più belli del bosco ma era anche un pretesto per osservare Cris senza doversi nascondere e poi, in cuor suo, sperava che la bianca farfalla, vedendolo con Libella, avrebbe provato una punta di gelosia. . . Ma Cris aveva letto molte volte nello sguardo di Cip un amore così profondo che non era per niente gelosa di Libella, anzi, l'ammirava sinceramente per la sua raffinata bellezza. . .
Un pomeriggio, Cip era un pò triste perchè aveva tanta voglia di stare con Cris ma non aveva il coraggio di dirglielo. . . Libella, vedendolo stranamente taciturno, lo incoraggiò a confidarsi.
Cip decise di superare la propria timidezza e confessò all'amica di essere innamorato ma infelice perchè non riusciva a dichiarare il suo amore. . .
Libella, convinta di essere lei stessa la ragione di tanta sofferenza, lo coccolò, lo incoraggiò, lo lusingò fino a convincerlo a svelare il nome del suo segreto amore.
Cip, contento di poter condividere il suo segreto, confessò di essere follemente innamorato di Cris. . . la bellissima farfalla.
Libella ebbe un sussulto incredulo ma riuscì a nascondere la cocente delusione e, andandosene, lo salutò con il solito affetto.
Fu una notte terribile per Libella: non riusciva ad accettare l'idea che qualcuno potesse innamorarsi di una creatura così insignificante e scialba come la stupida Cris, avendo la possibilità di frequentere lei, libella, infinitamente più bella, più elegante, più ricca, più intelligente. . . più tutto!
A mezzanotte, non potendo prendere sonno, andò a frugare in soffitta. . . Voleva solo distrarsi un pò ma, rovistando in un baule, trovò un antichissimo volume rilegato con foglie di fico essiccate. Era un libro di magia. Sfogliò con curiosità le pagine ingiallite e, proprio mentre stava per rimetterlo a posto, le capitò sotto gli occhi la descrizione di una magia che le sembrò molto adatta al suo scopo: vendicarsi.
Studiò un piano minuzioso e andò a dormire soddisfatta.
L'indomani salutò Cip con più allegria del solito. . . Mentre volavano chiacchierando, incontrarono Cris. . . Cip impallidì per l'emozione e Libella, fingendo di perdere l'equilibrio, urtò con le ali un'ala della farfalla
che fu costretta a fermarsi. Cip era fuori di sè dalla gioia: non gli sembrava vero di poter contemplare Cris così da vicino. . . ed era estremamente grato a Libella per quello che lui credeva fosse stato un espediente escogitato dall'amica per fargli conoscele Cris. . . Libella, facendo sforzi sovranimali per celare la rabbia e l'astio che provava, chiese scusa alla farfalla per il piccolo incidente e la invitò ad unirsi a loro due.
Cris avrebbe voluto rifiutare: l'aristocratica libellula la metteva un pò a disagio e la vicinanza di Cip. . . beh, non era certo indifferente a quegli sguardi così teneri e amorevoli. . . Ma decise di accettare e volò accanto a loro discreta e aggraziata.
Cris e Cip erano troppo emozionati per conversare ma Libella finse di non accorgersi del loro imbarazzo e chiacchierò vivacemente per tutto il pomeriggio.
A sera, Libella volle accompagnare Cris fino a casa. Cip salutò entrambe con riluttanza e si allontanò. . . ma non resistette alla tentazione e tornò indietro ansioso di sapere se Libella aveva confidato a Cris il segreto.
Raggiunse la casa di Cris e, protetto dal buio, osservò Libella e Cris che chiacchieravano abbracciate proprio come due amiche del cuore. . . Ad un tratto, però Libella gettò addosso a Cris una manciata di semi verdastri e urlò "Lo sapevo. . . anche tu sei innamorata di lui!. . . . Ma io ti punirò, per questo. . . diverrai brutta, bruttissima, rivoltante!. . . Nessuna, nel bosco, può permettersi di essere bella come me!. . . . " I semi avevano paralizzato Cris che, non potendo parlare, comunicava con lo sguardo lo sbigottimento ed l'incredulo dolore. . . . libella recitò la formula magica appresa dal libro e improvvisamente Cris si trasformò in un viscido, umido bruco.
la risata sguaiata di Libella echeggiò per tutto il bosco e si sovrappose alle urla disperate di Cip che aveva osservato impietrito la scena. . . "Nooooo!!!
Cosa hai fatto!!!!" si disperava, Cip. . . "Sei una strga malvagia, lei si fidava di te. . . . e anch'io. . . . !. . . ti prego, ti prego. . . . falla ritornare com'era!!!!. . . Ridammi la mia bellissima farfalla. . . Rivoglio la mia Cris!. . . . . . . . . . . Non posso vivere sapendo che il mio unico amore è racchiuso in quel verme!. . . . " e piangeva. . . e si disperava. . . . . . . Ma Libella, per nulla intenerita, gli disse freddamente "Ah, è così?. . . Non sopporti la sua vista?. . . . Beh, ti posso accontentare. . . la chiuderò in un guscio, così non soffrirai!. . . . " Detto, fatto: apparve un guscio scuro e robusto che avvolse il bruco sigillandolo al suo interno. . . "Ecco" disse Libella " Questa sarà la sua casa. . . e la sua tomba!. . . La chiamerò crisalide, in onore di Cris. . . Contento?. . . " E si allontanò sghignazzando. . .
Cip si accostò alla crisalide e vi appoggiò sopra il capino. . . non si dava pace. . . Chiamava la sua bella Cris e piangeva, piangeva, piangeva. . . . l'indomani si svegliò accanto al guscio e notò la presenza di tutti gli abitanti del bosco che, avendo appreso l'accaduto, volevano consolare il passerotto e rendere omaggio alla bella e buona amica perduta. Tutte le farfalle sfilarono davanti alla crisalide sfiorandola con le loro bianche ali e tutti gli uccelli lasciarono cadere sul guscio inquietante, un fiore.
Cip non riusciva a staccarsi dalla sua piccola amata e giorno dopo giorno, notte dopo notte, dormirono insieme, vicini vicini e sospiravano abbracciati ma distanti, sommersi da mille e mille fiori.
passò molto tempo e Cip continuava a parlare d'amore a Cris che lo ascoltava commossa e disperata perchè non poteva parlare, non poteva guardarlo, non poteva toccarlo. . .
Il loro amore viveva nonostante tutto. . . s'ingigantì. . . aumentò a tal punto che persino l'aria attorno a loro vibrava satura di emozioni. . .
Una mattina d'estate, mentre Cip dormiva abbracciato al freddo guscio, la Fata dei Boschi si fermò a guardare quell'insolita scena. . . Chiese spiegazioni al salice piangente che stava lì vicino e l'albero le raccontò la triste storia della perfida Libella e dell'amore di Cip per la sua farfalla. . . alla fine del racconto, il salice piangente era più piangente che mai e la Fata cercava di darsi un contegno ma aveva un tale groppo in gola che se non si faceva un bel pianto, rischiava di morire soffocata. . . Dopo qualche momento di riflessione in cui la Fata rimase con il bel volto tra le mani, nascosta dai lunghi capelli (che servono a proteggere le fate dai momenti di commozione), si alzò. si sistemò il vestito e disse al vento "Portami tutte le lacrime versate dal passerotto. . . " Immediatamente ai piedi della fata apparve un limpido ruscello!. . . la Fata disse agli uccelli "Gettate nel ruscello tutti i fiori che avete offerto alla farfalla prigioniera. . . "Tutti gli uccelli ubbidirono. . . man mano che i fiori cadevano in acqua, il ruscello si tingeva di giallo, di rosso, di verde, di azzurro. . . . . . La Fata alzò una mano e tutti restarono fermi in silenziosa, rispettosa attesa. . . Il ruscello colorato fu risucchiato dalla mano della Fata che lo fece sparire all'interno della crisalide. . . Cip, che si era svegliato, osservava ammutolito, incredulo quel prodigio. . . Improvvisamente, la crisalide si frantumò spargendo ovunque l'acqua dai mille colori e lasciando finalmente libera Cris che apparve raggiante e molto più bella di prima perchè aveva le ali meravigliosamente disegnate con splendidi colori. . . Cip la guardava muto di gioia e, quando ebbe la forza di aprire la ali per abbracciarla, Cris gli volò sul petto e si tenne strtta a lui. . . le farfalle bianche impazzite di gioia, si tuffarono nell'acqua colorata dipingendosi a vicenda le ali. . . . La Fata sorrise e schioccando le dita, fissò su di loro i bei colori e disse "Dopotutto siete più allegre, così. . . "
Cip si scostò da Cris e corse a ringraziare la Fata. . . ci fu un attimo di silenzio seguito da allegre, sonore risate. . . Cris, abbracciando il passerotto, gli aveva lasciato sul petto una macchia di colore. . . cip tentò di pulirsi ma Cris gli disse "Fermo!. . . non la togliere. . . stai proprio bene con il petto rosso!. . . . . . . "
Tutti appludirono approvando. . . . Cip arrossì di piacere e la Fata, salutando tutti esclamò "Perchè no?. . . Pettirosso!. . . Dopotutto sei più bello così!" E schioccò le dita.
Cip e Cris volarono via abbracciati e tutti i loro amici li seguirono con lo sguardo lucido di commozione. . . . Ci fu anche qualche lacrima ma gli animali del bosco, si sa. . . sono molto orgogliosi e dichiararono in seguito, di aver persino pianto. . . ma solo dal gran ridere!



La proprietà Letteraria dei testi pubblicati appartiene all'Autrice - La riproduzione è vietata


Copyright Golden Press - Via Polleri 3 - 16125 Genova - P. IVA 03540900101 | info@poesia.cc

Torna ai contenuti | Torna al menu