POESIA


Vai ai contenuti

Racconti di Nuela Celli

Spazio Libero


IL CAFFE' DELLE QUATTRO


Era pronto. Schiena dritta, foglio bianco sulla videata e luce giusta. Adesso era veramente perfetto. Poteva iniziare. Inspirò e alzò lo sguardo verso la finestra. Fuori il sole rendeva il cielo accecante e scaldava ogni cosa. Immaginò di prendere la giacca di pelle anziché il giaccone, di scendere le scale a due a due con le chiavi in mano e di andarsene a fare un giro. La macchina lo avrebbe accolto con una vampata di aria calda accumulata durante le ore centrali della giornata, lo avrebbe avvolto come in un bozzolo e poi non appena avesse messo in moto e iniziato a soffrire per la temperatura avrebbe aperto i finestrini e con una mano avrebbe accarezzato l'aria di fine aprile. Imboccando via Nazionale l'odore degli ippocastani avrebbe vinto le esalazioni dei tubi di scappamento e gli avrebbe ricordato qualcosa della sua infanzia.
Ma lo sguardo tornò deciso sulla videata. Non c'era tempo, non era il momento. Quei preziosi attimi di pace e relax avevano un costo e anche piuttosto alto. Ora che si era deciso era vitale che finalmente trovasse la giusta concentrazione e che scrivesse ciò che rimuginava da tempo. Per poterlo fare aveva dimezzato le entrate chiedendo il tempo part-time al lavoro e aveva lasciato la sua ragazza sopportandone gli strazi, le telefonate strappalacrime e le recriminazioni. Ma orami era irremovibile. Gli era costata troppo tempo, troppa noia! Aveva calcolato che le aveva dedicato una media di 25 ore settimanali: più di un intero giorno! Una serie impressionante di ore passate a cercare di parlare, a spiegarsi senza venirne a capo, a mettere il muso e principalmente ad annoiarsi. Paola era stata, principalmente, una grande rottura di palle. E adesso, prima che l'esigenza di fare sesso lo distraesse dal suo progetto e lo portasse a correre dietro a qualche altra zucca piena d'aria compressa, doveva finalmente scrivere il suo romanzo. Era la chance della sua vita! Aveva un ronzio in testa che lo stava facendo impazzire, personaggi che straripavano dai suoi gesti e dalle fantasie a occhi aperti, volti e conversazioni che si intrecciavano e procedevano tra la veglia e il sonno e che traboccavano impazienti di cristallizzarsi su un foglio immacolato.
Era pronto!
Svuotò la mente.
Aspettò.
Niente.
Si grattò il mento.
Sospirò.
Inspirò.
Chiuse gli occhi.
Niente.
La pagina era immacolata e in quel candore si specchiava la sua mente vuota. Fu colto dallo sconforto. Eccolo lì, a vivere con due becchi, solo come un cane, con il fisico appesantito dalle nottate insonni e dalla mancanza di attività fisica in una casa che era un porcile! E a fare cosa?
Niente!
L'ansia del fallito stava per prendere il sopravvento, lo avvertì da una leggera nausea che gli salì dalla pancia fin verso lo stomaco, quando i suoi occhi caddero su una vecchia abat-jour. Campeggiava sopra al cassettone a muro su cui poggiava il divano letto. Era in alluminio laccato, verde pistacchio, e le sue forme bombate gli materializzarono nella mente una lontana sera di cinquant'anni prima.
Le dita allora partirono e con esse riprese vela la sua autostima. Pensassero quello che volevano! ma lui non era solo un assistente part-time in un pulcioso appartamento in affitto. Senza una donna e senza un euro!
C'era della stoffa in lui e la danza delle sue dita sopra la tastiera in quel profondo momento di ispirazione lo avrebbe dimostrato. Avrebbe trasceso il fisico reso molliccio dalle nuove abitudini, la povertà, la misantropia dilagante, la barba incolta, avrebbe trasceso quella realtà del cazzo!
Scrisse in stato di trance euforica per circa quaranta minuti. Sorrideva mentre scriveva, era felice. Si girò verso il cellulare che lampeggiava per un messaggio. Sempre con un sorriso beato allungò una mano e visualizzò l'sms. Capì chi fosse il mittente già dalla prima riga. Allora prese il telefono e lo scaraventò sopra il divano letto dove atterrò senza un rumore.
Adesso era completamente libero anche dai ricatti morali e dalle promesse rinfacciate della sua ex, la sua euforia creativa l'aveva sbalzato a metri e metri da terra proiettandolo verso un punto di vista enormemente rialzato. Ogni cosa sembrava piccola e stupida laggiù e le sue dita facevano surf sulla tastiera al magico tlac tlac dei tasti.
Solo una piacevole sensazione lo fece risedere sulla seggiola davanti al tavolino da lavoro. Una piacevole necessità che partì dalla pancia, strisciante e gradevole, per correre fino alla gola e al palato. Deglutì ingoiando la saliva.
Un caffè, ecco cosa mancava. Sì, era prontissimo per la pausa caffè! Doveva solo vincere la pigrizia e alzare il sedere appiattito dalla seggiola. Ci mise circa un minuto ma poi si decise. Non appena si alzò sentì dei rumori di stoviglie al piano superiore. Qualcuno che riassettava la cucina. Rimase in piedi interdetto.
Perché quei rumori? L'appartamento del piano di sopra era sfitto da un anno, possibile che lo avessero già riaffittato? Era stato abitato per anni da Mariastella, buon'anima, una vecchia che era sorda e che non si era mai lamentata per i rumori. Era passata a miglior vita da circa un anno. Fu preso dalla curiosità e con un atteggiamento da vecchia comare aprì la porta dell'appartamento e facendo attenzione a non provocare il minimo rumore oltrepassò il corridoio e si sporse verso le scale per sbirciare la porta del piano di sopra.
In quel periodo era talmente distratto che probabilmente non si era accorto del nuovo inquilino. La porta era chiusa. Gli arrivò un rumore attutito e poi scese dalle scale un delicatissimo aroma di caffè appena fatto. Lo inspirò socchiudendo gli occhi. Era evidente, la casa era abitata e lui neanche se ne era accorto. Tra l'altro il suo nuovo vicino faceva un ottimo caffè. Si girò per andarsene ma la porta si aprì. Rimase di spalle e sentendosi colto sul fatto si girò verso l'appartamento simulando disinvoltura.
Due occhi neri lo fissarono con curiosità dalla porta semiaperta. Spiccavano su un volto attempato, grigio, mentre una mano dal polso magro reggeva un sacchetto dell'immondizia. Gli occhi lo scrutarono immobili. Poi una voce tremolante ed acuta ruppe il silenzio:
"Buonasera." gli disse l'anziana signora "metto fuori l'immondizia e poi vado a buttarla quando scendo. Alla mia età purtroppo bisogna andarci piano con le scale"
La sua voce era sottile e affabile.
"Salve.salve! Io sono Marco, abito qui sotto. Mi scusi, ma ho sentito dei rumori e mi sono chiesto se ci fossero dei ladri o se qualcuno si fosse intrufolato nell'appartamento. Non sapevo avessero lo avessero riaffittato, se vuole vado a buttargliela io" e indicò il sacchetto.
Mentre sorrideva l'odore di caffè gli arrivò prepotentemente alle narici.
La signora si sporse dalla porta quasi totalmente con un abitino a roselline bianche su fondo marrone e gli sorrise con dolcezza. Marco notò mille sfumature familiari in quel volto.
"Lo vuole un buon caffè? L'ho appena fatto e ce n'è abbastanza per tutti e due, tra l'altro io ne prendo appena appena un goccio, così le ripago il favore visto che vuole essere così gentile"
Marco sorrise tutto contento. Un buon caffè era quello che ci voleva e poi la signora sembrava così dolce che gli ricordava sua nonna materna. Accettò annuendo e ringraziandola chiese un attimo per chiudere la porta dell'appartamento che era rimasta spalancata.
Quando ebbe fatto salì le scale in un lampo e tutto impacciato, perché si ricordò di essere in tenuta da casa e un po' sudaticcio, chiese permesso aprendo la porta che era rimasta accostata. La signora era in cucina e gli disse che sarebbe arrivata in un attimo. Sentì il rumore di sportelli e tazzine. Allora rimase in piedi con le chiavi in mano e con curiosità osservò il divano a due posti posizionato a lato della sala, davanti a una vetrina. Era rivestito di velluto verde oliva, come le due poltrone sistemate davanti. Lo conosceva già ma adesso era in tutt'altra posizione e sembrava quasi nuovo. Al centro, tra le poltrone e il divano, c'era un piccolo tavolino dal ripiano in vetro che non aveva mai visto. Nella vetrina, dove aveva sempre visto dei coloratissimi souvenir di ceramica, adesso campeggiavano piatti e bicchieri dagli steli esili che brillavano contro il vetro. La luce che penetrava dalla finestra inondava la stanza ordinata e pulita.
Marco rimase attonito. Era possibile che lui non si fosse accorto di tutti quei cambiamenti? La casa odorava di pulito, era piena di oggetti che non conosceva e i mobili sembravano nuovi, pareva che qualcuno li avesse passati con la cera. Tutte le sue notti insonni, tutti quei pomeriggi passati a vagare seminudo per casa a parlare da solo o a friggersi il cervello con qualche romanzo fiume e non aveva sentito niente?
Si sedette sul divano con i pantaloni della tuta chiazzati di varechina, rimanendo rigido e con un vago senso d'ansia. La signora entrò in sala con un piccolo vassoio di ceramica e due tazzine dalla silhouette snella con finissimi ghirigori floreali. Marco vedendo il volto dolce e serafico della donna si rilassò. Non doveva essere molto anziana. Aveva gli zigomi pronunciati e sodi dal colorito rosato e le guance magre. Gli occhi neri erano vividi e gli sorrisero con uno strano calore, quasi fosse uno di famiglia.
Marco zuccherò il caffè e lo bevve di gusto. Era buono come l'odore che emanava, stranamente era ancora bollente anche se ne aveva sentito il profumo da almeno una decina di minuti e mentre ne gustava l'aroma delicato la donna iniziò a parlare con gli occhi lucidi della sua famiglia e di quanto fosse difficile cambiare casa alla sua età.
"Noi vecchi siamo molto abitudinari, siamo legati alla casa e ai nostri oggetti, magari per gli altri sono solo cianfrusaglie ma per noi poveri vecchi hanno un valore grandissimo."
La donna gli raccontò della casa dove aveva vissuto gli ultimi anni, prima di arrivare lì. Gliela descrisse con gli occhi lucidi. Marco la ascoltò con piacere e si immerse con lei nei suoi ricordi. Gli parlò dei nipoti. Gli raccontò di quando aveva i bimbi piccoli e con suo marito era partita da Viareggio, dove era nata, per girare mezza Italia. Per seguire la carriera del marito aveva vissuto in almeno dieci città diverse ricominciando ogni volta da capo insieme ai bambini. E gli confessò che la cosa che più le era mancata in quegli anni erano stati la sua mamma e il suo papà e il mare.
Marco posò la tazzina vuota sopra al tavolino facendole i complimenti e sorridendo le disse che prendere il caffè lo metteva di buon umore perché gli ricordava quando era bambino e stava dai nonni. Facevano di tutto per viziarlo e anche se era piccolo la nonna dopo pranzo prendeva un tazzina anche per lui, ci metteva un pizzico di zucchero e un cucchiaino di caffè. Lui ne andava pazzo e se la incollava rovesciandosela fino al naso. A casa dei suoi genitori invece il caffè era severamente vietato.
La donna lo ascoltò con gli occhi neri come la pece fissi su di lui. Aveva un'espressione un po' trasognata. Poi tornò a parlare modulando la voce e Marco provò l'antica sensazione di sicurezza e gioia che lo coglieva da bambino quando passava delle nottate intere a chiacchierare con la nonna. Era spesso malata e per lunghi periodi era costretta a letto. Così lui le faceva compagnia sul grande lettone dove riposava e gli piaceva parlare di tutto ciondolandosi sopra le coperte, mentre lei si divertiva a dargli dei consigli sulle sue bambinate con l'aria che fossero cose serie.
Per mezz'ora seguì rapito il filo dei ricordi che l'anziana signora dipanava senza un nesso preciso, dove i suoi cari apparivano già grandi, poi appena nati, a volte appena morti. Da quelle parole gli arrivarono le immagini di quadri familiari di epoche passate, di colori intrecciati nelle fantasie vivaci che le donne indossavano per i balli negli anni cinquanta. Gli sembrò di percepire antichi odori e sapori dimenticati, come quelli delle marmellate cotte in casa o della frutta sciroppata. Fu un momento molto piacevole.
Dopo circa un'ora Marco uscì dall'appartamento con il cuore pieno di serenità e candore infantile. Era anche un po' preoccupato perché la signora sembrava avere il sonno leggero. Per una certa forma di rispetto di lì in poi avrebbe dovuto fare attenzione ai rumori e questo lo metteva in ansia. Ma d'altra parte era felice. Era come aver ritrovato un barlume di affetti antichi e ormai lontani.
Una volta seduto al tavolo da lavoro tornò a scrivere ricercando i fili del discorso che aveva interrotto. Ma la piega degli eventi che iniziò a proiettare avanti a sé e che poi si condensarono sul monitor prese una direzione vagamente malinconica e un po' triste. E si chiese perché. Avvertiva come una sottile e impercettibile sensazione di tristezza, un'oppressione appena accennata. Poi fece mente locale e capì. Ecco cos'era quella leggera angoscia sospesa sulla bocca dello stomaco: era amarezza. C'era stato qualcosa di immensamente triste nell'incontro che aveva appena fatto anche se non l'aveva messo subito a fuoco. C'era un particolare che lì per lì gli era sfuggito. Probabilmente era dovuto al fatto che la signora del piano di sopra non aveva mai declinato i suoi ricordi al presente. I suoi figli, i suoi nipoti e il marito erano sempre stati rievocati in episodi passati legati ad anni di distanza. Non ne aveva mai parlato al presente eppure i suoi nipoti dovevano essere al massimo dei ragazzi della sua età. Proiettò nella sua mente il ricordo della sala e si accorse che non c'erano foto da nessuna parte. Solo monili, centrini o vecchi bicchieri. Tante vecchie cose ma non una foto.
Ma dov'erano spariti tutti?
Continuò a scrivere ma il suo piglio divenne meno brillante, gli episodi divennero più aneddotici e lo stile si appesantì. La vena più pura si era decisamente esaurita. Allora si impose di scrivere per almeno altre due ore. Poi magari avrebbe cancellato tutto ma non poteva migliorare se non si creava un po' di mestiere. Alle sei e mezza si risvegliò di soprassalto, con la faccia talmente reclinata in avanti sopra la schiena curva che si ritrovò a un millimetro dal monitor. Si violentò per continuare a scrivere ancora un pò e i suoi personaggi iniziarono a ballare come fantocci ridicoli intercalando azioni senza senso con frasi idiote e innaturali.
Fu in quel torpore che sentì una pressione minima sotto il cavallo della tuta e sbuffò innervosito. Ma perché non era capace di starsene chiuso in casa a dare ascolto al suo io più profondo senza diventare preda di certi istinti?
Alle sette e un quarto fu salvato dal telefonino. Un messaggio. Imprecò pensando fosse la sua ex che gli augurava di rompersi il collo nella vasca da bagno, ma non fu così e la bocca si spalancò per la soddisfazione.
Era Katia!
Aveva conosciuto questa tipa in discoteca circa tre mesi prima. Era carina, molto, e lui le piaceva, ma all'epoca era ancora fidanzato quindi se l'era un po' tirata, poi le aveva mandato un messaggio per stoppare definitivamente la cosa. Ora lei gli mandava un semplice ciao come stai, come per caso. Marco pensò con entusiasmo che con una doccia e sbarbato poteva ancora dire la sua e che forse lei non si sarebbe accorta del suo stato di trasandatezza!
La richiamò quasi subito mostrando un irresistibile tono entusiasta e la spiazzò dicendole quanto fosse felice che si fosse ricordata di lui. Le raccontò che nel frattempo aveva lasciato la sua ragazza che era stata la causa di certi suoi atteggiamenti e che finalmente era libero di frequentare chi voleva, poi si scusò per come si era comportato nei mesi passati. Lei rimase titubante, non se l'aspettava, tanta disponibilità l'aveva fatta rimanere senza parole. Alla fine accettò un appuntamento per quella sera stessa senza accampare pretesti.
Quando riattaccò il telefono Marco era euforico. Macché misantropo sfigato e trasandato, macché deriva sociale e puttanate varie pensò! Per creare della letteratura c'era bisogno di linfa vitale, di vita vera e vissuta!
Spense il computer e si alzò rivitalizzato. Si lavò, si sbarbò e si masturbò, non fosse mai che la tipa glielo avrebbe tirato a morte solo a guardarla e fosse rimasto imparanoiato tutta la sera.
Aveva la faccia sbattuta dal suo delirio creativo ma quando si guardò allo specchio dopo circa un'ora si vide carino, con l'occhio vivo e le occhiaie smorzate. Anzi, si piacque proprio e di colpo, nel suo slancio euforico, sperò di non essersi sbagliato. Lo prese una certa ansia, l'ansia di rimanere deluso.
E se si ricordava male? E se Katia non era così sexy e carina come se la ricordava? Se appena l'avesse vista bene gli fossero cadute le braccia a terra? Allora giurò a se stesso che se si fosse rivelata un barattolo o un cesso inguardabile l'avrebbe scaricata subito dopo il ristorante, senza sensi di colpa e traccheggiamenti dovuti al peso della solitudine! Lo promise a se stesso, solennememente.
Quando fu sul corridoio con le chiavi della macchina in mano e la giacca appoggiata al braccio si fermò di colpo e acuì l'udito.
Non avvertì nulla dal piano di sopra. Aspettò. Nulla.
La vecchia signora gli aveva detto che la sera la televisione le faceva compagnia fino a tardi, ma non si sentiva un fiato ed erano le otto e mezza. Salì un po' guardingo e si avvicinò alla porta.
Niente.
Si guardò intorno per capire se arrivasse qualcuno, perché al terzo piano c'era una famiglia con due bambini, poi si chinò per vedere se ci fosse della luce nello spazio tra il portone e il pavimento. Niente, tutto buio, si intravedeva solo della polvere.
Rimase sconcertato. Ma poi fece un'alzata di spalle e si allontanò. In fondo, pensò, perché si doveva fare tutti quei problemi?
Mah, forse si iniziava così. Prima ci si isolava, poi si incominciava a parlare da soli e alla fine si vedevano i fantasmi. Un giorno magari qualcuno avrebbe scoperto nel suo computer che anziché scrivere un romanzo aveva digitato per mesi e mesi la stessa frase:
"Il mattino ha l'oro in bocca"
Gli venne da ridere e capì che aveva fatto benissimo a decidere di uscire.
Trovò Katia davanti al ristorante con una gonnellina a fiori e una giacca di pelle nera.
Sembrava bellissima, mora e formosa. E la fregatura dov'è? si chiedeva scettico mentre si avvicinava.
Quando le fu a circa un metro si ricordò. Era bassetta! Ecco tutto, massimo un metro e sessanta, ecco perché non aveva lasciato un ricordo così profondo... Ma più la guardava e più si accorgeva di quanto fosse carina. Dopo due anni passati con una donna che non si truccava e che vedeva la televisione tenendo le gambe aperte come un maschio i movimenti contenuti e flessuosi di quel corpo piccolino lo conquistarono. Un profumo delicato ma molto insistente la avvolgeva ed era molto truccata. Un tempo non lo avrebbe sopportato ma adesso quel colorito artificiale sulle guance sode e tirate lo intrigava. Era decisamente molto, molto carina.
La portò al cinese con la scusa che sicuramente c'era posto, così, su due piedi, senza prenotazione. In realtà era l'unica opzione che lo vedesse in grado di pagare il conto senza sforare il budget. Una volta lì ordinarono un po' di tutto, presi dalla curiosità e dall'euforia, poi iniziarono a parlare fitto fitto, sentendo da subito un gran feeling. Principalmente parlò lei comunque. Era una ragazza sveglia, piena di interessi. Oltre al lavoro dipingeva, cuciva e amava il ballo. Marco mentre la sentiva raccontare entusiasta dei suoi hobby la guardava condiscendente e con cinismo pensava che l'unico posto dove l'avrebbe fatta ballare era sopra di lui e gli venne da ridere. Ma l'ascoltò con l'espressione convinta ed in modo empatico, cosa che sapeva piaceva molto alle donne, e fece tutto il sensibile, anche perché l'idea di finire a letto con un'altra che non fosse la stronza di Paola lo faceva andare in visibilio. La trattò come una regina e lei gongolava dalla felicità un po' spaesata quasi non credesse a un simile cambiamento dopo il loro esordio disastroso.
Quando si alzarono fece il cavaliere infilandole la giacca, pagò il conto e le offrì un drink in un bar del centro molto carino. L'idea che avrebbe potuto incontrare la sua ex lo esaltò.
Paola era sempre stata una materiale. Forse l'aveva scelta per quel motivo, per una forma di compensazione. Ma quando l'aveva chiamato fallito perché invece di cercare di guadagnare di più aveva chiesto il part-time sul lavoro per dedicarsi alla scrittura, beh, lì lo aveva fatto incazzare. Sì, era proprio una stronza!
Mentre sorseggiava una grappa di vinacce piemontese gli venne l'estro e guardando la ragazza fisso negli occhi decise di fare del sincero outing, e iniziò a raccontare del momento particolare che stava vivendo e delle sue esigenze artistiche represse da troppi anni. Il volto armonioso della ragazza sbocciò in un sorriso ammirato e gli disse che la trovava una cosa stupenda. Marco si sentì galleggiare in un mare di soddisfazione e con l'aria di un bambinone contento allungò la mano e andò a cercare quella della ragazza.
Lei gliela strinse complice e poi si fece seria in volto, lo guardò intensamente e gli confessò che era molto difficile trovare degli uomini sensibili che sapessero ascoltare e che le sembrava impossibile di essere lì con lui e di poter parlare di tutto. Lui le sorrise con lo sguardo altrettanto soddisfatto e pensò:
"Stasera ti scopo!"
Quando ripresero la macchina Marco fece un po' di giri qui e là per tergiversare. Alla fine si baciarono lungo viale Moretti tra due enormi frasche di oleandri.
"Vuoi venire a casa anche solo per un momento?" le chiese con l'aria più innocua che poté.
Lei ci rifletté su, mentre lui continuava ad accarezzarla smielato nonostante si rendesse conto che forse era meglio ricevere un no. Stava facendo di tutto per ottenere un sì preso dall'eccitazione del momento, vittima di se stesso e dei suoi istinti, ma era consapevole che se lei avesse accettato avrebbe dovuto reggere tutta quella commedia dell'uomo sensibile anche in seguito e solo a pensarci si sentiva un'oppressione alla bocca dello stomaco. Dopo qualche minuto di baci appassionati e mani ovunque lei accettò e gli confessò trepidante che erano due anni che non stava con un uomo. Marco a quel punto aveva poca lucidità e mise in moto con impazienza.
Quando entrarono nell'appartamento lui si scusò per il disordine ma lei lo trovò molto accogliente facendogli notare alcuni particolari molto belli. E indicò le tendine comprate da Paola circa un anno prima, un tappeto etnico regalo di Paola, un quadro orientale appeso da Paola per coprire il vuoto della parete e un mazzo di rose di stoffa abbinate con la coperta che usava per il divano letto, scelti da Paola.
Marco l'accompagnò in bagno poi corse verso il divano letto e si accinse ad aprirlo. Ma subito pensò che era un gesto sfacciato quindi si buttò sul divano e si accese una sigaretta, con nonchalance.
Quando lei tornò aveva uno sguardo diverso. La stanza era illuminata solo dall'abat-jour verde pistacchio. Alla sua luce fioca lei apparve ancora più piccolina e bellissima. Si avvicinò, gli prese la sigaretta spegnendola nel vicino portacenere e gli si accomodò cavalcioni sulle gambe iniziando a baciarlo. Poi le cose proseguirono e il divano letto lo aprirono insieme.
Fecero sesso per tre volte, in maniera passionale e sentita, quasi si conoscessero da una vita, fissandosi intensamente negli occhi. Dopo due ore lei si addormentò accanto a lui, bellissima e nuda. Era piccolina ma aveva un fisico notevole e la pelle era morbida e soda.
Lui invece rimase sveglio. Rimase a guardare il soffitto, a pensare con nervosismo alla sua solitudine misantropica durata neanche una settimana, al tempo che quella nuova situazione gli avrebbe richiesto, ai casini e alle discussioni che ne sarebbero venuti fuori. Si mise le mani sui capelli. Scosse la testa. Certo che se avesse detto ciao bella scopiamo un po' senza impegno? sarebbe decisamente andato in bianco. Ma forse sarebbe stato meglio!
Magari adesso avrebbe scoperto che Katia rompeva le palle più di Paola e si sarebbe trovato punto a capo dopo tanta fatica. Guardò il soffitto. Era notte tarda e il silenzio regnava sovrano. Era normale eppure avvertì una fitta d'ansia. Non aveva più sentito il minimo rumore da quando aveva salutato la signora del piano di sopra. Perfino Mariastella, buon'anima, a volte la notte tirava lo sciacquone e si faceva sentire con i suoi piedini rattrappiti dentro le pantofole.
E invece niente. Niente prima e niente dopo.
Poi ripensò ai discorsi della donna e al passato che regnava sovrano in quella piccola testa delicata. Non un accenno al presente. Le sue parole trasudavano una solitudine infinita, tutto era un ricordo lontano e patinato dalla memoria. Ma è possibile, si chiese, che dopo una vita intera tutto potesse sbiadire e scomparire per lasciarci soli di fronte alla morte? Soli e tristi ad aspettare che il buio assoluto venga ad inghiottire anche noi? Sbarrò gli occhi dall'orrore e facendo piano si accucciò vicino alla schiena di Katia, respirandole col naso attaccato alla pelle.
Il giorno dopo la ragazza si svegliò prestissimo sgusciando via dall'appartamento dopo averlo baciato sulla fronte. Le lenzuola e le coperte erano pregne del suo odore. Lui fece finta di dormire mentre lei si vestiva in punta di piedi poi, non appena la porta si richiuse, si alzò stirandosi e di nuovo acuì l'udito.
Niente. Erano le sette e mezza, l'ora in cui le persone anziane, soprattutto le donne, iniziano a tafferugliare per la casa.
Niente.
Si alzò, si sciacquò la faccia e fece colazione. Poi ascoltò.
Niente. Silenzio di tomba.
Si lavò i denti e si vestì.
Quando finì rimase immobile cercando ancora di captare qualcosa.
Niente.
Allora prese la giacca e le chiavi e scappò a lavoro nello studio odontoiatrico dove faceva l'assistente. Lavorò fino alle due, poi andò a fare benzina, si fermò al discount che faceva orario continuato fece spesa e poi tornò a casa.
Sulle scale, appena dopo il portone, trovò la proprietaria di casa. La salutò più cordiale del solito perché l'ultima volta aveva pagato in ritardo e lei non gli aveva minimamente fatto pesare la cosa, poi le chiese un po' vago se avesse riaffittato l'appartamento sopra al suo.
"No" fu la risposta secca.
Marco la guardò inebetito e continuò a fissarla.
"No" disse di nuovo la donna vedendo che ancora la fissava.
Allora si salutarono e lui fece le scale stordito, con le gambe un po' rigide.
Quando fu in casa poggiò la spesa sul tavolino e si andò a sedere sul divano, immobile. Aveva la pelle d'oca e ancora non pensava a nulla di specifico.
Doveva mettere a fuoco.
No perché? E la vecchia? E i mobili? E i servizi antichi dentro i mobili? E l'appartamento tutto pulito?
Era una situazione inquietante. Ricordava il casino fatto dall'impresa di pulizie prima che Mariastella si trasferisse sopra di lui, una settimana di rumori strilli e trapanate. Aveva il vuoto nello stomaco.
Rimase immobile non sentendo neanche la fame per circa un quarto d'ora. Al che una spiegazione affiorò spontanea alla sua coscienza tra la tachicardia. Fu una considerazione assurda.
La donna con cui aveva preso il caffè era un fantasma!
Tunf!
Saltò come una molla sul divano. Guardò il soffitto. Erano le tre e mezza e quei rumori un tempo familiari ricominciarono come nulla fosse. Sorrise.
Ma sì, quella stronza della proprietaria gli aveva fatto uno scherzo. Ecco cos'era!
Di nuovo stoviglie e piatti, l'acqua che scorreva.L'appartamento era stato dato in affitto e lei aveva semplicemente fatto una battuta perché ultimamente l'aveva visto tra le nuvole, un po' rincoglionito, quasi sempre in pigiama a buttare l'immondizia. Ecco il perché, l'aveva provocato come a dire: ma me lo chiedi? Che non te ne sei accorto?
Sorrise sul divano con la pelle d'oca. E proprio in quel momento un forte odore di caffè sgusciò lievissimo sotto la fessura del portone e si insinuò nella stanza. Marco istintivamente non l'avrebbe voluto respirare, lo avvertì come un segnale inquietante e si chiese come potesse scendere quell'odore dal piano di sopra se la cucina della donna era posta esattamente sopra il suo bagno, oltre la porta della sala? Come faceva a uscire dall'appartamento e a calare dalle scale fino a entrargli in casa?
La tensione allora lo vinse. Si alzò di scatto e con passo svelto prese le chiavi, aprì la porta e chiudendosela alle spalle salì le scale.
Sentiva il cuore pulsare e aveva le vene sulle tempie che gli battevano. Si mise davanti alla porta dell'appartamento in preda alla paura.
Che fare? Bussare?
Allungò appena una mano ma poi la ritrasse. Rimase immobile e inspirò profondamente. L'odore di caffè era sparito, gli rimase tra le narici un forte sentore di chiuso e umidità. Fissò il buco della serratura e si accorse che la porta era leggermente scassata. Allora prese la maniglia e la spinse con una pressione minima. La porta si aprì dolcemente, poi restò ferma a metà. Era aperta quel tanto da poter intravedere il pavimento in granito impolverato e una parte della parete sinistra con la credenza vuota e ingrigita dalla polvere.
"Salve!"
Marco fece un salto in aria nonostante la mole e il ragazzetto del terzo piano gli passò alle spalle con lo sguardo perplesso.
"Salve!" gli rispose dopo che fu sparito oltre le scale.
Aveva lo sguardo stanco per la nottata e la paura, aveva le gambe che tremolavano insicure e capì che quello non era stato un incubo o solo un sogno. Adesso era sicuro. Aveva preso il caffè con un fantasma!
Fu scosso dai brividi e camminando di spalle alle scale per paura che qualcuno o qualcosa uscisse dalla porta e lo aggredisse indietreggiò e lentamente rientrò a casa.
Una volta dentro l'appartamento chiuse la porta sbattendola e corse in cucina a prendere la bottiglia di grappa che usava per i suoi amici. Se l'erano scolata quasi tutta ma c'erano ancora due dita e si attaccò buttandole giù d'un fiato. Poi tornò in sala e si sedette sulla seggiola davanti al computer accendendosi una sigaretta.
La morte lo aveva chiamato! pensò in preda all'agitazione. Quei due occhi neri e scuri erano i colori della morte, erano innaturali!
Eppure gli era sembrata una vecchia così simpatica.e invece!
Gli mancava il respiro. Corse alla finestra, la spalancò e tornò a sedersi sulla punta del divano. Strisciante e sottile il profumo di caffè tornò nella stanza.
Rimase immobile.
Pensò a tante cose, tutte insieme. Al fatto che quando uno sta per morire di solito vede gli spiriti di parenti o di anime anziane che vengono a prenderlo per guidarlo nel trapasso. Se lo ricordò e lo prese un'angoscia logorante. La mano e la sigaretta tremavano impazzite. Poi ripensò che la donna l'aveva rattristato parlando di un passato lontano che non si riallacciava mai al presente. Nella sua vita tutto sembrava sbiadito e le restavano solo i ricordi. Non un cenno a una telefonata, alla visita di un figlio, alla tomba del marito sulla quale portare i fiori. Niente di niente!
Allora pensò che i suoi familiari erano stati spazzati via non perché fossero morti ma perché lei se ne era andata all'altro mondo! Era lei che era morta e li aveva lasciati per sempre! Cazzo era così, aveva parlato con una morta!
Scattò dal divano e scrollandosi le mani saltellò terrorizzato per tutta la stanza e più il panico lo assaliva più l'odore di caffè lo faceva saltare dalla paura.
"Mamma cara!!! Un fantasma! Aiuto!"
A un certo punto si fermò sudato e spettinato e annusò l'aria.
L'odore era ancora più forte, di caffè che borbotta. Corse in cucina per vedere se ci fosse una caffettiera sul fuoco, tante le volte fosse impazzito, ma niente, ogni cosa era spenta! Una volta lì però, nella piccola stanza, qualcosa lo calmò. Forse la vista della cucina in penombra, con lo sportello alzato sopra al gas e la caffettiera usata che vi campeggiava solitaria lo riportò a una realtà più prosaica e rassicurante, allontanandolo dalle suggestioni che lo stavano assalendo. Così tornò a riflettere con più calma ricacciando nello stomaco l'agitazione.
Alla fine si decise e determinato andò in sala. Prese le chiavi da sopra la console e rallentando appena il passo uscì dall'appartamento. Si chiuse la porta alle spalle e prese per le scale. Aveva il volto contratto e una leggera tachicardia che rendeva il respiro un po' faticoso. Aveva deciso. Avrebbe bussato alla porta dell'appartamento e avrebbe cercato di incontrare di nuovo chiunque fosse che l'abitasse! Il terrore di non sapere, di non controllare quella suggestione e di rimanere schiavo per giorni e giorni di quelle paure e di quei dubbi lo aveva portato a reagire d'impulso e come un gatto spaventato che si avventa contro una macchina si avvicinò alla porta e bussò.
Nulla.
Cercò di inspirare per sentire di nuovo l'odore di caffè ma era troppo agitato. Ribussò un po' meno convinto ma sempre con gli occhi stretti in un'espressione determinata e pensò che se davvero la porta si fosse aperta sarebbe svenuto dalla paura.
Clack. Il portone si aprì lentamente.
Il terrore lo annichilì.
Oltre la porta emerse lentamente la figura della signora, quasi non avesse tirato la maniglia, ancora più grigia e secca. Era immobile.
Marco si sentì andare a fuoco.
Due occhi neri e statici lo fissavano. La donna era immobile e aveva un'espressione assente. Qualcosa della sua affabilità ancora trapelava dai lineamenti anche se questi rimanevano fissi quasi fosse una maschera di cera.
Intorno a loro il gelo.
Marco guardando la donna rigida come una mummia le chiese a fatica:
"Ma allora c'è.pensavo se ne fosse andata" la voce era strozzata.
La donna dagli occhi scurissimi sembrò rianimarsi e gli disse:
"E dove pensava mai che fossi andata? E' tanto tempo che non vado più da nessuna parte."
Dopodiché si girò con grazia tanto che non sembrava usasse i propri piedi per camminare e in un attimo fu accanto al divano, e poi seduta, composta e con la schiena dritta con uno strano sorriso sulle labbra.
Marco avvertì un forte odore di umidità. Alla fine entrò perché vide la donna così piccola e gracile che pensò fosse assurdo averne paura. Si avvicinò al divano dopo aver chiuso la porta e fissò l'addome della vecchia che ora aveva gli occhi rivolti a terra come stesse meditando. Ne scrutò le pieghe della veste e gli sembrò che non si muovessero e che la donna non avesse bisogno di respirare.
Era impossibile e neanche lui sembrava credere a quello che gli stava capitando. Un evento imponderabile era penetrato nella sua quotidianità e lo stava vivendo come fosse un sogno e fosse tutto finto, ma il suo fortissimo ancoramento alla realtà lo spingeva ad andare fino in fondo, forse per scoprire dove fosse l'inganno.
Qualcosa di quella esile figura ricurva nonostante tutto continuava a rassicurarlo. Così si sedette senza perderla d'occhio e sporgendosi in avanti verso la sua testa abbassata, che adesso sembrava cuoio raggrinzito con sopra una rada coltre di capelli grigi, le disse:
"Ma lei."
L'anziana alzò repentinamente la testa con lo sguardo color petrolio e fissò gli occhi di Marco che sobbalzò sulla poltrona. Lui d'istinto allungò una mano in avanti verso quello sguardo vuoto e spento, come per ripararsi, e si ripeté cento volte dentro di sé la frase:
"Tu sei morta! Tu sei morta e non lo sai, tu sei morta, morta, morta!"
La vecchia allora distese i lineamenti tornando di nuovo animata e i suoi occhi si inumidirono mostrando la pupilla che guizzava in mezzo all'iride.
"Lo so figliolo, lo so che sono morta, è tanto tempo che lo so, da tanto, tanto tempo! Forse è venuto il momento di andarmene.che dici? Però che tristezza, che amarezza, andarsene così, su due piedi, lasciando tutti!"
Disse queste parole senza muovere la bocca, senza neanche aprirla e nonostante questo Marco la capì.
Allora qualcosa più grande di lui lo pervase, come una comprensione superiore, e con gli occhi velati di lacrime sentì il dolore della donna uscire dalla prigione delle sue ossa ricurve e scivolarne fuori per investirlo senza rancore per poi disperdersi nell'aria come una nube di vapore.
Marco alzò lo sguardo e vide, oppure percepì, ma tanto era lo stesso, una moltitudine di volti sorrisi e parole d'amore sprigionarsi accanto al divano, vicino la parete e riflesse sui vetri del mobile alle loro spalle. Una catena di volti che sorridevano comprensivi e che parlavano tutti insieme una lingua di conforto e di verità. La percepì così e tra le lacrime vide delle mani di luce toccare la testa della vecchia e prenderla per le braccia.
Dopo anni di disperata alienazione il cuore della donna esplose di gioia e riconoscenza fissando un punto nell'infinito da cui sembrava arrivare quella carovana di spiriti, un punto di luce che prendeva parte del soffitto e della parete.
Dopo la paura la gioia pervase anche il cuore di Marco che sembrò volesse esplodere. Singhiozzava scosso fino a far scricchiolare le ossa e nonostante la luce accecante riconobbe alcuni volti familiari tra l'immensa teoria di figure che gli si spalancò davanti. Per un attimo rivide gli occhi modesti di sua nonna e il sorriso bonario di suo nonno. E il loro amore gli sembrò immenso. Un gran numero di voci gli parlò e lui incredibilmente le comprese tutte, una per una. Gli recavano dei messaggi bellissimi e la loro comprensione gli invase la mente e sembrò espanderla per proiettarla verso un mondo superiore di immensa realizzazione, dove tutto aveva un senso.
Un altrove dove l'anima si ricongiungeva con la parte più pura di se stessa e con le altre anime. Marco dopo un pò non ebbe più lacrime, anche la commozione sparì, e fu pervaso da una luce superiore, dolcissima e gli sembrò di vivere un attimo di beatitudine.

Quando si svegliò era notte fonda. Stava rannicchiato sopra un vecchio tappeto sdrucito al centro della sala semisgombra, al buio. La porta dell'appartamento era socchiusa. Dal corridoio non arrivavano rumori.
Marco si sentì un bambino piccolo piccolo, gli sembrò che se avesse fatto vibrare le corde vocali gli sarebbe uscito un vagito. La posizione era così scomoda che per allungarsi tra la polvere stantia del tappeto sentì dei dolori lancinanti e un formicolio alle braccia. Aveva gli occhi spalancati e il vuoto in testa.
Poi guardandosi intorno riconobbe la stanza e un sorriso lentissimo gli stirò le labbra. Sorrise socchiudendo gli occhi e si ricordò ogni cosa.
Allora si alzò lentamente senza più dolori. Inspirò e chiudendo gli occhi si mise in ascolto. Dalla finestra senza tende arrivava la luce della luna, che sembrava un grosso spicchio appeso nel cielo. Marco in quel momento ricordò ogni cosa e ogni parola sentita, tutte le emozioni gli tornarono in mente e capì che ciò che era accaduto non era stato solo un sogno, ma era successo davvero, in quella stanza e davanti ai suoi occhi! Questo pensiero lo folgorò e lo rese immensamente felice. Ora sapeva che da lì in poi non sarebbe stato più lo stesso e che ogni cosa nella sua vita sarebbe cambiata per sempre.
Mai un pensiero tanto bello gli aveva illuminato la mente.

Passò un mese a letto. Dopo la gioia ci fu il crollo. Si prese un periodo di malattia a lavoro, non rispose più al cellulare e si distaccò dal mondo in una semiveglia che durò circa trenta giorni. La mamma e le zie lo accudirono scuotendo la testa e dicendo che certo, quella era la fine che si faceva a voler fare gli artisti!
Così capitava che a volte, tra un sonno profondo e l'altro, sentisse sua madre al telefono parlare a bassa voce delle sue pene con le sorelle o con qualche parente, dicendo che tutto si sarebbe aspettata alla sua età fuorché un figlio impazzito.
Ma no, no, le rispondevano gli altri, non è impazzito, ha solo un forte esaurimento, se preso in tempo si può curare. Lo dicevano sì, ma con un tono così rassegnato che la mamma allora sospirava e ripeteva come fosse il rosario: "Povera me, povera me, ma cosa ho fatto di male per dover sopportare anche questo?"
Ma il vero colpo di grazia la signora Felicetti lo ebbe quando Marco finalmente si alzò dal letto e si ristabilì fisicamente.
Fu uno shock per tutti.
Si era lasciato crescere la barba nel frattempo, i capelli si erano un po' allungati e subito iniziò a parlare di rinascita spirituale, di elevazione dello spirito e di preparazione per il grande viaggio. Sorrideva con tutti come se guardasse oltre le persone, in un punto indefinito dello spazio. Era diverso e una strana espressione lo accompagnava nel guardare il mondo. Con il tempo questa gioia divenne più contenuta e i suoi occhi assunsero un'espressione meno estatica, più saggia e paterna.
Con i pochi risparmi che aveva accumulato in vista di scrivere il romanzo della sua vita passò un intero anno isolato nel suo appartamento, rintanato a leggere libri e tomi sulla religione. La filosofia e sulla spiritualità, con la barba sempre più lunga e non parlando quasi con nessuno.
Dopo un po' sua madre, definitivamente estenuata dalle sue frasi senza senso e dai sorrisi di superiorità che amava dispensare, lo lasciò a se stesso convincendosi che il figlio che aveva messo al mondo aveva definitivamente abbandonato quella testa svampita.
Dopo un anno esatto di letture e meditazioni Marco uscì dall'isolamento, si tagliò la barba lunghissima, si comprò dei vestiti nuovi e decise di tornare tra la gente per riabbracciare il mondo e donare finalmente le sue capacità medianiche a chi ne avesse avuto bisogno.
Così iniziò la sua seconda vita e cominciò il suo percorso spirituale dopo trent'anni di sonno dell'anima. Almeno così amava raccontare.
Tuttora al secondo piano della palazzina color ocra di via Toledo, nell'appartamento n. 3 che era stato abitato da Mariastella Palestini, sulla porta campeggia una scritta in ottone con grossi caratteri neri: Medium Oram, ore 16.00 - 22.00. Per aiutarvi a liberare l'anima verso una spiritualità più consapevole.

A chiunque chieda notizie di suo figlio Marco la signora Gemma Felicetti risponde che si è ripreso perfettamente dall'esaurimento nervoso che lo aveva colpito e che è emigrato negli Stati Uniti per fare il cameriere in una grande catena di alberghi. A volte lo sente per telefono: adesso sta benissimo.


La proprietà letteraria dei testi pubblicati appartiene all'Autrice - La riproduzione è vietata


Copyright Golden Press - Via Polleri 3 - 16125 Genova - P. IVA 03540900101 | info@poesia.cc

Torna ai contenuti | Torna al menu