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Spazio Libero
Nato a Bologna nel 1948, laureato in chimica, risiede a Milano.
DEFORMAZIONE PROFESSIONALE
La ringrazio ancora per il suo interessamento, ispettrice.
Le confermo che mi trovo bene; la facoltà di chimica è un posto molto più tranquillo del ristorante in cui lavoravo prima!
La storia delle sorelle Hernandez, infatti, aveva fatto il giro, e i clienti facevano a gara a chiamarmi al tavolo perché gliela raccontassi.
Insomma, secondo loro, io ero diventato un mezzo detective… si figuri!
Invece qui, nei tempi morti, trovo anche il tempo di leggere qualcuno dei miei libri, e la cosa mi fa molto piacere.
Il direttore di istituto le ha parlato bene di me?
Ne sono lieto, perché mi sento sempre impegnato a onorare l’impegno che ho preso con lei.
La dottoressa Barner, la responsabile della biblioteca, all’inizio non sapeva bene che incarichi affidarmi, ma poi ha capito che poteva far conto su di me per schedare il materiale, gestire gli archivi, condurre ricerche con il computer... tutto quanto, insomma.
Professori e colleghi sono gentilissimi con me: mi chiamano tutti señor Almaro, e credo sia la prima volta che mi capita.
Gli studenti invece preferiscono il tu, e per loro sono semplicemente Sebastiàn.
Spero che anche il suo lavoro proceda bene…
Come dice?
Sì, naturalmente, seguo sempre la cronaca giudiziaria.
Un bel pasticcio, questo della Polymers Incorporate!
Ho letto i giornali, e so che l’amministratore delegato ha segnalato il fatto a voi della polizia.
Non è frequente che un’azienda denunci episodi di spionaggio industriale; di solito, quei signori preferiscono regolare privatamente certe faccende.
Ma questa volta, a quanto pare, non si tratta di concorrenti, ma di, come chiamarli? Liberi professionisti che ricattano le loro vittime, offrendosi di restituire il maltolto dietro congruo compenso.
La Polymers Incorporate, però, ha ritenuto che pagare non le sarebbe convenuto, perché i ladri avrebbero potuto vendere anche ad altri il campione di quella lega dalle proprietà mirabolanti, che se non ricordo male ha nome in codice C 503 Z.
La dottoressa Barner mi ha spiegato che questo prodotto non è ancora coperto da brevetto e che quindi, teoricamente, chiunque potrebbe immetterlo sul mercato: un bel danno, per chi vi ha speso anni di ricerca!
Ho letto sui giornali che qualcuno, dopo aver sottratto dai laboratori della Polymers Incorporate il campione, ha telefonato all’azienda per chiederne il riscatto e l’ha descritto troppo minuziosamente per far pensare a un bluff.
Sembra peraltro impossibile che l’autore del furto sia un dipendente infedele: le procedure di controllo su chi lavora al centro ricerche, infatti, sono rigidissime.
Inoltre, in questo caso, questi avrebbe probabilmente scelto di licenziarsi, per poi vendersi al miglior offerente, magari una società con sede all’estero.
Così, escludendo che possa trattarsi di un intruso, la cerchia dei possibili indiziati si restringe al personale di vigilanza notturna e agli addetti delle imprese di pulizia: immagino che abbiate già in mano le loro schede.
Suppongo che non sia affatto facile individuare il responsabile, che probabilmente avrà agito sotto falso nome.
In ogni caso, penso che costui conosca la materia, e che abbia anche un bel fegato, perché tutti gli ambienti di quel centro ricerche sono sorvegliati da telecamere.
Sta dicendo che avete già esaminato le riprese senza trovare riscontri?
Strano, perché ho come il presentimento che quel video contenga delle informazioni preziose.
Caspita, è molto lusinghiero da parte sua, ispettrice… pensa davvero che Sebastiàn lo Spagnolo possa aiutarvi ?!
Non nego di possedere un certo spirito di osservazione, nonostante i miei sessant’anni, ma non credo di essere così in gamba.
Tentare non nuoce, lei pensa?
In tal caso, se il direttore di istituto e la dottoressa Barner acconsentiranno, sarò felice di mettermi a sua disposizione.
Vorrei farle i miei complimenti per come avete condotto l’azione, ispettrice.
Non deve essere stato semplice seguire il ladro (o, per essere più precisi, la ladra) senza destare sospetti, e catturare poi l’intera gang!
Per quanto mi riguarda, non sono così convinto di dovermi attribuire del merito, e per questo vi ho pregato di riferire a stampa e TV che la polizia era entrata in azione dopo aver ricevuto una soffiata.
In altri termini, ritengo che quello che lei ha chiamato il mio lampo d’ingegno potrebbe essere stata una semplice coincidenza.
Devo anzi confessarle che quelle due ore e passa di riprese dei corridoi, uffici e laboratori del centro ricerche della Polymers Incorporate mi hanno messo addosso una noia mortale, al punto che per qualche minuto ho perfino chiuso gli occhi.
Naturalmente, li ho invece tenuti ben aperti per seguire gli spostamenti dei guardiani e delle addette alla pulizia; benché, dopo quello che lei mi aveva detto, ero sicuro che non avrei notato alcun movimento sospetto che potesse esservi sfuggito.
E ciononostante, come le avevo detto, avevo il presentimento che quei filmati contenessero qualche indizio utile per la soluzione del caso.
Naturalmente, mai e poi mai mi sarei aspettato che la scena che mi avrebbe fatto scattare la molla nel cervello fosse in apparenza la più innocua, quella che mostra una delle guardie e tre dipendenti dell’impresa di pulizia mentre prendono il caffè al distributore automatico.
Temevo di farmi influenzare, che so, da un volto, o da una particolare espressione, e ricordavo perfettamente che anche a me era capitato di venire sospettato per qualche cosa che non avevo commesso, solo a causa della mia faccia!
Invece, è stato proprio quel gesto ad attirare la mia attenzione.
Era un gesto che avevo già visto dozzine di volte, e, per di più, molto di recente.
Mi è sembrato insomma un gesto familiare, ma di una familiarità strana, impropria… per farle capire, immagini di vedere qualcuno che scrive impugnando un coltello, anziché la penna.
Intendo dire che sono entrambi oggetti quotidiani, ma appartengono a contesti diversi.
E nello stesso momento, ho ricordato una cosa che ho letto in uno dei miei libri: sembra che chi è abituato a compiere ogni giorno certi gesti, possa contrarre una sorta di automatismo, che lo porta a ripeterli quando meno ci pensa.
Il libro spiegava che era una sorta di deformazione professionale.
Tutto questo per spiegarle il motivo per il quale, proprio perché non riuscivo a focalizzare il contesto, vi ho pregato di farmi rivedere quella scena più volte, al rallentatore e con delle zoomate sul particolare che mi aveva colpito.
E finalmente ho capito che cosa non andava.
Un bevitore di caffè goloso, solitamente, succhia il cucchiaino con cui l’ha mescolato, o, nel nostro caso, la paletta di plastica che viene erogata dal distributore.
Invece, la nostra ladra, aveva battuto la paletta sul bordo del bicchiere, per recuperare l’ultima goccia.
Ebbene, questa è una scena che non avevo mai visto al bar, mentre mi era capitato di notarla decine di volte quando avevo avuto occasione di osservare gli studenti della facoltà mentre analizzavano qualche miscela: l’unica differenza consisteva nel fatto che essi adoperavano recipienti e bacchette di vetro Jena!
Avevo chiesto il perché alla dottoressa Barner, e lei mi aveva spiegato che chi effettua un’analisi quantitativa deve soprattutto fare attenzione a non perdere neppure una goccia di soluzione, per essere sicuro di non falsare il risultato.
Ricorderà come io fossi convinto che il furto potesse essere stato effettuato solo da qualcuno del ramo; da qualcuno, insomma, che possedesse una buona conoscenza della chimica.
E ripensando bene alla nostra ladra, le dirò che, al contrario della divisa che indossava, un camice da laboratorio le donerebbe proprio.
IL NUMERO TREDICI
È un piacere rivederla, ispettrice Brasi.
Dico sul serio: so che non è venuta per un controllo, altrimenti, detto senza offesa, sarebbe bastato un agente.
La ringrazio: un caffè e una sigaretta, alla fine del turno, sono quello che ci vuole.
Se permette, però, ci terrei ad offrire io, visto che ora posso permettermelo.
Mi fa piacere che il responsabile del deposito le abbia parlato bene di me; avevo impegnato la mia parola con lei, e Sebastiàn Almaro è uno che ci tiene, a mantenere la parola.
Qui mi trovo bene: riesco a farmi passare il tempo molto meglio dei miei colleghi, che invece dicono di annoiarsi a morte.
In fondo li capisco, perché loro sono giovani, e hanno altre aspirazioni che ritirare e consegnare bagagli.
Io, al contrario, ringrazio la sorte, e sono certo che, se avessi trovato un impiego come questo a Barcellona, dove sono nato, non mi sarei certo sognato di espatriare… e soprattutto di mettermi nel contrabbando.
Ora, però, rigo diritto: e le confesso che questa attività riveste un certo interesse per me.
Circolano un mare di persone, qui : e io, che sono abituato a lavorare di fantasia, mi diverto a osservarle mentre mi passano davanti, per indovinare dove sono dirette, che cosa fanno per campare, e così via.
In molti casi, ciò si rivela abbastanza facile: quello che scruta il suo orologio perché non si fida di quello della stazione, è quasi certamente un manager; il rappresentante di commercio, invece, è uno che arriva sempre alla stessa ora, vestito sempre allo stesso modo e si siede sempre nella stessa poltrona; mentre quelli che operano nel mondo dello spettacolo sono soliti portare gli occhiali scuri, specie nelle giornate di pioggia, quando sono sicuri che verranno notati.
Lei ha ragione, sono curioso di natura; ma, in certe occasioni, la mia curiosità si è rivelata utile.
Un giorno, tanto per spiegarle, erano capitati qui davanti prima un uomo e, poi, andato via questo, una donna; entrambi avevano una strana aria… come se avessero smarrito qualche cosa o qualcuno.
Tenevano per mano rispettivamente un maschietto e una femminuccia, ed entrambi i piccoli erano vestiti con una specie di uniforme, grigia il bambino, bianca la bambina.
Sono un buon osservatore e così, quando notai che la signora si guardava intorno, accigliata, le indicai l’uomo che stava cento metri più in là, fermo sotto il tabellone delle partenze, chiedendole se fosse lui che stava cercando.
Avevo indovinato, ispettrice: erano marito e moglie, entrambi convinti di ricordare esattamente l’ora e il luogo dell’appuntamento che si erano dati.
Pazienza se poi, quando si ritrovarono, perdettero quasi il treno per litigare tra loro: io, il mio dovere l’avevo fatto.
Ho anche osservato che, in certe circostanze, i bagagli parlano più dei volti dei loro proprietari.
Questa mattina verso le sette, per esempio, è arrivato un uomo che mi ha messo sotto il naso una valigia ventiquattro ore in pelle, di quelle con la combinazione.
Io stavo chiudendo un cassetto e avevo abbassato la testa, per cui ho avuto sott’occhio prima la valigia e poi lui.
“Bella.” ho detto, accarezzandola, e ho subito pensato che doveva appartenere a qualcuno distinto, che frequentava un certo ambiente.
“Me l’ha regalata mia moglie.” ha risposto lui.
Ho alzato gli occhi e ho visto davanti a me un giovanotto dall’aria piuttosto insulsa, che però portava al polso un orologio d’oro massiccio e un telefonino attaccato alla cintura.
Vestiva un completo firmato e aveva le iniziali ricamate sulla camicia, una M ed una S, tutte svolazzi.
Bene, uno come quello, se lo vedeste in pantaloni corti, lo prendereste per un qualunque cafone.
Dunque, qualche volta anche il bagaglio, per non dire l’abito, fa il monaco: e, a immediata riprova di questo, le dirò che, mezz’ora prima che lei arrivasse, si è presentata la moglie di quel signore a ritirare quella stessa valigia.
Solo che, questa volta, si trattava di una donna elegante, di classe, con un bel portamento: una che farebbe la sua figura anche in tenuta da ginnastica.
Sono rimasto così colpito da quel contrasto che sono andato in confusione, al punto che ho impiegato quasi un quarto d’ora per ritrovare la valigia e consegnargliela.
Lei stava sulle spine, perché di lì a mezz’ora doveva prendere il treno per Valegro e aveva fretta; eppure, nonostante la mia goffaggine, mi ha ringraziato ugualmente e si è congedata con un sorriso.
Le sembrerò stupido, ma la cosa mi ha fatto un po’ dispiacere: come può una donna così stare insieme a un tipo come quello? ho pensato.
Mi sono perfino tenuto a mente il numero di contrassegno del bagaglio.
È il tredici: chissà se porta fortuna o sfortuna...
Capisco che lei sorrida, ispettrice.
Gli è che ho un mio modo di immaginare come dovrebbero andare le cose, per cui, quando vedo che succede il contrario, ci resto male.
Dice che capita di peggio ?
Le credo senz’altro : ho saputo anch’io quello che è successo a quella gioielleria, questa mattina, perché ascolto sempre il notiziario.
La radio ha detto che non si sa quanti fossero i rapinatori; chi dice due, chi tre.
Comunque sia, penso che oggi voi della polizia avrete parecchio da fare.
Voglio ringraziarla davvero, è stato molto gentile da parte sua ricordarsi di Sebastiàn.
Spero di rivederla tra non molto.
Non mi aspettavo di rivederla tanto presto, ispettrice; benché, a dire il vero, avessi un certo presentimento...
Intendo rispondere a tutte le sue domande, e le confermo subito che sono stato proprio io ad acquistare quella valigia lì presso il free shop della stazione.
Aspetti di conoscere la mia versione dei fatti, prima di trarre delle conclusioni affrettate.
Il free shop, come lei sa, si trova esattamente dietro il deposito bagagli, e uno dei cassieri, che fa Oliva di cognome, spagnolo anche lui, è mio amico: capisce quello che intendo dire?
Per quanto io sia una mezza tacca, diavolo, se avessi avuto qualche cosa da nascondere, non avrei mai lasciato dietro di me una pista così evidente!
Sì, so bene che la valigia è stata ritrovata alla periferia di Delsa, vicino ai corpi di due uomini, uno stecchito e l’altro mezzo moribondo.
A quanto pare, si sono sparati a vicenda.
Devo dire che non mi sarei aspettato un esito simile, ma di qui a essere implicato in un omicidio ce ne corre!
Facciamo un passo alla volta.
Lei certo ricorderà che, quando venne a farmi visita, tre giorni fa, accennai di sfuggita alla rapina avvenuta in quella gioielleria del centro.
La radio aveva detto che i ladri erano fuggiti in auto, verso nord, e che se ne erano perse le tracce.
Una vettura corrispondente alla descrizione fornita da certi testimoni oculari era stata ritrovata in aperta campagna, vuota e regolarmente bruciata, come avviene di norma in questi casi.
Dei rapinatori, nessuna traccia.
Ricorderà anche che vi erano dubbi sul loro numero; qualcuno aveva parlato di tre persone, qualcun altro aveva giurato che fossero soltanto un paio.
Mentre ero così, soprappensiero, mi venne in mente che, forse, tutti i testimoni avevano detto il vero; poteva darsi, per esempio, che avessero avvistato la vettura in tempi diversi.
È così strano pensare che due dei rapinatori si fossero tirati addosso la polizia, mentre il terzo, sceso dalla macchina, se la filava con la refurtiva ?
Vedo che la mia storia l’interessa.
Bene, quella stessa mattina (il tredici del mese: dica pure che sono superstizioso) vidi arrivare proprio quel tizio... quello dei due che è sopravvissuto alla sparatoria.
No, ispettrice, quando lei è passata a salutarmi non avrei potuto certo indicarle quell’uomo come un possibile sospetto!
A me, Sebastiàn Almaro, è già capitato di essere arrestato per un reato che non avevo commesso, per cui, prima di mettere di mezzo qualcuno con la polizia, sto bene attento.
Anche se un particolare non mi convinceva.
Ricorderà che le dissi di aver notato le iniziali ricamate sulla camicia di quell’uomo, una M ed una S; bene, quando egli se ne fu andato, notai che sulla valigia erano invece incise (molto più in piccolo, tanto che quasi non si notavano) una T e una R.
Qualunque fosse il loro significato, una cosa era chiara; quelle non erano le sue iniziali.
E allora iniziai a insospettirmi, anche per via della cabala del tredici, nella quale credo, forse perché sono nato il tredici dicembre di un po’ di anni fa, e non mi considero esattamente fortunato.
A farla breve, temevo che quella faccenda della valigia potesse rappresentare un pericolo per me.
Se vi fosse stato qualche cosa di losco sotto, qualcuno (non dico lei) avrebbe potuto collegarmici.
Ammetto che io stesso, all’inizio, avevo riso di queste paure ; ma poi, minuto dopo minuto, sentii crescermi dentro una grande agitazione.
E, per finire, l’arrivo della pretesa moglie di quel giovanotto mi fece prendere la decisione.
Anche in questo caso, fui messo in allarme da un particolare in apparenza insignificante.
Come ricorderà, le dissi che la signora aveva fretta, perché doveva prendere il treno per Valegro.
Tutto normale, lei dirà : solo che la signora era arrivata qui da Valegro quella mattina stessa.
Come ho detto, possiedo una buona vista e lei stava a poco più di un metro da me, con il biglietto in mano.
Così, non proprio casualmente, notai che si trattava un biglietto di andata e ritorno, da Valegro a Delsa.
Il bordo sinistro del biglietto recava ben visibile il timbro di convalida del primo viaggio, e la data era quella del tredici di questo mese.
La signora era dunque salita sul rapido che va da Jarama a Braça e arriva a Delsa verso le otto.
Mi venne perciò spontaneo domandarmi perché mai quella donna avesse deciso di compiere due viaggi nella stessa giornata, al solo scopo di ritirare il bagaglio del proprio marito.
La prima conclusione che ne trassi fu che la valigia non apparteneva all’uomo che me l’aveva recapitata, e che quella donna non era sua moglie.
Ma, poiché sono anche un accanito lettore di cronaca nera, riflettei che, da un po’ di tempo, Valegro pullula di gioiellieri… una certa parte dei quali è sospettata di ricettazione.
Di conseguenza, decisi che avrei dovuto scoprire che cosa c’era sotto.
Come le ho detto, tardai un quarto d’ora buono per ritrovare il bagaglio.
Solo che, come avrà capito, non si trattava di quella valigia, ma di quest’altra, che ero corso ad acquistare al free shop dell’aeroporto e avevo poi riempito con un po’ di carta straccia.
Naturalmente, se la signora mi avesse fatto notare l’errore, non mi sarebbe rimasto che fingere di cercare meglio e consegnarle l’originale, facendole le mie scuse.
Viceversa, lei l’ha prelevata senza fare una piega: si immagini che mi ha persino dato la mancia per il servizio !
Allora, come capirà, il mio sospetto è divenuto quasi certezza… e quando, ieri mattina, ho visto sul giornale la foto di quei due che si erano presi a revolverate, ho sommato due più due.
L’ultimo dubbio, ovviamente, riguardava il contenuto della valigia.
Per questo, sono ricorso a un vecchio amico, che non frequentavo più da un pezzo, ma che so come contattare in caso di emergenza.
Lui opera in casseforti, ed è il migliore nel ramo.
La valigia, quella buona, l’ho riportata al deposito bagagli della stazione.
Non conosco l’elenco esatto dei gioielli rubati, ma ricordo la loro descrizione e direi che i più importanti ci sono tutti.
Quanto alla valigia che ha in mano lei, ispettrice, non avevo certamente avuto il tempo di esaminarla.
Ero troppo occupato a riempirla di carta… altrimenti mi sarei sicuramente accorto del talloncino che stava nella tasca interna, su cui era riportato il nome del negozio in cui era stata acquistata.
Il mio amico Oliva mi ha detto che il talloncino serve al free shop per farsi pubblicità, mentre a voi è servito per risalire a me.
Non ho che una vaga idea di come si siano svolti i fatti.
Penso, però, che la mia intuizione fosse giusta; mentre due dei rapinatori erano impegnati a simulare la fuga, il terzo era sceso dall’auto per venire in stazione e depositarvi la ventiquattro ore che conteneva i gioielli.
La donna venuta da Valegro aveva il compito di ritirarla e recapitarla a un gioielliere che, a sua volta, avrebbe dovuto piazzare le pietre, magari dopo aver cambiato le montature.
Prima di salire sul treno per Valegro, però, lei deve aver provato la combinazione, scoperto che non funzionava e capito che, per aprire la valigia, bastava rilasciare le cerniere.
Resasi conto dello scambio, deve essersi messa immediatamente in contatto con qualcuno che aveva fatto il colpo; certo non con il corriere, sicura come doveva essere che questi l’avesse fatta sporca.
Non ho mai frequentato giri del genere, ma ho sentito riferire che, specie quando ci si trova dentro a una catena con più anelli e qualche cosa va storta, conviene mettere da subito le carte in tavola.
Per equivoci del genere, infatti, si può rischiare la vita.
Perciò quella donna deve aver pensato che era stata tradita, e che l’unica cosa che le restava da fare era dare l’allarme, per non attirarsi dei sospetti.
Deve aver incontrato uno o più membri della banda, cui ha spiegato come erano andate le cose e consegnato la valigia, a riprova della sua buona fede.
Quello che è successo di lì in avanti non è troppo difficile da immaginare.
Ammetto che avrei dovuto farmi vivo con voi appena vista quella foto sul giornale, ma non me la sentivo di venire a deporre senza sapere esattamente che cosa nascondesse quella dannata ventiquattro ore.
Fortuna ha voluto che, quando mi avete chiamato, avessi risolto anche quest’ultimo problema.
Per finire, ecco qui il contrassegno numero 13 : penso che possa servirvi.
Dopo che quella donna l’ha appoggiato sul bancone, l’ho sollevato con la lama di un coltello e l’ho infilato in una busta di plastica, come ho visto fare a voi della polizia con i reperti.
Non è gran che, me ne rendo conto, ma forse non risulterà proprio inutile rilevare le impronte che possono esservi rimaste.
È tutto, ispettrice.
Le chiedo, come unico favore, di non costringermi a rivelarvi il nome dell’amico che mi ha aiutato.
Mi sono impegnato con lui a mantenere il segreto, e Sebastiàn Almaro è uomo di parola.
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