POESIA


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Stefano Galleano - Oltre i limiti e i confini

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STEFANO GALLEANO - Oltre i limiti e i confini - poesie - aforismi- riflessioni
Ed. Golden Press - pagine 100 - Prezzo di copertina: € 10

Questo libro può essere richiesto direttamente all'autore
al seguente indirizzo e-mail:
stefano.galleano@plferrari.com


La ricerca spasmodica della fuga dalla finitezza, della rottura dei limiti imposti dalla nostra stessa natura di mortali, è probabilmente l'assillo principe di ogni cuore artistico. Stupisce che, al contrario, tutti gli altri non se ne curino, delegando comodamente al poeta la sofferenza del rovello, quasi fosse l'unico ad esserne interessato.
In questo bel libro di Stefano Galleano, composto di poesie, aforismi e prose lirico-morali, il discorso dei confini si fa ampio, traendo le prime mosse dalla considerazione sulla solitudine dell'artista, perso nel suo mondo di oggetti-simbolo, di segni, di colori e di parole, adoperati come poveri, bellissimi, strumenti per tentare di scardinare il cancello, per rompere il perimetro che soffoca e fa impazzire perché impedisce il volo, la fuoriuscita da una condizione claustrofobica e inaccettabile, la cognizione/accettazione del tempo come dato reale ma non come nemico acerrimo del sogno.
La nostalgia dei giochi dell'infanzia diventa infatti arma affilatissima per ferirsi il cuore, non già per la voglia di rimanere bambini, quanto per la disperazione di aver perduto l'orizzonte che si aveva da bambini, in fin dei conti fatto di colori, odori, suoni e, appunto, cognizioni temporali che sono le medesime verso cui tende l'artista, parte integrante di quegli strumenti, di quegli intrugli, con cui "si balocca", a dire di alcuni, o con cui si incaponisce nella ricerca profonda dell'assoluto e della verità. È quello che Galleano definisce, con splendida intuizione, "il tempo di giorni degli orologi fatti a forma di sole e di luna" (da I Giorni). Si tratta di un tempo perduto, è vero e questo accora, ma si tratta pur sempre di un tempo vero, che forse l'uomo definisce illusorio per una convenienza poco pulita, per un utilitarismo di difficile interpretazione ma che meglio si adatta alle sue brame basse, al suo anelare l'inanità delle cose assurta a idolo unico.
L'autore afferma con vigore la propria intenzione altra rispetto a questa tendenza, e lo fa precisando, nei versi, che non si tratta affatto di una scelta di comodo, se nella significativa Non fermarsi definisce il lavorìo artistico "come una maledizione". Infatti il poeta è disilluso la sua parte, benché non accetti questa disillusione come viatico per i propri giorni e per il proprio tempo; piuttosto si affretta a definire, per esempio, il carattere illusorio e transitorio dell'incanto della neve, inquadrandolo nel suo rapido e doloroso dissolversi di fronte al male dell'umanità.
L'inesorabile mancanza di spazio per la purezza dei sogni del fanciullo, che rappresentano la genuinità dell'uomo, distante nel tempo della storia universale quanto in quella personale del percorso di ciascun individuo, si afferma con il verso "Qui giù non c'è più spazio", in chiusura della lirica Bambino mio. Ma l'infanzia non è, purtroppo, solo il luogo mentale dei sogni incontaminati; esiste un'altra infanzia a cui tali sogni non sono concessi (Pensiero ai bimbi infelici), perché il male, che non si pone il problema dei limiti e dei confini, non conosce naturalmente neppure ostacoli.
Identità in fumo e Sogni e sorrisi, tra le altre, approfondiscono la discesa agli inferi della storia recente dell'umanità, offrendo un quadro sintetico, coinvolgente nella sua sintetica e icastica tragicità di immagini claustrofobiche, sull'orrore delle deportazioni e dei campi di sterminio; altrove il riferimento è ad una violenza ancora più vicina alla nostra quotidianità, più privata e silenziosa, anche se non meno vigliacca (Il branco, La doccia). "Come bicchieri fino all'orlo della tristezza", viene definito il pianto di un bimbo.
Alla luce di tutto ciò, e sempre tenendo presente il costante tormento dell'artista nei suoi conti con la realtà e con l'assoluto, si esprime il desiderio di essere vento, che è qualcosa di maggiormente composito rispetto all'originario desiderio del volo insito in ogni animale pensante. In tal modo il poeta definisce la propria tensione verso l'arte viva, l'utopia della rottura delle catene materiali, la preghiera a Dio per essere liberato dalle nuvole che ottundono la vista dell'uomo.
Mitigano talvolta le considerazioni profonde e sofferte alcune deliziose metafore pittoriche sulla luna e sulle albe, sui toni sfumati del grigio, su impalpabili aurore dissolventi in tramonti, o la metamorfosi cromatica dell'angelo nero in angelo dorato. Altro elemento di apertura è il rifugio nell'eros come isola incontaminata, abbandono estatico e felice, barlume di quella pienezza nel rapporto tra vita e tempo che, anche se per pochi momenti, è dato di osservare almeno da lontano (Dea e Viaggio, Passione, Se solo fossi vento e Lo spazio dell'estasi).
Il contrario dell'artista tormentato e fecondo si riscontra, assai facilmente, nel quadro gustoso, per quanto avvilente, dell'individuo "di plastica" della poesia Stella della finzione; si tratta di un vero campione di umanità del nostro tempo, che offre il fianco a spietate considerazioni, completate successivamente, con uso della metafora raccapricciante del serpente, in Uomo d'oggi. Probabilmente si tratta solo di toccare il fondo per poi rinascere (La tempesta).
Concludono il volume una lunga serie di aforismi illuminanti, da leggere con attenzione, versi riportati da Kahlil Gibran e Pablo Neruda e infine pensieri maggiormente articolati, in prosa, contenenti riflessioni e ricordi.





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