POESIA


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Vittorio Baccelli - Nella Coca Cola

Spazio Libero

NELLA COCA-COLA

Lillo schiacciò tre o quattro madonne quando davanti alla tivù tirò un sorso dalla lattina di Coca-Cola e si ritrovò con qualcosa di maledettamente solido in bocca, che per puro caso non ingoiò.
Sputò l'oggetto su una mano e allucinato lo scrutò con attenzione.
«Io quelli stronzi della Coca-Cola ora li denuncio.»
Sembrava una moneta, grande come un penny, una moneta antica, c'era un volto femminile su un lato e, un'iscrizione incomprensibile sull'altro: i caratteri forse erano rune.
Lillo lo scrutò attentamente, lo morse, lo strusciò sui jeans per toglierli la patina: sembrava proprio d'oro. Cercò di ripulirlo per bene, poi se lo mise in tasca e finì la Coca-Cola facendo attenzione che nel liquido marrone non ci fossero altre sorprese. Intanto aveva perso il filo del film di Segal che stava guardando, così spense la tivù.
«Qui ci vorrebbe proprio una gnocca per riprendermi.»
Mormorò tra sé e sé, mentre proprio in quell'attimo qualcuno bussò alla sua porta. Lillo restò perplesso, non aspettava nessuno, poi era quasi mezzanotte. Comunque aprì e una bellissima bionda più nuda che vestita gli apparve davanti alla porta semiaperta.
«Questa qui mica ha freddo, eppure siamo d'inverno.»
Pensò ancora tra sé e sé.
«Dai! Entra pure, ma ci conosciamo?»
La bionda da urlo in top e minigonna aprì la bocca, non per rispondergli, ma per sorridere. Lillo era completamente cortocircuitato e se ne stava paralizzato accanto alla porta con la maniglia ancora in mano, così lei prese il comando e prima chiuse la porta, poi lo accompagnò a sedersi sulla sua poltrona preferita, ancora calda, ovviamente quella davanti alla tivù.
Più veloce della luce, lei intanto s'era sfilato il top e la sua minigonna stava sul pavimento. Adesso indossava solo un perizoma quasi invisibile e un paio di scarpe dal tacco a spillo, lui era sempre vestito e stava paralizzato sulla poltrona con gli occhi fuori dalle orbite, fissi su di lei.
Gli si avvicinò, e cominciò a sbottonargli la camicia, poi gliela tolse. Passò ai pantaloni e aprì lo zip della patta, ove il membro di Lillo, paralizzato anch'esso, dava scarsi segni di vita.
Lei allora sì che rise, una risata cristallina che fece ancor più sbalestrare Lillo i cui neuroni, al contrario del corpo che era paralizzato, sciacquavano prima alla grande in maniera del tutto disordinata, per poi decidere d'andarsene a prendere un periodo di ferie o un anno sabbatico.
Lillo riuscì solo a pensare che stava sognando, che tutto quello che vedeva non era possibile, pertanto non era reale, e chissà perché pensò a sua madre.
All'istante si ritrovò nella casa materna seduto su un divano davanti ad una tivù accesa senza audio, mentre sua madre stava dormendo su una poltrona accanto a lui. Si rese conto della sua patta aperta e la chiuse velocemente.
«Che cazzo ci faccio qui?»
Si chiese sempre più sconcertato convinto ormai che qualcuno gli avesse rifilato un acido nel caffè del dopo cena; ma chi poteva avergli giocato questo scherzo del cazzo?
«Qui mi occorre un medico. Ho le allucinazioni.»
All'istante, nella casa della madre, nel salotto davanti alla tivù accesa senza il volume, con Lillo allucinato su un divano e sua madre dormiente su una poltrona, apparve dal nulla un medico in camice verde, con mascherina e guanti. Lillo lo guardò con attenzione: era anche insanguinato.
«Ma dov'è finita la sala operatoria? E il mio paziente?»
«Sei un'allucinazione anche tu?»
«. »
La bocca del medico rimase aperta in modo innaturale, sembrava distorta e, non riuscì a parlare. Intanto la madre di Lillo si stava svegliando. Stupita guardò prima il figlio, poi il medico.
«Sto morendo?»
«No, che dici mamma, stai bene. È tutto sotto controllo. insomma. »
«Sotto controllo? Che ci fa allora un medico in salotto? E tu da dove sbuchi a quest'ora di notte? C'è forse anche un prete?»
«See. ora ci manca anche il prete! Ma se vuoi te lo chiamo.»
E non aveva ancora finito la frase che un prete di campagna con la tonica lunga si materializzò anch'esso in quel salotto, che stava divenendo proprio affollato.
Nessuno disse una parola, l'unico rumore era quello che proveniva dal televisore, il volume era bassissimo, ma adesso c'era il telegiornale della notte. Lo speaker parlava della striscia di Gaza e dell'avanzata israeliana. Sullo schermo si susseguivano scene di guerra. Lillo pensò che a Gaza c'era un po' di normalità, mentre non capiva più niente di ciò che stava accadendo attorno a lui.
E all'istante si ritrovò nel bel mezzo d'una strada sterrata, in pieno deserto, nel bel mezzo del deserto, mentre s'udivano esplosioni neppure troppo lontane. Poi un cigolio si fece sempre più forte, finché apparve un carrarmato in fondo alla strada, che stava avanzando verso di lui e, il cigolio si trasformò in un tintinnio attutito di ferraglia, mentre in lontananza si avvertivano le esplosioni, che adesso non sembravano poi tanto lontane. Mentre il carrarmato s'avvicinava a lui sempre di più, s'aprì la torretta e un militare cercò di fargli capire a gesti e con un linguaggio esotico, di togliersi dalla strada, di levarsi dai coglioni insomma, e alla svelta!
Lillo, guardò il militare, aveva anche una pistola in mano adesso, e urlò a pieni polmoni.
«Sono italiano! Io con le vostre guerre del cazzo non c'entro nulla!»
Il carro intanto continuava imperturbabile ad avanzare verso di lui, mentre il militare si sbracciava per fargli capire che doveva togliersi di lì, e in fretta.
Lillo chiuse gli occhi, e tolse l'audio dalla sue orecchie, non si mosse dalla strada e pensò che avrebbe voluto trovarsi in Versilia e non lì a Gaza.
Cessò il rumore di ferraglie, aprì gli occhi e si ritrovò sul bagnasciuga, coi piedi nell'acqua. Era notte e sulla spiaggia non c'era nessuno, si vedevano le luci del lungomare. Sentì qualcosa in tasca e tirò fuori l'oggetto, era il telecomando del suo televisore. Lo rimise in tasca schiacciando un paio di bottoni a caso. E non successe nulla. Si sdraiò allora sulla sabbia, era sfinito, voleva dormire e fu esaudito, si risvegliò che il sole era già alto e qualche bagnante era già in acqua. Si ricordò che doveva essere inverno, ma qui era caldo come fosse estate piena: archiviò la cosa come una delle tante stranezze. Mentre si chiedeva per l'ennesima volta che cosa gli fosse successo, si rese conto d'aver fame e di desiderare una buona colazione.
Alla sua destra si materializzarono nell'ordine: un vassoio, un bricco di latte caldo, un caffè fumante, quattro bignè alla crema e due cornetti.
Lillo questa volta non si perse in contorsioni mentali e accettò il fatto iniziando a mangiare.
Dopo volle riflettere: tutto era iniziato con la moneta, qualsiasi cosa avesse richiesto, s'era verificata. Si frugò in tasca ed estrasse la moneta: questa era il pozzo dei desideri!
Desiderò d'esser sbarbato e messo bene in salute come non mai, desiderò d'essere vestito elegante, d'avere le tasche piene di soldi, d'avere un'auto sportiva parcheggiata lì vicino, d'avere quella bionda che era venuta in casa nell'auto ad aspettarlo. e tutto questo avvenne.
Volle giorni da re e notti da sogno, volle una villa accogliente con servitù, volle girare il mondo e la villa lo seguì coi suoi servitori. Volle figli meravigliosi e donne da sballo. E fu esaudito, la moneta era ora incastonata in una collana di platino che portava al collo e mai si toglieva.
Pensò che era un uomo fortunato e smise di chiedersi come mai la moneta fosse finita in una lattina di Coca-Cola.
Finché una mattina si risvegliò con un pensiero: "ma sarà reale tutto questo? Non sarà mica tutta un'allucinazione, non sarò mica morto?"
Lillo dopo alcuni giorni fu ritrovato in casa sua, morto davanti al televisore acceso.
I paramedici si protessero dal cattivo odore che emanava dal corpo in putrefazione e velocemente riuscirono ad infilarlo in un anonimo sacco nero che fu chiuso ermeticamente.
Matteo, uno dei paramedici, mentre infilava il corpo nel sacco cercando di respirare il meno possibile, si ritrovò in mano una catena di platino con attaccata una moneta che sembrava d'oro. Tenne il mano il monile e riuscì senza essere visto a farlo scomparire in una delle sue tasche.
Alla sera Matteo giunse a casa, distrutto da una giornata davvero stressante. Mise un piatto di lasagne nel microonde, si versò una buona birra, fece fuori una pigna d'uva, riscaldò un caffè, poi si mise in bocca una caramella. Fino ad un paio d'anni prima quello del dopo caffè, era il momento della sigaretta, ma ormai questo era un ricordo lontano, aveva deciso di smettere di fumare. Si buttò sul divano e con il telecomando accese la televisione.
Ripensò all'odore del cadavere e al suicida che avevano raccattato poco dopo e pensò che questa era stata proprio una giornata di merda.
Scarrellò, ma i programmi erano uno più schifoso dell'altro.
«Fanno schifo perché vogliono che si passi alla tivù a pagamento, ma non lo farò mai. Lo so io cosa mi ci vorrebbe per tirarmi su.»
E pensò a quella tipa che stava all'inizio della strada, la più bella fica della città, e la vedeva sempre arrivare con gente con la Ferrari o la Maserati, e che a loro la dava sicuramente, e non certo ad un portantino.
Fu a quel punto che avvertì un rumore che proveniva dalla sua camera: pensò subito al gatto che stava facendo del casino.
Quando entrò in camera trovò la gnocca dei suoi sogni, la più bella della città, quella che la dava a quelli con i macchinoni. Era lì, spaparacchiata sul suo letto, dio! nuda, e gli sorrideva e gli faceva cenno di venire a giocare con lei.
E non se lo fece dire due volte, si buttò sul letto - prima di risvegliarmi - pensò, e se la fece, dio come se la fece. E se la rifece, dio come se la rifece.
Neppure pensò per un attimo a come era entrata e a perché gliela desse.
E se la rifece. Era all'apice della gioia quando per l'ennesima volta venne dentro di lei, si girò e urlò: «Dio! Che sballo! Che schianto sei bimba! Mi venisse un colpo.»
E si accasciò sul letto senza vita. Solo allora la supegnocca si rinvenne.
«Ma dove sono capitata? Con questo morto di fame d'infermiere. poi. La coca mi deve aver fatto fare dei casini strani. Sarà meglio che me la svigni e dimentichi tutto. Il morto di fame sembra che ora dorma. Ma guarda te a chi l'ho data!»
Piano piano muovendosi con cautela e senza far rumore si rivestì prendendo i suoi abiti che erano sparpagliati per terra nella camera. Passò dal bagno e sempre nel massimo silenzio si rimise in sesto.
Tornò in camera e sconsolata lo riguardò.
«Ma come ho potuto darla a questo qui. Oltre ad essere un morto di fame, non è neppure bello.»
L'infermiere era immobile nel letto, semicoperto da un lenzuolo, sembrava dormisse, ma era già ben freddo e all'indomani i suoi colleghi l'avrebbero prelevato. Lei senza muoverlo lo coprì di più col lenzuolo attenta a non svegliarlo, perché secondo lei stava proprio dormendo, fu allora che nel letto vide una collana di metallo bianco, forse platino, con incastonata una medaglia d'oro.
«È un monile da donna, sicuramente era per me. Ecco come ha fatto a prendermi.»
Lo prese e se lo mise nella borsetta e pensò: "Almeno da questo morto di fame qualcosa ci ho rimediato."
Spense le luci, lasciò l'appartamento chiudendo pian piano il portone, attenta a non far rumore.





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